#myperfectsummer

La materfamilias quest’estate ha trascorso meravigliosi momenti di relax.
Ha dormito almeno 12 ore per notte, non ha lavorato più di due ore al giorno, ma solo per brevi aggiornamenti via mail e skype: lei si che sa delegare.
Dopodiché, ospite in una nota località balneare VIP della Toscana, si è diretta, pedalando mollemente la sua bici d’antan, alla spiaggia, dove ha trascorso ore di ininterrotto silenzio prendendo il sole, nuotando nel mar Tirreno e sbocconcellando per pranzo insalatone miste e dietetiche, osservando con malcelato disgusto chi si abbuffava di fritture miste e spaghetti alle vongole.
L’Infanta è stata accudita da una squadra di tate bilingue e nutrita esclusivamente di cibo biologico.

Nel frattempo, il babbofamilias, trattenuto nella Città Grande per badare alla concordia della cittadinanza e tutelare sul rispetto delle leggi (come Ratman), non si è trovato a dover fare praticamente nulla e ha goduto della nostra tenuta alle porte della città, occupandosi del giardino e dell’orto non per necessità ma per diletto, come un lord inglese durante la villeggiatura. Nel frattempo ha frequentato amici e parenti e si è concesso qualche fuga dal

Adesso che la mammafamilias e l’Infanta sono tornate a casa, l’armonia si aggira per le stanze, tutto è tranquillo e mentre le domestiche e le cuoche si aggirano per casa operose e serene come api, la materfamilias amministra sobriamente e diligentemente tutto questo, come in una puntata di Downton Abbey.

I nostri due eterei personaggi, così felicemente ristorati da un’estate fresca e riposante, proprio non si spiegano le ragioni di cotante occhiaie.

Passeggiate di Pasquetta

Questo è un bel giro che si fa partendo dalle Grazie di Portovenere, luogo favoloso e molto ligure, prima delle cinque terre, ignoto alle mandrie di turisti e dunque a me caro.
Abbiamo fatto il giro corto: un paio d’ore, io con l’Infanta in spalla (Ergobaby santo subito)


Disclaimer: la materfamilias non riceve denari dalla proloco delle Grazie ne’ tantomeno dalla proloco dell’Ergobaby pur essendo convinta che queste due realtà sono di grande valore e meritevoli di menzione speciale.

III – Da Grenoble a Milano, in treno. Ultima puntata.

