Ciao, è passato quasi un anno

Ebbene.
Ne sono successe di cose.
S’è imparato molto (come si accende un mutuo? come si fa a sopravvivere con un’attività in proprio e la p.IVA, una gravidanza in corso, una bambina di meno di tre anni e una vita? come si fa a traslocare in Luglio con una panza di sette mesi? come si fa a smontare un trasloco con una panza di otto mesi a agosto? e via di quesiti esistenziali), e per impararlo, si è fatto tutto.
Niente studio preventivo, per noi, tutta esperienza sul campo.
Ora so cos’è l’olio paglierino, perché la nuova casa ha le porte di rovere e abbiamo dei mobili di legno di quelli che di solito hanno le persone adulte, bellissimi.
Ora so come si pota un glicine, perché non vorrei mai essere sopraffatta dalle fresche frasche.
Ora so cosa vuol dire far mettere la messa a terra a una casa dall’elettricista.
Ordinare la cucina all’Ikea, gioire perché abbiamo una lavastoviglie, signori miei!
E la soddisfazione di sistemare in bell’ordine le proprie porcellane nella vetrina, usarle tutti i giorni, scoprendo con un certo stupore che c’è una coerenza estetica che le unisce, farsi venire gli occhi umidi perché quasi tutto proviene dalla collezione di nonna.
Insomma.
Tra il lusco e il brusco ho compiuto trent’anni, la vita mi mette alla prova probabilmente perché ritiene che io sia sufficientemente giovane e forte e adulta.

È passato quasi un anno, l’anno scorso non lo sapevo, ma tra una settimana partorisco.

Storie di – catarsi

Questo è un piccolo post in cui mi sfogo un attimo.
Ogni tanto ho bisogno di una catarsi anch’io.
È doverosa una piccola captatio benevolentiae, nel senso che io sono tendenzialmente contraria all’internet come luogo in vomitare le proprie angosce e frustrazioni, ma è anche vero che un internet in cui ci mostriamo proprio sempre rose e fiori, in cui tutto va bene, tutto è ok, tutto va alla grande… che palle.
Allora, comincio un elenco in cui elenco, appunto, le cose che mi sono state antipatiche in questi giorni.
Perché questa è casa mia, e io può.

  • in pole position ci metto la veterinaria di rimpiazzo del mio cane Sanna, che ha una brutta formazione strana sulla zampa, cosa di cui non ho voglia di raccontarvi al momento ma ragione per cui ci siamo ritrovati nel suo ambulatorio, con un caldo da rivolo di sudore sulla cotenna della schiena, con Infanta al seguito, tra l’altro poco prima dell’orario di pranzo. Ma non ho da ridire su come ha trattato il cane (sulla parcella, qualcosa avrei da commentare, ma me lo tengo per me), quanto sul modo veramente stronzo in cui ha cercato di rifilare agli astanti il dono che le ha portato una signora: un sacchetto pieno di cose colte dall’orto. Cara veterinaria, a costo di fare 100 km, nel tuo ambulatorio noi non ci mettiamo più piede.
  • Quelli che su facebook sputano sentenze sulla vita, sull’essere e sull’avere, le perle di saggezza insomma, avete capito: amici cari, relax. Per quanto tentiate di far credere al mondo di essere illuminati, nessuno ci crede comunque. Lo stesso dicasi per i messaggi cifrati, le frecciatine.
  • il fatto di aver lasciato la macchina fotografica in Toscana e avere in programma una gita al fiume Trebbia per questa domenica.
  • il mio vicino di casa. Gli venisse un po’ di bene.
  • I criminali che infestano la città di Milano e costringono il Babbofamilias a massacranti turni a tutela dell’ordine pubblico e della comunità. Ma non andate in vacanza MAI?!
  • la telecom e i suoi cavilli

Per ora ho finito.
Pensavo di averne di più: scrivere è terapeutico, c’è poco da fare.
Mi sento meglio.
Ciao.

