Andiamo a Venezia

La famiglia BB la prossima settimana andrà a passare il weekend a Venezia.
Un weekend lungo, in realtà, una cosa sontuosa, da giovedì a domenica.
I nonni tosco-veneti sono lì, e noi li raggiungeremo per godere insieme del fascino senza tempo della laguna.

L’entusiasmo del gruppo genitoriale, che non vede una vacanza da tempo immemore (non dico cavolate, davvero non mi ricordo quando siamo stati in vacanza l’ultima volta), è alle stelle.
Personalmente, non vedo l’ora.

G, che su questi schermi risponde al nome dell’Infanta, ha da poco compiuto tre anni ed è una bambina che si esprime con proprietà di linguaggio e ha ben chiare le sue priorità, ha espresso con chiarezza il suo desiderio più questa mattina, durante i concitati preparativi per arrivare in orario a scuola.

Il suo desiderio questa mattina? Andare al mare.
Come biasimarla?
La mammafamilias ha colto la palla al balzo e ha iniziato a narrare di una favolosa città, costruita sull’acqua, dove al posto delle macchine ci sono le barche, al posto delle biciclette ci sono le canoe e i pedoni attraversano la strada non sulle strisce pedonali, ma sui ponti.

L’abbondanza d’acqua a stimolato il pensiero logico della nostra G, ragazza alquanto sveglia già di suo:

“Ma quindi ci sono i pessi?”
“Si… tanti pesci. E uccelli acquatici” (mente sapendo di mentire)
“E qquali?”
“Squali… squali veneziani… non so. Ma ci sono LEONI! Molti leoni, alati. Molto strani.”
“Possiamo accaLezzaLLi?”
“….”
“Possiamo?”
“Si! Cerrto! Ma devi sapere, che si vedono solo quelli di pietra, perché quelli veri girano solo di notte, sono molto timidi.”
“Ok.”

 

La mammafamilias non si arrampicava sugli specchi tanto vigorosamente dall’interrogazione di greco del Marzo 2003.

A casa nel mondo

Come sapete, la Familias è attiva nello scambio gratuito di ospitalità.

Hanno profili più o meno attivi su Warmshowers e Couchsurfing, oltre che Workaway.

Tutte le volte che qualche viaggiatore, solitario o meno, passa dalla loro casa, la Materfamilias ha quella sensazione un po’ epica e un po’ commovente e piena di speranza di essere tutt’uno con l’umanità, che nel mondo ci sia ancora del buono, che “L’ultima casa accogliente prima delle terre selvagge” possa essere la sua e questa sensazione le resta addosso come una copertina riscaldante per vari giorni.
Aprendo le porte a perfetti sconosciuti, prendendoci il rischio, che rischio è fino a un certo punto, trattandoli come amici invece che come nemici, con simpatia e confidenza anziché diffidenza e sospetto, condividendo il pane e il sale, l’aqua calda e il tetto, rinnoviamo il rituale dell’ospitalità che è vecchio come il mondo, creiamo uno spazio di pace e di fratellanza universale, e senza tanti giri di parole, in questo modo la Mammafamilas si sente di andare sonoramente in quel posto a terroristi di qualunque colore, alle bombe più stronze e in generale alla paura degli altri esseri umani, che diciamocelo, ultimamente è ben oltre il livello di guardia che lei considera accettabile.
Più o meno ogni tre mesi, la nostra famiglia riceve questa iniezione di bontà, che funziona come un balsamo benefico, nonostante gli sguardi dei vicini che osservano questi stranieri che vanno e vengono e sollevano il sopracciglio – ma non sanno che si perdono.

Questo giro è passato sotto il nostro tetto James, britannico, che è stato accolto da una chiamata con la cugina D e la nonnafamilias su Skype, ha mangiato come un lupo, ha raccontato un mucchio di cose sulle bici, sul suo viaggio in bici che dura da un anno ma è appena iniziato, e ci ha invitato a casa sua, ovunque sarà casa sua in futuro.