Dopo una domenica di relax di cui abbiamo già parlato, con incontri ravvicinati con le colleghe e amiche vacche, abbiamo prenotato e acquistato un biglietto ferroviario per tornare a casa, io e l’Infanta, l’Infanta ed io.
Lunedì mattina ci è toccata una sveglia all’alba, ma tra la colazione, le ultime cose da raccogliere, i saluti, non è stata abbastanza presto, perché abbiamo comunque dovuto correre, prima nel traffico congestionato di una città il primo giorno della settimana, poi per acchiappare il treno al volo. Meno male che l’amico D è atletico: è riuscito a bloccare il treno affinché una mamma con bimba, zainetto e gamba di legno (la mia tendinite non è che fosse proprio migliorata a forza di passeggiate alpestri) riuscisse a tornare in madrepatria.
Mi ricordo la prima volta che ho preso il treno con l’Infanta. Aveva poco più di tre mesi e siamo andate in Toscana. Ha dormito tutto il tempo. Prima di partire avevo cercato un vademecum sui viaggi in treno con bambini piccoli. Sorprendentemente, internet è saturo di articoli e blogger che parlano di come andare in aereo con i figli appresso, ma sono pochissimi quelli che scrivono su come andare in treno. Comunque, la prima volta è stata abbastanza facile. L’Infanta era in versione mini, in pace col mondo, ha dormito quasi tutto il tempo, per poi concedersi una piccola poppata, per poi fare la cacca, per poi riaddormentarsi fino a casa dove è stata debitamente sistemata: per quanto sia una mamma sciolta e disinvolta, il cambio sul sedile del regionale affollato me lo sono evitato volentieri.
Questo giro è stata un’altra storia. Sono partita armata di pain d’epices (ossessione dell’Infanta, che lo ha dichiarato suo cibo preferito in assoluto… Talis mater…) , acqua, pannolini U&G (quelli francesi sono meravigliosi: la mutanda pull-up non è una cosa da ricchi, è la norma. Avrei dovuto farne scorta.), niente giochini ma tanta pazienza.
Ebbene, la pazienza, in un mezzo di trasporto in cui si può camminare su è giù, è la chiave.
Dopo la prima tratta su un regionale che spiccia casa ai nostri e non lo dico per essere esterofila, ma i treni da noi sono veramente lo specchio di un paese che bene non sta, abbiamo trascorso un’oretta nella stazione di Chambéry: niente da segnalare se non un pianoforte a disposizione di chi lo vuole suonare, trovata pubblicitaria okkei ma trovata pubblicitaria con le palle e enormi poster che dicevano qualcosa che ho tradotto come “I Bombardieri hanno costruito il vostro treno”. Sono aperta a spiegazioni, il mio francese è praticamente inesistente e tale dicitura mi ha lasciata alquanto interdetta. Al limite proverò a cercare risposte su google.
Quando è arrivato il TGV, sono salita. Ho trascorso un breve momento di panico in cui non sono riuscita a trovare il mio posto, che poi mi è stato pietosamente indicato dal controllore, che dall’espressione disperata che avevo sul volto deve aver intuito il mio dramma, ovvero la sottile e persistente sensazione che iniziava a farsi largo dentro di me: aver sbagliato treno. Fugato ogni dubbio abbiamo trascorso il viaggio tranquillamente. Non ho più preso un treno veloce da quando è nata l’Infanta, ma sul TGV c’è un bagno apposito in cui c’è solo il fasciatoio. Grosso punto a favore.
Per quanto riguarda questa esperienza, che è stata coronata da un sonnellino congiunto madre-figlia che ha ridato nerbo alla mia fibra stanca, la chiave è stata la pazienza, i giretti, le canzoncine e una buona scorta di cibi. In linea di massima è stato più facile di un qualunque lungo viaggio in macchina.
Il Babbofamilias è venuto a prenderci e siccome eravamo in zona (il TGV arriva alla stazione Garibaldi), siamo stati al nostro take away indiano preferito, davanti al Frida, dove l’Infanta si è esibita in una prova da vera babycosmopolita assaggiando tutto. Perché questo autosvezzamento lo abbiamo preso davvero sul serio.
Poi abbiamo preso un tram che di solito non prendiamo, abbiamo fatto un pezzo a piedi e siamo arrivati.
E ritrovato il nostro letto, abbiamo dormito.
Viaggiare è una cosa bellissima, soprattutto perché poi, dopo poco o tanto tempo, si torna a casa.

