Irresistibili ispirazioni del primo mattino

Sono le sette del mattino e una mamma fa quel che una mamma deve fare, ovvero approfittare del fatto che la casa dorme per riposarsi un pochino, cioè avere tempo per un blog, per esempio.
Come dicevo poco fa, quindi, soffiano venti di guerra soprattutto su facebook.
Io reagisco a modo mio, cioè facendo una dieta mentale e degli occhi.
Non sopporto la vista di cadaveri che non siano reali (dove per reale intendo presente e vicino a me. Ho visto cadaveri solo due volte nella vita e mi è bastato.), di ferite aperte, di arti mancanti. Ne sopporto a stento il pensiero. Faccio pace con me stessa mandando supporto reale (per quel poco che riesco) e empatia. La vista del sangue non è il mio mestiere e approfitto volentieri della rimozione degli aspetti cruenti dell’esistenza che la nostra società ha operato tanto efficacemente negli ultimi 50 anni trasferendoli in sale operatorie, allevamenti intensivi, reparti ospedalieri e paesi lontani. Sono vigliacca? Molto probabile.
Ma sto divagando.
Soffiano venti di guerra e io mi ritrovo a riscoprire una donna che è per me una fonte inesauribile di ispirazione infinita. Bell’iperbole, a rileggerla. Ma se la merita. Ha raggiunto il successo ben oltre i trent’anni, ed è un’artista.
È Amanda Palmer.
Mi piace perché è radicale ed esposta e mi fa pensare, mi fa pensare e mi smuove.
Non sono molte le artiste di cui si percepisce l’autenticità attraverso parole scritte, fotografie opere e omissioni, che mi stimolano senza farmi perdere il mio centro, cioè senza buttarmi in un vortice adolescenziale di emulazione che resta fine a se stessa e frustra la sottoscritta, che ovviamente non può diventare nessun altro se non se stessa. Cioè, non mi farei mai le sopracciglia come le sue, per intenderci. Ma la vorrei come vicina di casa, vorrei parlarle e in effetti ho dei dialoghi interiori con lei (come li ho con Jane Austen, J.K. Rowling, Claudio Rossi Marcelli e altri che adesso non mi vengono in mente).
È anche sposata con Neil Gaiman e ho detto tutto.
Andate a vedere il suo TED talk sull’arte di chiedere. Così poi ce lo sappiamo ridire. Io lo sto guardando adesso con una tazza di orzocaffè (la bevanda degli dei).

 


Aggiornamenti vari ed eventuali affinché se ne conservi memoria ad uso e consumo dei Posteri:

– L’Infanta mangia biscotti, pasta, pomodori, susine, branzini, gelato, pane, patata schiacciata, banana, carote, coniglio in umido e di fatto qualunque cosa passi sulla nostra tavola, senza farsi mai mancare la sua dose di latte umano. A volte mi prende l’ansia perché non ho comprato né letto mezzo libro o articolo sull’autosvezzamento, ma del resto non ho scelta: quando le preparo le pappe, si gira sdegnosamente in un inequivocabile rifiuto. Pastasciutta vuoi e pastasciutta sia.

– La succitata bambina si è lanciata dal letto, atterrando sulla schiena. Sei mesi e mezzo e saltare, chi lo avrebbe mai creduto possibile? Intanto i miei capelli bianchi hanno subito un incremento positivo: ventottanni sale e pepe, chi lo avrebbe mai creduto possibile?

– Ho telefonato alla mia professoressa del liceo di Greco e Latino, che entrava in classe facendo il segno “V” con indice e medio.
Vittoria?
V per Vendetta?
Le orecchie di un coniglio?
No.
Nel suo linguaggio dei segni significava un numero, o meglio, un voto.
DUE.
Aveva anche un altro motto, “Lacrime e Sangue”.
Un’insegnante meravigliosa, le cui indimenticabili lezioni sulla tragedia greca mi hanno scavato un solco interiore indelebile. Una delle quali si può riassumere nella frase: “Più bassa la caduta, più alta la risalita”.
Una donna che pur chiedendo il massimo, ci dava tutto, non si è mai risparmiata. Nelle ore più buie della mia orrida adolescenza, caratterizzata in quel periodo da una depressione anche abbastanza grave, ha dimostrato che le importava veramente. Di me.
Presto andrò a trovarla, da sola o con una delle Vecchie Glorie. Se lo merita, ma per davvero.

– Ho iniziato a guardare Orange is the new black e sono nel tunnel. Ho iniziato a leggere Marvel 1602 di Neil Gaiman e sono in un altro tunnel, questa volta fumettistico. Ci si risente quando ho terminato il mio consumo scellerato di questi prodotti della moderna industria culturale.