La mammafamilias adesso ha voglia di prendere la bici e andare.
L’amica D (nella mia vita ci sono decisamente troppe persone con la D), ha giustamente osservato: ti ha ispirato, ma stai a rosica’.

Parole sante.

Sliding doors – Workaway

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La mammafamilias in questi giorni si dedica al giardino, e di conseguenza, ai profondi cambiamenti di vita. La propria e quella altrui.
J viene dalla Colombia, è un giornalista, uno scrittore e un insegnante di fotografia.
Sta viaggiando per l’Europa e ha un sogno: imparare a andare in barca a vela e visitare la Turchia. Ha girato il Sudamerica in autostop e ha vissuto gli ultimi due anni in Patagonia. Una persona semplice, concreta, che lavora e scrive, scrive e lavora, appunta tutto su un taccuino blu. Non ha un blog e questo lo rende di per se’ un personaggio degno di nota.
La materfamilias, che sarei io, allora fa due più due e si ricorda che ha conoscenze, contatti: fa il giro largo e parte dalla Svezia e arriva a Bodrum, Turchia. Dove adesso J è atteso, per stare, imparare e un po’ lanciarsi nel mondo della vela che è complicato, semplice, affascinante, sorprendentemente accogliente per chi ha voglia di fare.
J, che aveva il suo volo per Buenos Aires la settimana prossima, ha cambiato i suoi programmi per i prossimi tre mesi, vista l’opportunità, e non si guarderà indietro.
Il babbofamilias sta studiando diritto canonico comparato e recentemente ha tenuto una lezione, in bagno, sul Dharma, spiegando che trattasi dell’ordine naturale delle cose a cui bisogna attenersi se si vuole che le cose funzionino nel modo giusto.
Ecco. La materfamilias, quando spinge un giovane verso un’estate in barca a vela sulla costa turca, si sente perfettamente allineata con la natura, la legge e il tutto.

Passeggiate di Pasquetta

Questo è un bel giro che si fa partendo dalle Grazie di Portovenere, luogo favoloso e molto ligure, prima delle cinque terre, ignoto alle mandrie di turisti e dunque a me caro.
Abbiamo fatto il giro corto: un paio d’ore, io con l’Infanta in spalla (Ergobaby santo subito)


Disclaimer: la materfamilias non riceve denari dalla proloco delle Grazie ne’ tantomeno dalla proloco dell’Ergobaby pur essendo convinta che queste due realtà sono di grande valore e meritevoli di menzione speciale.

III – Da Grenoble a Milano, in treno. Ultima puntata.