II – Siamo a Grenoble

Mi piace questo diario retrospettivo, in cui devo fare uno sforzo di memoria, a distanza di quasi una settimana, per rimettere a posto i pezzi e ricordare che cosa abbiamo fatto, che cosa abbiamo visto e come mi sono sentita.
Fa tanto mémoire.
Venerdì scorso ci siamo svegliati in un letto diverso dal nostro, abbiamo fatto colazione e lavato le tazze in una cucina diversa dalla nostra e siamo usciti a passeggiare, senza meta, in una città diversa dalla nostra, spendendo così il resto della mattinata che era avanzato alla colazione e al lento risveglio.
Grenoble è facile da girare a piedi, è una città piccola e senza saliscendi.
Mi ero ripromessa di informarmi, organizzare e programmare il come e il dove e il cosa vedere, ma ovviamente a ridosso della partenza non avevo ancora letto nulla, a stento avevo messo insieme quattro paia di mutande, per cui la mia unica preparazione è stata una rapida lettura della pagina wikipedia dedicata alla città. Se la leggete, scoprirete che Grenoble è stata famosa per essere una roccaforte militare e per essere la patria del Boiardo, l’ultimo dei cavalieri, quello rimasto proverbialmente noto come “il cavaliere senza macchia e senza paura”. Un personaggio storico che sembra uscito da una fiaba.
E in effetti Grenoble è fiabesca: attraversata da due fiumi, circondata dalle montagne e dall’altipiano, con la vista in lontananza del Mont Blanc coperto dalle nevi perenni.
Quando è stata ora di pranzo siamo tornati a casa per cucinare e riposarci – i nostri amici e ospiti lavoravano – ma prima siamo passati a fare la spesa e devo dire che i supermercati francesi sono davvero notevoli per qualità, varietà e prezzi: sarà che sono abituata male a Milano.
Con una bambina piccola non si possono fare maratone (troppo) estenuanti per cui siamo rimasti a cuccia fino alle tre del pomeriggio, circa, quando abbiamo preso di nuovo le gambe e siamo tornati a spasso: ci siamo concessi un giro sulla teleferica, fino alla Bastiglia.
Un consiglio, se mai ci andrete: non fate il nostro stesso errore e non comprate anche il ritorno, perché scendere a piedi è bello e piacevole, un’immersione nella vita locale, i Grenoblesi adorano correre su e giù per i sentieri che portano alla fortezza e c’è anche un giardino/orto da scoprire. Abbiamo camminato talmente tanto che le mie sbagliatissime sneakers da 15 € si sono rivelate in tutta la loro disastrosa inadeguatezza, facendomi venire una mezza tendinite al piede e facendomi maledire una volta di più la mia taccagneria. Nunca mas. Il risparmio sulle calzature, già abbondantemente condannato, è stato definitivamente abolito. Anzi scarpe vecchie, anzi scalza che con ai piedi certi strumenti di tortura.
Siamo arrivati all’ora di cena, sfatti, abbiamo cucinato, cenato con l’amica A e poi usciti alla volta della Salle Noir, quartier generale dei Barbarins, per portare all’amico D, impegnato per l’inaugurazione della serata, beni di prima necessità che un manager-barista-tuttofare può dimenticare a casa in una serata molto importante: la brillantina e il deodorante.
Bevuta una birretta e conosciuti i membri del gruppo, siamo tornati a casa, un po’ perché oggettivamente troppo stanchi per divertirci, un po’ perché l’Infanta non sarebbe potuta rimanere. I francesi sono attenti ai piccoli e non si può portare i bambini a concerti che superano un tot di decibel se non sono dotati di un casco antirumore.
E alla Salle Noir avevano solo i tappi.
Sabato: giornata tersa. Pare, stando a numerose testimonianze, che siamo stati i primi ospiti a beccare il bel tempo. Per cui abbiamo messo insieme un lauto pranzo al sacco a base di prosciutto (che si compra a fette e non a etti: cioè tu dici “Vorrei sette fette di cotto grazie” e non “un etto e mezzo”. E la cosa mi ha abbastanza sconvolto), formaggio, baguette fragrante, banane e acqua del rubinetto (che è buonissima, perché ehi, siamo in montagna). Scarponcini allacciati stretti per contenere i miei piedi doloranti, zainetto e una lunga strada tortuosa, in macchina fino all’attacco del sentiero. Abbiamo fatto una lunga passeggiata in montagna, fino a un laghetto in alta quota. Tanta gente, ma rispettosa e tranquilla, cani liberi, bambini portati – per una volta l’Infanta non è stata l’unica in spalla. Poi siamo tornati e il Babbofamilias è ripartito, perché dovete sapere che sta facendo un corso per diventare Istruttore di Mazzate ed essendo un affar serio, ha dovuto prendere la via e abbandonarci al nostro destino e a un rientro in TGV. In tale contesto paesaggisticamente glorioso, la Materfamilias che sarei io sente un estremo desiderio di tornare a fare foto con uno strumento più adeguato del proprio smartphone. Prima di Natale voglio tornare a possedere una macchina fotografica degna di tale nome.
Domenica: io, l’Infanta, D e A ripetiamo l’esperienza montanara ma sull’altopiano del Vercor, dove voglio tornare e tornerò sicuramente a fare sci di fondo, con passeggiata molto più pigra causa miei piedi e generalizzata stanchezza, con visita a fattoria di mucche felici e vista su colli verdissimi e paesaggio da cartolina.

Il mio viaggio in treno del lunedì mattina, Infanta e tutto, con le lezioni da non dimenticare quando si va in treno con una bambina piccola ve lo racconto un’altra volta.

Carteggi mattutini

Quando siamo lontani, io e babbofamilias intratteniamo una furiosa corrispondenza via messaggio su whatsapp. Se fossimo ancora ai tempi di carta e penna, avremmo un abbonamento alle poste, perché ci piace scriverci più che telefonarci e stare in silenzio più che parlarci e parlarci solo quando le cose sono carine o importanti o buffe.

Stamani, evidentemente esacerbato dalla solitudine, babbofamilias tenta di insidiarmi con una serie di messaggi che riporterò in versione edulcorata e sintetica per non impressionare i Posteri e i Contemporanei.