Storie di: a perfect weekend

Metti amici che non si vedono da mesi, a volte anni, che abitano di qua e di là dalle Alpi e ai quattro angoli della Nazione (totale: otto persone, più Infanta, più Kubetto in panza), tutti con questa Siena che fu tipo denominatore comune, metti camminare per Milano come se fossimo una grande famiglia in cui non si capisce chi sta con chi, una carovana fatta di donne incinte, passeggini agili ma fino a un certo punto, bambine che vogliono attraversare la strada affollata di tram anche se hanno 18 mesi ancora da compiere, bambine che fanno subito amicizia con le amiche storiche della mamma, metti una grigliata col temporale (perché la Svezia ci ha cambiato molto più profondamente di quanto potremmo mai ammettere, ma almeno noi si mangia in casa, ma con la luce accesa perché il tempo è proprio da lupi), metti una Coccipalla e l’Infanta che probabilmente penserà che alla fine un Natale a Giugno non è così male, metti una stanza degli ospiti, metti riuscire comunque a sistemare la credenza, cambiare posto alle piante in cucina, fare le lavatrici, dormire come un sasso (perché prendere la metro ti rende stremata). Metti insieme tutte queste cose, avrai il weekend perfetto.

La mammafamilias pensa, la mammafamilias fa – Random Spring Rambling

Sono successe un po’ di cose.
Mentre la natura fa il suo corso e la primavera esplode, come si evince dalle illustrazioni, anche la vita va avanti.
Ho iniziato il programma di Konmari di riordino e decluttering radicale e mi sento come se stessi facendo una dieta disintossicante: dire che mi sento bene sarebbe una bugia, ma ho la netta sensazione che quando avrò finito, starò meglio.
Quello che il metodo mi sta trasmettendo, per il momento, è una connessione profonda con gli oggetti che mi circondano e il loro valore.
Per ora sono alla primissima fase: gli abiti e gli accessori.
Ho pianto calde lacrime nel separarmi da alcuni vestiti (e anche da certe scarpe), per i ricordi che hanno suscitato, ma lasciarli andare per tenere quelli che vanno bene per il momento presente è benefico, quasi salvifico. Tengo solo quello che mi piace e che mi sta bene, che non mi stringe e non mi fa male (scarpe e sandali).
Ho cambiato lo sguardo verso le cose che mi circondano: mi guardo intorno e vedo oggetti pronti a entrare al mio servizio, silenziosi come un piccolo esercito, ma per la maggior parte inutilizzati e dimenticati, dormienti, privati del loro valore.
Cerco di capire, attraverso un processo di intuizione profonda, quasi spirituale, di cosa voglio/ho bisogno di circondarmi. E del resto, voglio disfarmi. C’è chi sostiene che questo libro ha dei bias culturali troppo forti per essere applicato al nostro mondo occidentale e al nostro stile di vita, ma l’animismo tipico del Giappone di cui è intriso ha avuto una risonanza molto profonda dentro di me, sto ritrovando un modo di guardare il mondo puro, simile a quello che avevo da bambina, quando parlavo alle mie cose e alle piante del tutto spontaneamente.
Per ora ho sistemato solo l’armadio ma gli effetti cominciano già a propagarsi per il resto della casa e dentro di me.
Ho la sensazione di essermi lasciata confondere negli ultimi mesi, e aver perso di vista quello che voglio fare (essere) veramente, sotto la spinta dell’urgenza e della sopravvivenza (il trasloco, le ustioni dell’Infanta, i soldi che non bastano mai, la ricerca di un lavoro, trovare il suddetto lavoro, capire che forse non è cosa, chiedersi: ok e adesso?). Non c’è stato tempo per me, per vedermi e “sentirmi” davvero: sono arrivata al punto di non riuscire a prendermi cura di nulla, nemmeno di me stessa.
Ho perso tantissimo peso, io, che mai sono stata un fuscello. Dovrei essere contenta (?) ma vedermi con la faccia scavata e con i pantaloni che mi cascano non mi ha fatto piacere. Preferisco avere un corpo pieno ma forte, magari perché (finalmente?) riprendo a muovermi, che essere magra ma fiacca e molliccia.
Poi, mi è arrivata una notizia che ha avuto un effetto tipo trave di acciaio tra naso e bocca. Tramortente.
Mi hanno preso per il programma C to work.
E comincio lunedì. Vi aggiorno, promesso: faccio la figa ma ho le farfalle nella panza e l’agitazione da primo giorno di scuola addosso.
Questo significherà tante cose: nido all’improvviso per l’Infanta e uno spazio per crescere in una direzione “giusta”, “mia”, in cui agguanto invece che lasciarmi agguantare dalla vita e brancolare in questa specie di melma (avete presente quando Willy il Coyote corre sul blocco tremolante di gelatina e non riesce a andare avanti? Io mi sento così.) in cui non solo devo contare il centesimo, arrivare al venti del mese e pensare che forse la carne è un alimento sovrastimato e anche gli alimenti biologici, chevvuoichemalecifacciano i pesticidi, ma mi sento, soprattutto, alla soglia dei trenta, due lauree alle spalle, diciamocelo, un filo sprecata. Voglio mettere al servizio del mondo le mie competenze e ricevere il giusto compenso economico per questo. È chiedere troppo?
Tuttavia, alla luce di questa nuova esperienza in nuce, si pongono dei problemi pratici, tipo andare dalla parrucchiera dopo mesi di latitanza e magari comprare un paio di scarpe giuste e nuove, perché le doc Martens basse sono fichissime ma è quasi estate l’outfit (o meglio, la divisa… la mammafamilias si veste quasi sempre uguale) va aggiornato, head to toes. E anche diserbare il polpaccio rimasto allo stato brado per tutti questi mesi invernali.
Sono problemi che risolverò lunedì, prima di mezzogiorno.
Ora vado a montare i cassetti nuovi dell’armadio e poi a recuperare l’Infanta dai nonni, che oggi avevo bisogno di solitudine per studiare per il concorso, fare ordine, scrivere qui, stare con i cani e il silenzio, insomma quelle piccole preziose cose in orario diurno che chi è mamma full time sa, non sono affatto scontate.