Dopo una domenica di relax di cui abbiamo già parlato, con incontri ravvicinati con le colleghe e amiche vacche, abbiamo prenotato e acquistato un biglietto ferroviario per tornare a casa, io e l’Infanta, l’Infanta ed io.
Lunedì mattina ci è toccata una sveglia all’alba, ma tra la colazione, le ultime cose da raccogliere, i saluti, non è stata abbastanza presto, perché abbiamo comunque dovuto correre, prima nel traffico congestionato di una città il primo giorno della settimana, poi per acchiappare il treno al volo. Meno male che l’amico D è atletico: è riuscito a bloccare il treno affinché una mamma con bimba, zainetto e gamba di legno (la mia tendinite non è che fosse proprio migliorata a forza di passeggiate alpestri) riuscisse a tornare in madrepatria.
Mi ricordo la prima volta che ho preso il treno con l’Infanta. Aveva poco più di tre mesi e siamo andate in Toscana. Ha dormito tutto il tempo. Prima di partire avevo cercato un vademecum sui viaggi in treno con bambini piccoli. Sorprendentemente, internet è saturo di articoli e blogger che parlano di come andare in aereo con i figli appresso, ma sono pochissimi quelli che scrivono su come andare in treno. Comunque, la prima volta è stata abbastanza facile. L’Infanta era in versione mini, in pace col mondo, ha dormito quasi tutto il tempo, per poi concedersi una piccola poppata, per poi fare la cacca, per poi riaddormentarsi fino a casa dove è stata debitamente sistemata: per quanto sia una mamma sciolta e disinvolta, il cambio sul sedile del regionale affollato me lo sono evitato volentieri.
Questo giro è stata un’altra storia. Sono partita armata di pain d’epices (ossessione dell’Infanta, che lo ha dichiarato suo cibo preferito in assoluto… Talis mater…) , acqua, pannolini U&G (quelli francesi sono meravigliosi: la mutanda pull-up non è una cosa da ricchi, è la norma. Avrei dovuto farne scorta.), niente giochini ma tanta pazienza.
Ebbene, la pazienza, in un mezzo di trasporto in cui si può camminare su è giù, è la chiave.
Dopo la prima tratta su un regionale che spiccia casa ai nostri e non lo dico per essere esterofila, ma i treni da noi sono veramente lo specchio di un paese che bene non sta, abbiamo trascorso un’oretta nella stazione di Chambéry: niente da segnalare se non un pianoforte a disposizione di chi lo vuole suonare, trovata pubblicitaria okkei ma trovata pubblicitaria con le palle e enormi poster che dicevano qualcosa che ho tradotto come “I Bombardieri hanno costruito il vostro treno”. Sono aperta a spiegazioni, il mio francese è praticamente inesistente e tale dicitura mi ha lasciata alquanto interdetta. Al limite proverò a cercare risposte su google.
Quando è arrivato il TGV, sono salita. Ho trascorso un breve momento di panico in cui non sono riuscita a trovare il mio posto, che poi mi è stato pietosamente indicato dal controllore, che dall’espressione disperata che avevo sul volto deve aver intuito il mio dramma, ovvero la sottile e persistente sensazione che iniziava a farsi largo dentro di me: aver sbagliato treno. Fugato ogni dubbio abbiamo trascorso il viaggio tranquillamente. Non ho più preso un treno veloce da quando è nata l’Infanta, ma sul TGV c’è un bagno apposito in cui c’è solo il fasciatoio. Grosso punto a favore.
Per quanto riguarda questa esperienza, che è stata coronata da un sonnellino congiunto madre-figlia che ha ridato nerbo alla mia fibra stanca, la chiave è stata la pazienza, i giretti, le canzoncine e una buona scorta di cibi. In linea di massima è stato più facile di un qualunque lungo viaggio in macchina.
Il Babbofamilias è venuto a prenderci e siccome eravamo in zona (il TGV arriva alla stazione Garibaldi), siamo stati al nostro take away indiano preferito, davanti al Frida, dove l’Infanta si è esibita in una prova da vera babycosmopolita assaggiando tutto. Perché questo autosvezzamento lo abbiamo preso davvero sul serio.
Poi abbiamo preso un tram che di solito non prendiamo, abbiamo fatto un pezzo a piedi e siamo arrivati.
E ritrovato il nostro letto, abbiamo dormito.
Viaggiare è una cosa bellissima, soprattutto perché poi, dopo poco o tanto tempo, si torna a casa.