Vecchie Glorie

Allora, ho rivisto le mie amicissime delle medie e dei primi anni del liceo.
E una di loro, durante questo soggiorno marittimo con figliola, la sto pure frequentando.
Queste tre persone, queste tre bimbe-ragazze-donne, rappresentano una grossa fetta della mia educazione sentimentale. Siamo state testimoni reciproche della nostra crescita e evoluzione in quel bel periodo di merda (parlo per me) che è stata prima la preadolescenza e poi l’adolescenza vera e propria, quel gioco al massacro che sono le medie e poi il liceo. Il fatto che loro l’abbiano vissuto in maniera meno traumatica è evidente perché loro si ricordano cose che io ho rimosso. Ma ogni uomo, in questo caso ogni bimba-ragazza-donna, è un’isola e magari io mi ricordo cose che loro hanno rimosso e viceversa. Ci sono momenti a cui semplicemente non si vuole pensare più, li abbiamo vissuti con i nostri contorni talmente sfocati che era abbastanza così, non c’erano le forze per ricordarsene anche. 

L’amica bionda ha ancora tre esami prima di diventare archeologa a pieno titolo e vorrebbe continuare a studiare queste piacevolezze. Per vivere insegna greco e latino alle suore e ai preti in un istituto religioso, suona e insegna il pianoforte e sta molto meglio adesso di quando stava preparando l’esame per diplomarsi al conservatorio, tre anni fa, l’ultima volta che l’ho vista. Porta il caschetto invece dei suoi leggendari capelli lunghi. 
Ha salutato mia figlia esclamando “Ma tu, indossi un monile!“, riferendosi alla collanina d’ambra dalle mistiche e misteriose proprietà taumaturgiche che ogni mamma bioecobio conosce a menadito. Quest’unica frase ha riportato a galla momenti sepolti, pomeriggi trascorsi a ignorare il sole là fuori per scrivere romanzi, perché noi si puntava in alto, a ridere (ma alle lacrime) leggendo la vergine cuccia del Parini e altre poesie che non mi ricordo, forgiando il nostro immaginario per sempre, e in generale a essere delle Geek ante litteram, poi lentamente perdersi di vista a poco, ognuna concentrata nella definizione del propri bordi.
Rivederla, parlare e sapere che sta bene, sapere che esiste, che insomma vive e lotta in un universo di senso che non è poi così alieno al mio, perché viene dallo stesso ceppo, mi provoca sentimenti contrastanti: uno struggimento senza fine per la voglia di tornare a frequentarla nella consapevolezza che al momento non si può fare misto a una tranquillità serafica per i motivi di cui sopra, ovvero sapere che lei se la cava e se la caverà cascasse il mondo.

L’amica bilingue era praticamente la mia vicina di casa quando abitavamo sulla collina, con tutto quello che questo comporta, tipo andare a scuola a piedi insieme per anni.
Non c’è molto da dire su li lei, è bello saperla tornata a casa, in tutti i sensi, sapere o meglio sentire che ha questa chiarezza adamantina intatta su chi è e cosa vuole, sui suoi processi interiori, sul suo intuito, sulla sua anima. Non so quale prezzo segreto lei paghi per tutto questo, ma io le auguro che sia gratis.

L’amica ricciola ha avuto un duro colpo, perché dodici esami e una laurea in medicina in un anno possono fiaccare lo spirito e il corpo dei migliori atleti, ma si sta ripigliando, perché lei le cose le fa con cura e con grazia e con determinazione. Vuole costruire una casa di legno, sposarsi, avere bambini, lavorare. Siamo tanto diverse nella forma ma così uguali nella sostanza. Sarà che siamo nate a dieci giorni giusti di distanza. E ho fatto la rima.


 

Ho iniziato a scrivere questo post quasi una settimana fa, nel frattempo ne sono successe di cose:

– C’è una guerra orribile in corso, come sempre succede nel mondo da qualche parte. È brutale e la gente muore. Controtendenza, cerco di pensarci il meno possibile perché faccio la dieta dei cattivi pensieri e non sopporto l’angoscia di tanta immedesimazione. Compenso: ringraziando i nostri predecessori, nonni e bisnonni, che hanno vissuto le stesse cose al posto nostro, proprio qui nei luoghi dove sono/siamo adesso.

– La famiglia mi mette sotto pressione. Prossimo anno, isola.

– A momenti perdo il cane tredicenne di mia mamma nel bosco, durante una passeggiata del cuore tra i faggi, su su fino a vedere il mare. Sarebbe stata una morte onorevole per lui che è una specie di leggenda a quattro zampe, ma credo che avrei avuto dei problemi a farci la pace nel breve periodo. Ma tutto è bene quel che finisce bene.