Scene da un inverno appena trascorso (II)

E quindi… nulla.
Noi viviamo qui.
A circa 30 minuti dal Duomo di Milano.
Quest’anno è partito in salita (come gli anni scorsi, del resto), ma esserci trasferiti qui è stata sicuramente cosa buona e giusta.

Storie di scatoloni

Scrivo dal soggiorno vuoto, c’è solo il divano, il tavolo e le seggiole.
La casa poco a poco si svuota, facciamo la cernita delle cose da conservare e quelle da regalare o buttare, io oppongo fiera resistenza a aprire le scatole in cui conservo diari, biglietti, cartoline, in una parola i miei ricordi, nel frattempo passo in rivista in miei maglioni e decido di tenerli tutti.
Le librerie sono smontate da una settimana, ormai, gli scatoloni si accumulano nel ripostiglio della casa nuova mentre quella vecchia resta sempre più spoglia.
Cammino per il mio quartiere, strade che amo e che ho amato in questa Milano che sento sempre un po’ in prestito e dico la verità mi viene un po’ il magone.
Questa è una casa che abbiamo voluto e amato, nel suo essere sgarrupata, con gli impianti in disordine e la caldaia a singhiozzo, con il suo sottotetto e il suo terrazzino, i vicini adorabili, il bar aperto fino alle due di notte, il bagno orrendo ma almeno hai qualcosa di concreto contro cui inveire, la cucina piccola, in cui ci si entra appena ma che se si vuole ci si sta fino in sei a mangiare attorno a quel tavolino striminzito, che diventa caldissima e d’inverno non  hai voglia di andartene più e ti prepari un’altro tè.
Penso che avremo bisogno di una seconda macchina, è inutile che mi trastulli nell’utopia del vivere in campagna come negli anni 40, a forza di carretti e biciclette, con la corriera che passa una volta ogni ora e la macchina come una cosa rara.
Sono nata nei decenni sbagliati?
L’Infanta dorme e mangia, lei non lo sa ma sta crescendo come un fungo, le spuntano denti nuovi, nuove espressioni e nuovi suoni, padronanza di movimenti che fino a poco fa non padroneggiava e modi sempre nuovi e sorprendenti di mettersi nei pasticci, un’idiosincrasia per il bagnetto, cui oppone fiera resistenza finché non si accorge di divertirsi.