II – Siamo a Grenoble

Mi piace questo diario retrospettivo, in cui devo fare uno sforzo di memoria, a distanza di quasi una settimana, per rimettere a posto i pezzi e ricordare che cosa abbiamo fatto, che cosa abbiamo visto e come mi sono sentita.
Fa tanto mémoire.
Venerdì scorso ci siamo svegliati in un letto diverso dal nostro, abbiamo fatto colazione e lavato le tazze in una cucina diversa dalla nostra e siamo usciti a passeggiare, senza meta, in una città diversa dalla nostra, spendendo così il resto della mattinata che era avanzato alla colazione e al lento risveglio.
Grenoble è facile da girare a piedi, è una città piccola e senza saliscendi.
Mi ero ripromessa di informarmi, organizzare e programmare il come e il dove e il cosa vedere, ma ovviamente a ridosso della partenza non avevo ancora letto nulla, a stento avevo messo insieme quattro paia di mutande, per cui la mia unica preparazione è stata una rapida lettura della pagina wikipedia dedicata alla città. Se la leggete, scoprirete che Grenoble è stata famosa per essere una roccaforte militare e per essere la patria del Boiardo, l’ultimo dei cavalieri, quello rimasto proverbialmente noto come “il cavaliere senza macchia e senza paura”. Un personaggio storico che sembra uscito da una fiaba.
E in effetti Grenoble è fiabesca: attraversata da due fiumi, circondata dalle montagne e dall’altipiano, con la vista in lontananza del Mont Blanc coperto dalle nevi perenni.
Quando è stata ora di pranzo siamo tornati a casa per cucinare e riposarci – i nostri amici e ospiti lavoravano – ma prima siamo passati a fare la spesa e devo dire che i supermercati francesi sono davvero notevoli per qualità, varietà e prezzi: sarà che sono abituata male a Milano.
Con una bambina piccola non si possono fare maratone (troppo) estenuanti per cui siamo rimasti a cuccia fino alle tre del pomeriggio, circa, quando abbiamo preso di nuovo le gambe e siamo tornati a spasso: ci siamo concessi un giro sulla teleferica, fino alla Bastiglia.
Un consiglio, se mai ci andrete: non fate il nostro stesso errore e non comprate anche il ritorno, perché scendere a piedi è bello e piacevole, un’immersione nella vita locale, i Grenoblesi adorano correre su e giù per i sentieri che portano alla fortezza e c’è anche un giardino/orto da scoprire. Abbiamo camminato talmente tanto che le mie sbagliatissime sneakers da 15 € si sono rivelate in tutta la loro disastrosa inadeguatezza, facendomi venire una mezza tendinite al piede e facendomi maledire una volta di più la mia taccagneria. Nunca mas. Il risparmio sulle calzature, già abbondantemente condannato, è stato definitivamente abolito. Anzi scarpe vecchie, anzi scalza che con ai piedi certi strumenti di tortura.
Siamo arrivati all’ora di cena, sfatti, abbiamo cucinato, cenato con l’amica A e poi usciti alla volta della Salle Noir, quartier generale dei Barbarins, per portare all’amico D, impegnato per l’inaugurazione della serata, beni di prima necessità che un manager-barista-tuttofare può dimenticare a casa in una serata molto importante: la brillantina e il deodorante.
Bevuta una birretta e conosciuti i membri del gruppo, siamo tornati a casa, un po’ perché oggettivamente troppo stanchi per divertirci, un po’ perché l’Infanta non sarebbe potuta rimanere. I francesi sono attenti ai piccoli e non si può portare i bambini a concerti che superano un tot di decibel se non sono dotati di un casco antirumore.
E alla Salle Noir avevano solo i tappi.
Sabato: giornata tersa. Pare, stando a numerose testimonianze, che siamo stati i primi ospiti a beccare il bel tempo. Per cui abbiamo messo insieme un lauto pranzo al sacco a base di prosciutto (che si compra a fette e non a etti: cioè tu dici “Vorrei sette fette di cotto grazie” e non “un etto e mezzo”. E la cosa mi ha abbastanza sconvolto), formaggio, baguette fragrante, banane e acqua del rubinetto (che è buonissima, perché ehi, siamo in montagna). Scarponcini allacciati stretti per contenere i miei piedi doloranti, zainetto e una lunga strada tortuosa, in macchina fino all’attacco del sentiero. Abbiamo fatto una lunga passeggiata in montagna, fino a un laghetto in alta quota. Tanta gente, ma rispettosa e tranquilla, cani liberi, bambini portati – per una volta l’Infanta non è stata l’unica in spalla. Poi siamo tornati e il Babbofamilias è ripartito, perché dovete sapere che sta facendo un corso per diventare Istruttore di Mazzate ed essendo un affar serio, ha dovuto prendere la via e abbandonarci al nostro destino e a un rientro in TGV. In tale contesto paesaggisticamente glorioso, la Materfamilias che sarei io sente un estremo desiderio di tornare a fare foto con uno strumento più adeguato del proprio smartphone. Prima di Natale voglio tornare a possedere una macchina fotografica degna di tale nome.
Domenica: io, l’Infanta, D e A ripetiamo l’esperienza montanara ma sull’altopiano del Vercor, dove voglio tornare e tornerò sicuramente a fare sci di fondo, con passeggiata molto più pigra causa miei piedi e generalizzata stanchezza, con visita a fattoria di mucche felici e vista su colli verdissimi e paesaggio da cartolina.