 

BF (h. 9.30 del mattino): “Mi sono appena risvegliato da un sonno agitato da esotiche e sudaticce immagini oniriche di cui tu eri la discinta protagonista”

MF (che non si è nemmeno pettinata e esibisce delle occhiaie da record perché l’Infanta ha lo scatto di crescita e non c’è un momento di pace nemmeno a pagarlo oro zecchino): “Non vorrei smontare i tuoi sogni di uomo che fa l’uomo ma sono sveglia dalle 7, ho già pulito una cacca, un rigurgito, uno yogurt appiccicoso versato sul tavolo e doviziosamente spalmato su tutto il piano. Ho spazzato, allattato e per miracolo sono riuscita a mangiare un biscotto e ingollare una tazza di tè. Adesso sto facendo fare colazione ai pupazzi, voci e tutto, mentre nostra figlia mi ignora per strofinare il pavimento con il suo bavagliolo”

BF:”Ahahahah.” (risata, o disappunto?)

MF: “non temere, come insegnano le discipline newage che hanno fatto propria la teoria della fisica quantistica senza capirci un cazzo, il tempo e lo spazio sono un’illusione, per cui in un universo e in un tempo parallelo, stiamo bibblicamente unendo i nostri corpi nell’antico rito dell’amor. Sappi che non sono impermeabile ai tuoi tentativi di seduzione e sei nei miei pensieri, quando ho tempo di pensare. Immagino che tu volessi iniziare una conversazione a sfondo erotico. Mi dispiace.”

BF: “Non preoccuparti. Avevo già concluso la meditazione riguardante il nostro congiungerci carnalmente”


 

Se fossi al cospetto della mia guida spirituale il maestro Obi Wan Kenobi e gli parlassi di codesto episodio, converrebbe con me che in un rapporto di coppia in cui c’è di mezzo un piccolo fardello di felicità, il senso degli humor è l’unica ancora di salvezza.

Storie di campagna, di famiglia e di casa

Siamo in campagna-quasi-montagna, da mio padre, che prima viveva in Veneto e adesso è tornato in Toscana e se ne sta in un piccolo borgo al di qua delle Apuane rispetto al mare.
Il paesello è un piccolo agglomerato di case di pietra (abbandonate per lo più) e case sparse (scarsamente abitate) popolato da personaggi caratterizzati da tratti inconfondibili, come l’anziana signora che ha ucciso una volpe a mani nude (come biasimarla, minacciava le sue galline) e in generale non è una con cui vorresti incrociare la tua spada laser perché la forza scorre potente in lei, un signore cieco che si aggira accompagnato dalla sua radiolina e dal ticchettio del bastone, il padrone del cane pointer innamorato della mia cagna Sanna, Il Moro, l’Orfea e come dimenticare mia zia sorella di mia mamma, suo marito e la mia cugina residua (sua sorella è partita ieri per la Grande Avventura Americana: passerà i primi sei mesi dell’anno scolastico negli Stati Uniti).
Tutto questo importante capitale umano forma un totale complessivo di sessanta anime, in cui mio padre e la sua compagna e la gatta Elisabetta sono “quelli di Venezia” o “i veneziani”. Quando si dice, la ricerca dell’identità.

Io l’Infanta e il cane Sanna occupiamo un piano della grande casa che mio padre abita con la sua compagna e la gatta: passiamo le giornate a passeggiare, dormire, mangiare.
Andiamo a fare la spesa, andiamo al bar del barbuto barista nato in Australia e poi trapiantato qui, che alleva cavalli e versa il bianco agli avventori bisognosi di una botta di vita alle dieci del mattino.

Seguiamo i ritmi naturali di una bambina di sette mesi e mezzo, che comportano:
sveglia presto (sette-settemezza),
passeggiata umida in bosco umido con scarpe chiuse perché qui Settembre è nettamente arrivato,
colazione (All’Infanta piace lo yogurt alla frutta. A futura memoria per quando rileggerò questi righi intenerita dal tempo che è volato eccetera eccetera)
giochiamo o leggiamo: abbiamo una bambola, dai capelli rossi e di nome Guendalina, fatta a mano dalla mia prozia Lucia, che era professoressa di scienze al Liceo Classico ma ha anche le mani d’oro. Guendalina detta Guenda è bellissima, ha un grembiule, un vestito blu, maglietta – con colletto di sangallo- e calzettoni a righe coordinati e anche i mutandoni a calzoncino. Abbiamo anche i libri della Nuvola Olga,
riposino, durante il quale mammafamilias cerca di fare quel che può per stare dietro alla blogsfera e coltivare i propri interessi da adulta
gioco e prove tecniche di gattonamento (quota quattro passi per raggiungere gioco/oggetto molto interessante: raggiunta)
pranzo
e così via…

Non ci annoiamo. Io non ho molto tempo per scrivere ma ne ho per pensare, e parlare con mio babbo, il babbofamilias originario, con cui ho trascorso troppo poco tempo in vita mia e per questo abbiamo bisogno ogni volta di conoscerci di nuovo un po’, di riguadagnare terreno e ascoltare i pensieri reciproci.
Il sangue non è acqua e andiamo d’accordo su molte faccende.