Io ho tempo a stento per pensare, non leggo più, non navigo più su internet, per non sentirmi tagliata dal mondo ascolto i podcast di radiotre, che mi danno sempre quell’iniezione di nutrimento intellettuale di cui la donna dall’istruzione medio-alta può sentire il bisogno.
Incrocio le dita e spero di scrivere il prossimo post seduta a un’altro tavolo, situato in una stanza di un’altra casa, a una quindicina di chilometri da qui.

Tempo

La mammafamilias vorrebbe tempo.
Tempo per leggere, per guardare un film, per andare a nuotare in piscina, perché nuotare le piace moltissimo e le fa passare il mal di schiena.
Dormire, non importa.
La mammafamilias vorrebbe il tempo per sé, di cui fino a ieri ha letto solo nei libri femministi sulla questione di genere, che sembrava tutto giusto tutto vero ma anche tutto molto lontano, relegato in un futuro che non ti appartiene, che è di qualcun altro.
Invece la mammafamilias ha iniziato un nuovo lavoro, che non è quello che sognava da bambina ma non è nemmeno un call center, diciamo che è un compromesso accettabile, considerando che da qualche parte le finanze familiari da mesi in perdita costante andranno pur sanate.
Il Flylady-viaggio procede a rilento, ma con costanza da formichina vado avanti: appena mi sento pronta, procedo con un babystep successivo. Al momento sono arrivata agli hotspot. E i risultati piano piano si vedono, nonostante il trasloco infuri come un incendio a agosto. Trasferimento definitivo previsto per l’11 dicembre.
La mammafamilias tiene la barca pari, inforna e sforna, mescola sughi e sperimenta carpiati all’indietro per risparmiare quel centesimo cruciale sulla spesa, mentre l’Infanta cresce che sembra pagata, si nutre di tutto e di più, passeggia spingendo per casa il cesto dei panni e pretende di essere coinvolta nelle pulizie domestiche, per cui mi accompagna per casa armata di miniscopa e cencio pulito e strofina tutto quello che le capita a portata di mano, tra cui Cane Sanna e Cane Obi.
L’Infata a capodanno compie un anno e pensare che è tra un mese e mezzo mi fa venire voglia di sedermi e tremare le vene dei polsi.
Vado a vedere cosa c’è per cena, che al pranzo ho già provveduto.

Crisi rientrata? Storie di… un aggiornamento sulle ultime settimane.