Il mio viaggio in treno del lunedì mattina, Infanta e tutto, con le lezioni da non dimenticare quando si va in treno con una bambina piccola ve lo racconto un’altra volta.

I – andiamo a Grenoble?

Ogni volta che partiamo per una (seppur minima) vacanza mi sento un po’ come Frodo nello Hobbit: mi viene voglia di raccontare l’andata e il ritorno, non solo la permanenza ma proprio il viaggio in se’.

Giovedì siamo partiti alla volta di Grenoble, Franscia, Dip. Isère, antica capitale del delfinato, città alpina, tra monti e valli.

Antefatto: la Materfamilias, forte della sua esperienza di studentessa fuorisede a Siena a cavallo tra la fine degli anni 2000 e l’inizio degli anni 2010, ha un sacco di amichetti sparsi per la grande Europa. Tra questi, ci sono l’amico D e l’amica A, lei francese della Provenza, lui molisano, una delle tante coppie che l’Erasmus ha unito e la vita ha stretto. Lui si occupa di un fichissimo gruppo tra il teatro e la musica e il cinema, un collettivo artistico a tutto tondo, una di quelle faccende che in Italia dopo gli anni 70 avrebbero stroncato sul nascere. Lei fa la logopedista, e mi ha fatto scoprire che il francese è una di quelle lingue che confonde parecchio chi ci deve leggere e scrivere, ed è per questo che c’è bisogno di parecchi logopedisti nei paesi francofoni.

Insomma erano anni che non ci si vedeva e ma anche mesi che non prendevamo in mano la situazione e non ci spostavamo di casa, se non per andare in Toscana.
Spostarsi fa bene: vedere gente nuova, che cammina mangia si veste parla in modo differente, cartelli stradali e treni e autobus diversi ti fa tornare a casa che stai meglio, con “la mente aperta” come dicono nelle brochure delle agenzie di viaggio.
Viaggiare è bello.
Ma viaggiare dopo un po’ che si è rimasti a casa è un po’ come mettersi per strada la prima volta, perché il mondo nel frattempo è cambiato e l’errore è dietro l’angolo.
Optiamo per il viaggio in macchina. Noi abbiamo una panda. Che è una vettura mitica e simpatica e comoda per quanto può essere comoda un’utilitaria, ma noi la amiamo e ne siamo riamati, certo quando salgo su una qualunque macchina di fascia appena superiore mi sento in carrozza tipo Cenerentola, ma si fa quel che si può e poi come faccio a dire alla panda : “ok bella, ciao, ti sostituisco, sei stata eliminata, abbiamo altre esigenze”? Potrebbe rottamarsi di crepacuore e non me la sento.
Fattostà: usciamo di casa con i nostri bagagli un po’ confusi, è la prima volta che vado oltre confine con l’Infanta, non ho ancora ricevuto la sua tessera sanitaria, non le ho ancora fatto la carta d’identità, mi dico vabbè speriamo bene di non aver bisogno di un medico, fidiamoci (per i preoccupati: non ne abbiamo avuto bisogno).
Tutto fila liscio fino al Frejus. Quando scopriamo che non si può pagare il pedaggio per l’infausta galleria con il bancomat ma solo in contanti o con la carta di credito.
Infatti, pur essendo entrambi alla soglia dei trenta, (anzi, il Babbofamilias ormai trenta li ha compiuti) noi non possediamo carte di credito ma solo bancomat e ricaricabili, perché la carta di credito ci incute un vago timore e solo in tempi recenti abbiamo lo status finanziario appena sufficiente a procurarcene una, ma non l’abbiamo mai fatto.
Vedi alla voce “prime volte”, perché come due giovani freschi di liceo che vanno a fare l’interrail, ci siamo dimenticati di ricaricare le ricaricabili, che grazie alla magia del circuito Visa, ci avrebbero permesso di passare senza colpo ferire.
Inutile dire che non avevamo prelevato. Insomma, se fossimo stati due maghi di Harry Potter appena arrivati nel mondo dei babbani ce la saremmo cavata meglio, lasciando una manciata di dobloni d’oro alla tizia allo sportello, sparandole un incantesimo confundus, dando un colpo di bacchetta magica al cruscotto per poi librarci volando al di sopra delle alpi, dritti a destinazione.
Invece, siccome la mia lettera per Hogwarts non è mai arrivata, facciamo inversione e andiamo a caccia di un bancomat a Bardonecchia, che è una classica località turistica invernale, degna di nota solo per il fatto di non essere al momento in alta stagione e quindi avere quel fascino tutto decadente che ha Forte dei Marmi a novembre.
Preleviamo cospicua somma di denaro e riusciamo a infilarci nel cunicolo, che è lunghissimo e perchiò mi ha riempito di angoscia. Io non sono fatta per grotte e cunicoli, la speleologia non mi ha mai attirato. Immagino che in un mondo fantasy un’opera del genere sarebbe sicuramente opera di nani, avidi dei dazi degli altri poveri stronzi che devono per forza passare di lì se non vogliono affrontare l’insidioso passo montano a mille mila metri di altitudine.
Passato il traforo, la notte è calata, l’infanta si è svegliata e per tenerla a bada comincio a nutrila di crackers, che lei sbriciola e sparge ovunque, tappezzando la macchina di frammenti al frumento.
Arrivati all’ultimo casello (le autostrade francesi sono carissime), sbagliamo entrata, perché le insegne sono diverse dalle nostre e chi non parte mai da casa non lo saprà mai. Becchiamo quella “solo carte”, che sputa il nostro bancomat come se fosse fatto di cartone. Proviamo a interagire con la vocina dell’interfono ma senza alcun successo. Per cui, temerari, facciamo retromarcia e ci infiliamo dove prende anche i contanti.
Il resto: monetine. Un mezzo chilo abbondante. La nostra affinità con la famiglia Fantozzi a volte è talmente eclatante che anche noi non possiamo fare a meno di riderne.
Finalmente arriviamo e i nostri amici ci hanno preparato il gratin dauphinois e ci fanno dormire nella loro camera mentre loro si accomodano nel divanoletto degli ospiti. E alla luce di questo, la giornata si conclude.