Per la prima volta da quando è nata l’Infanta, mi sento in vacanza.

Al mare, ai monti e a tutto quello che ci sta in mezzo

Siamo in terra natia.
Ovvero, al mare, ai monti e nel mezzo.
Massa è così, è una terra mista e angusta nella sua varietà.
Parlarne o meglio scriverne è complicato. Per me.
Tutto quello che ha il sapore dell’infanzia, della preadolescenza e di quella specie di calvario senza fine apparente che è stata l’adolescenza, è duro da digerire come un piatto di ghiaino di parcheggio di stabilimento balneare. Tanto per fare delle metafore argute e molto simpa.
Passo davanti al mio liceo giallo fingendo la disinvoltura di chi ha frequentato la scuola “da generazioni” e penso agli esami di maturità che ci si svolgono dentro. Mi viene uno stripizzone di pancia e allungo il passo andando oltre, faccio finta che quel sudorino freddo sia colpa dell’afa.
Sogno di ricevere badilate in piena fronte – si, proprio la scena splatter della pala conficcata nel cranio –  e cavarmela con una guarigione miracolosa in attesa di un’ambulanza pigra, che arriva ma io sono già pronta a tornare in pista, solo con una scenografica cicatrice degna di un personaggio di The Walking Dead (sarà uscito il numero nuovo?).
Vado al mare: nuoto per dieci minuti nell’acqua verde e gelida di Giugno, poi torno a riva, mi lavo il sale e mi asciugo. Questo è possibile, ovviamente, perché c’è qualcuno a tenere la creatura, siano quelle sante delle mie cugine le bionde, mia nonna ora bisnonna, mia mamma ora nonna, il babbofamilias.
L’infanta che soffre tuttavia di attacchi di mammite acuta in cui vuole me e solo me e soltanto me. Nonostante questo possa essere simpatico per qualunque ego materno che si rispetti, alla lunga può essere sfiancante.
L’infanta che per quel che gliene frega, mangia albicocca tagliata a metà, rigurgita yogurt, azzanna culetti di pane secco con le gengive che cominciano a dare segni di mutazione e protesta volitiva quando qualcosa non le va bene, vedi alla voce mammite. Mostra di avere carattere. Carattere di merda, come dice sua nonna con un gran sorriso, proprio come me, aggiunge orgogliosa.
Io tremo: se siamo a questi punti adesso, cosa farò al momento dei terrible two?
Potrei fingere un esaurimento nervoso e farmi rinchiudere in un istituto per il bene di tutti finché non è tutto finito.
Oppure abbandono la famiglia per darmi alla pirateria tornando dopo ventanni carica di tesori?
Ho letto troppe poesie tristi e troppi romanzi di Salgari in vita mia, quando ho queste fantasie risulta evidente.

La faccenda della casa, di contro, sta prendendo forma e anche questo salto verso un’ineluttabile età adulta mi turba non poco.
Mi piacerà vivere ai piedi di una collina, vicino alla via Francigena, accendere la stufa d’inverno, piantare un orto, rastrellare le foglie, inserire l’allarme quando esco e preoccuparmi dei gatti che stanno via anche per due giorni di fila?
Mi piacerà uscire di casa e essere in campagna ma a due passi dal paese, prendere il treno per andare in città, avere presumibilmente bisogno di una seconda macchina eccetera eccetera?

Nel frattempo.

Sento le amiche del liceo per organizzare incontri che regolarmente non si svolgono e magari un motivo ci sarà ma non è così simpatico pensarci e portare alla coscienza certe verità sul tempo che passa e il resto, cucino pic nic da portare in spiaggia, vedo la mia bimba crescere, incontro gente che mi dice “Stai benissimo, sei radiosa” mentre mi sento cicciona e ho dormito quattro ore, con conseguente boost di autostima. Rimando visite mediche, di rispondere a mail, di mandare curriculum, di appendere un annuncio per trovare lo scolaro da salvare per l’estate, per avere un bocciato in meno a settembre e qualche soldo di più da spendere in gelati. Desidero una terra illuminante-abbronzante per le gote lentigginose e per spendere per me stessa i pochi denari in mio possesso.
E devo andare a pulire un rigurgito.