Sono stati giorni densi.
Ho versato l’acqua sul mio computer adorato, al momento ancora in terapia intensiva presso tecnico apparentemente competente. L’angoscia mi attanaglia ma ho riesumato vecchio laptop, da cui vi scrivo, abbastanza compiaciuta da questo momento vintage, che nulla può, tuttavia, rispetto alla trepidante attesa dell’sms che mi comunicherà lo stato del paziente.
Un noto sindacato scolastico mi ha comunicato che le mie aspirazioni di supplente di terza fascia sono vane, perché le graduatorie sono chiuse. Per i prossimi tre anni. Ma posso sempre portare i curriculum alle scuole private che affollano questa meravigliosa capitale economica in cui in sorte mi è toccato di vivere. Il fatto che siano al 90% istituti cattolici non scalfisce i miei buoni propositi.
Ho avuto un contatto diretto con l’help desk di wordpress, che si è rivelato luogo di arcobaleni, unicorni e kindness tutta anglosassone, per poi scoprire che non ne avevo bisogno, bastava aspettare. Se nella vostra vita di blogger dovesse capitarvi di non riuscire nell’autenticazione in two-steps, semplicemente prima di farvi prendere dal panico aspettate.
L’Infanta ha avuto due denti spuntati nello stesso momento, secondo incisivo inferiore e primo incisivo superiore. Siamo ben avviate verso la formazione di un sorriso coi fiocchi. Se ci sono nonni impegnati nella lettura, questo è un comunicato ufficiale: i denti NON si vedono ancora. Ripeto, NON si vedono. Ogni richiesta di foto a tema non verrà evasa fino a data da destinarsi, i.e. quando si vedranno.
Ho litigato con mia madre come non succedeva da circa un anno e ho deciso che i nostri rapporti per essere più distesi dovranno farsi estremamente diradati. Dal momento che è un’assidua lettrice di questo spazio, non mi pare opportuno entrare troppo nel merito. Sappiate solo, cari posteri che da un futuro lontano leggete queste mie parole ritrovate da qualche cyber-archeologo, che dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno, da Omero a Leopardi, relazionarsi con la propria madre è un lavoraccio.
E quando si diventa madri diventa anche peggio.
Stiamo inscatolando e emotivamente è pesante.
Il nostro soggiorno viene lentamente impacchettato: i nostri libri, le suppellettili, i ricordi vengono sottoposti all’impietoso sguardo del Babbofamilias, che getta il superfluo con disinvoltura, mentre io devo tapparmi il naso e farmi violenza nel buttare via un orrido posacenere che qualcuno ha dimenticato qua anni fa o un pacchetto di sigarette che nessuno fuma più da ere geologiche.
Le bacheche dei gruppi di facebook in cui si cedono e si regalano oggetti sono intasate dai miei messaggi.
Questa domenica iniziamo a fare viaggi e a stipare le nostre cose nel ripostiglio della casa nuova.
Ma c’è una buona notizia: forse ho trovato un lavoro. Non è quello che sognavo da piccola, ma sicoramente mi permetterà di veleggiare un po’ più tranquillamente nelle acque torbide delle mie finanze.

Come scrivevo su twitter qualche giorno fa, vorrei davvero andare in letargo e svegliarmi a primavera.