Viaggiare, nonostante gli imprevisti, è una cosa bellissima.
A presto la seconda puntata, in cui narrerò avventure di rifugi alpini (chiusi), lunghe passeggiate in salita affrontate senza allenamento adeguato, teleferiche a forma di palla e altre amenità.
Larga la foglia, stretta la via…

Varie ed eventuali (ovvero, le sette piaghe dell’outlet e altre storie)

– Sono stata Milano per meno di 24 ore, letteralmente a rincorrere un sogno e a fare quel che mi riesce meglio (a volte, come di evincerà dalle seguenti vicende): avere poche idee ma confuse e dare a tutti l’impressione che non solo non siano poche, ma siano anche perfettamente ordinate, incasellate, consequenziali e supportate da una buona dose di buon senso. Il bello di questo periodo storico di incertezza e precarietà, se devo trovarlo, è questo. Non abbiamo nulla da perdere e quindi possiamo anche buttarci, tanto alla peggio vado a fare la cassiera e tanti saluti. La conclusione di questo incontro è che tutto è rimandato al prossimo anno, perché non ci sono abbastanza soldi. Questo ha trasformato la giornata da “Stancante ma piena di motivazione positiva” in “Giornata di merda ma che affronto con il sorriso, perché si.”. Partono furiose elaborazioni mentali in background di piani b, c, d, k, xyz, che assorbono il 70% della mia energia vitale per il resto del tempo. Scarsa presenza e ruminazione continua di pensieri più o meno apocalittici sul futuro: prima piaga dell’outlet, fondamentale perché condiziona lo spirito con cui ho affrontato le seguenti.

– il Babbofamilias esprime il desiderio, al ritorno, di non prendere una strada diretta per la costa, ma di deviare e fermarci, appunto, all’outlet. Ha bisogno di un paio di pantaloni e un paio di scarpe: in qualità di consumatore seriale di vestiti e di uomo dai gusti difficili in fatto di vestire, ne ha pieno diritto. In più, mi sembra una buona occasione per riprendermi dalla cocente delusione con un po’ di sano shopping, nonostante lo shopping di vestiti resti off limits perché provarmi un paio di jeans mi provoca ancora crisi di panico. Ci mettiamo in viaggio. Va tutto bene. La campagna è assolata, ma l’aria condizionata funziona. Isoradio ci ammonisce: un veicolo ha perso “materiale oleoso” sulla carreggiata, e l’uscita è forzata in un paesino qualunque, che innocentemente supponiamo essere collocato *dopo* la nostra meta. Il TIR che perde il suo carico è sicuramente la più grande piaga dell’outlet in termini di dimensioni fisiche e portata sul mondo reale, nonché la seconda.

– I nostri simpatici smartphone muoiono, il caricabatterie che teniamo in macchina muore. Siamo tragicamente messi di fronte alla nostra tecnodipendenza. Senza mappa e senza un briciolo di senso dell’orientamento, mentre il babbofamilias ha attivato il suo famoso smoccolatore chiamando a raccolta tutti i santi del paradiso, ci avventuriamo per la campagna, alla ricerca dell’outlet. Il fallimento della tecnocrazia umana, con conseguente avvento prossimo futuro dei Terminator: terza piaga dell’outlet.

– Troviamo l’outlet. Il sole è a picco. Il mio morale è a terra. Non hanno il gusto di gelato che vorrei. Tutto costa troppo e mi sembra un triste dispiegamento dei residui del nostro consumismo. Babbofamilias trova scarpe e pantaloni. Io non trovo un cazzo e ripiego su dei cosmetici che in condizioni normali non avrei mai comprato, in colori e consistenze che sono vestigia di una preadolescenza ormai lontanissima. Fallimento completo del potere taumaturgico dello shopping + rischiato colpo di calore: quarta piaga dell’outlet.

– Le ore passano. Percepisco chiaramente la preoccupazione della nonnafamilias attraverso l’etere, grazie alla telepatia che sviluppiamo interiorizzando i nostri genitori. Con un’ora di ritardo rispetto al momento del nostro arrivo, ripartiamo. Ci perdiamo, alla ricerca dell’autostrada aperta, che è lontana. Quella vicina e comoda è chiusa perché la perdita oleosa non è ancora stata ripulita del tutto. Ci perdiamo inesorabilmente. L’avatar del Rag. Fantozzi appare in cielo e ci benedice. Lo smoccolatore continua a funzionare a pieno regime. Il sole tramonta e la quinta piaga dell’outlet, in tutto e per tutto simile alla terza, si esprime.

– Litighiamo. Sesta piaga dell’outlet.

– Viaggiamo sulla Genova-Livorno accompagnati da una quantità mostruosa di camion, arrivando a casa alle ore 10.30 di sera. Settima e ultima piaga dell’outlet. La nonnafamilias ci attende sull’attenti, parzialmente tranquillizzata dalle forze dell’ordine a cui si è rivolta per capire se ci eravamo spiaccicati sull’asfalto. Ci nutre e ci spedisce a dormire, crollando tramortita a sua volta. Una donna, un comandante inesorabile. Lo smoccolatore si spacca, avendo esaurito la sua funzione e avendo lavorato fuori giri per troppo tempo. Santi, beati e compagnia cantante tornano a casa, in Paradiso, dopo ore e ore di duro lavoro.

La prossima volta, i Levi’s li compriamo a prezzo pieno.
L’infanta è stata per tutto il tempo praticamente un angelo. Ha un futuro da crisis manager.
I piani di riserva continuano a prendere forma e speriamo presto anche sostanza.

Alla fine ho rivisto le mie amiche delle medie e del liceo ma tali e tante emozioni e riflessioni sulla vita e sugli affetti meritano un post dedicato.