Storie di una ragazza madre

Un weekend al mese, la materfamilias, che sarei io, si trasforma in ragazza madre.
Il babbofamilias è impegnato per un numero esagerato di ore sottopagate a tutelare l’ordine civile e la concordia tra i cittadini, per cui siamo solo io, l’Infanta, il cane Sanna, il cane Obi, il gatto Cuordileone, il gatto Pedro. Che se ci conti siamo in sei, quindi non proprio pochissimi, ma gatti – esseri superiori – esclusi, la materfamilias si ritrova a trascorrere 48 h come unico adulto di riferimento della situazione.
È massacrante.
Soprattutto l’aspetto psicologico, per affrontare il quale chiamo a raccolta tutti gli anni di pratiche spirituali cui mi sono volontariamente sottoposta, che a qualcosa finalmente servono.
Insomma, in onore di quella che al lavoro le disse “Ah, sei stanca? Vedrai quando diventerai mamma”, a cui è stato risposto un “Ehm… In verità sono già mamma…” con tanto di sorriso tirato, momento di imbarazzo e recupero in corsa della tipa con un acuto “Ma sei giovaniiisssssima” e la mammafamilias che pensa bella storia la mia canizie incipiente non è poi così incipiente, magari la tinta inizio a farmela non questo ma l’anno prossimo
Questi we di monogenitorialità forzata sono stati immediatamente battezzati “da ragazza madre” in onore di questa mia ritrovata gioventù.
Per ora ci siamo lasciati alle spalle un sabato denso di emozioni in cui io ho un pochino di depressione post-fine lavoro, con tanto di paranoie da epidemia (laviamoci ossessivamente le mani), paranoie da cosa sarà di me non arriveremo alla fine del prossimo mese per cui mando curriculum a cani e porci tra cui anche uno per un lavoro notturno (ma sono scema?), bicchieri rotti, dentini di sotto spuntati (ecco perché non si dorme più, ed ecco spiegata la tendenza alla paranoia: sonno insufficiente), raffreddori lasciati alle spalle, voglia di essere nella mia cameretta, possibilmente al buio, ascoltando Jeff Buckley in cuffia per poi guardare il favoloso mondo di Amelie in loop e poi da capo per x volte con paranoia per la bruciante consapevolezza che quel tempo è finito e mai più tornerà, passeggiate al parco Forlanini con cani che si riscoprono anarchici e vanno a correre nel campo da golf seminando il panico tra le golfiste (no, non siete fighe come Cameron Diaz in Tutti Pazzi Per Mary. Fatevene una ragione), esperimenti culinari con il mio regalo di compleanno (una figata mondiale, diciamoci la verità), desiderata di docce calde che durino più dei militari cinque minuti che mia figlia mi concede e un post indubbiamente catartico scritto in fretta e furia mentre l’Infanta svuota un armadietto e la mia borsa e viene tenuta in braccio e si dispera e io rimando il momento di metterci a tavola, perché mangiare da sola con la bambina fa tanto ragazza madre e mi intristisce un po’.

Domani: polpette al sugo in porto sicuro i.e. casa di amica single. Insomma d’ora in poi è tutta discesa.

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“Excuse me”…

Sabato mattina.
Siccome siamo una famiglia molto bio eco bio ma nelle ultime settimane non abbiamo tempo per il GAS, stiamo facendo la spesa ripiegando sul mercato.
Chiaro, ogni tanto l’Esselunga ci tocca, eh.
Ma i profumi i colori la caciara ci piacciono e poi intorno a casa (che sarà tale ancora per poco) ce ne sono quasi in tutti i giorni della settimana.
Sabato, dicevamo, c’è mercato in Valvassori-Peroni. Abbiamo comprato di tutto, tra cui due manghi e due avocado, chili di mele, patate, melanzane, susine. Un festival dell’abbondanza.
Arriviamo ai banchi del pesce, che si sa sono un trionfo, al mercato del sabato di Valvassori Peroni.
Io mi metto a scegliere la spigola gigante che avrei ficcato in forno quella sera in onore dell’amico che ha portato il babbofamilias all’ospedale quando ce n’è stato bisogno e a cui dovevamo una cena per lo meno sontuosa.
Discuto animatamente con il pescivendolo e acquisto anche due sogliole nostrali per il fabbisogno proteico della piccola.
Babbofamilias, Infanta dormiens in Ergo su schiena, trent’anni, pantalone corto nonostante sia quasi ottobre, capello e barba incolta, gigatatuaggio, pallore nordico e occhiaia tattica, si guarda intorno con l’aria aliena al mondo e alle cose che solo lui sa assumere. Chi mai direbbe che nel tempo dedicato al negotium costui è un tutore dell’ordine e della felice convivenza tra cittadini?
Di certo non uno dei pescivendoli, che dopo averlo studiato per un po’ con occhio da fine antropologo conoscitore di esotiche creature, gli si rivolge con un timido “Excuse me…” e poi dice a me, “Non siete insieme, vero?!”.

Insomma siamo pronti.
Io a tornare nel mio ambiente naturale, Napoli.
E lui nel suo.
Copenaghen.