Storie di una Daruma Doll

Sono successe tante cose.
Ho compiuto 29 anni, l’Infanta ha un molare che ci è costato lacrime sangue febbre e una sleep regression da panico, ormai corre in giro, ho festeggiato il mio secondo anno da mamma ma sottovoce come piace a me, in Grey’s Anatomy è successo di tutto e di più, ho lasciato il lavoro per l’Azienda, che poi era un lavoro per modo di dire ma vabbè, perché mi voglio concentrare su C to Work, che si sta rivelando una fatica e uno sforzo, ma uno di quelli che fai volentieri, come quando si va in montagna o a correre e hai quel momento che spezzi il fiato, il cuore batte forte, sudi da morire e dici oddio non ce la faccio, adesso torno indietro, ma chi me l’ha fatto fare? Ma poi le cose tornano al loro posto, la vista si schiarisce e ricominci a respirare, e puoi goderti la passeggiata fino alla fine perché il peggio è passato.

Comunque, una delle cose più belle che sono successe è che lo scorso weekend abbiamo avuto un ospite tramite il sito warmshowers, che è una specie di couchsurfing ma solo per chi viaggia in bicicletta.

Abbiamo ospitato Yuta, un ragazzo giapponese che ha finito l’università e a 21 anni sta attraversando l’Europa in bici, solo con la sua macchina fotografica, appoggiandosi alle persone a cui chiede ospitalità.
Ha un blog in cui racconta le sue avventure, soprattutto con le immagini, e il suo “logo” è una bambola Daruma, o Dharma.
Non sapendo cosa fosse, mentre lo accompagnavo in macchina alla stazione (gli ho proibito di andare a visitare Expo con la sua costosissima e bellissima bici da cicloturista superattrezzato), mi ha raccontato.
Le bambole Daruma servono a esprimere un desiderio.
Quando è nuova, la bambola ha tutti e due gli occhi bianchi. Esprimi il tuo desiderio, e colori di nero uno dei due occhi. Poi aspetti. Quando il tuo desiderio si è avverato, puoi colorare di nero anche l’altro occhio.
Io non ho una bambola Daruma ma credo di averne bisogno: i desideri in questo periodo si moltiplicano, e il bisogno di dargli una direzione, di trovare loro un nume tutelare a cui affidarli affinché finalmente si compiano e si liberino.
E io con loro.

10 tizie per caso (?) : storia dell’inizio di un nuovo inizio

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Quando entri in questo luogo, sembra di fare un salto nello spazio-tempo e ti proietti in un futuro in cui i sogni sono realtà, in un posto che se fossimo nel mondo di Harry Potter a dare un esame prenderebbe “Oltre Ogni Aspettativa”.
Una riserva di unicorni, un rifugio per sirene, ma anche una nave pirata, con un equipaggio fatto solo di piratesse, ovviamente.
La materfamilias, da lunedì, ha iniziato a andare lì tutti i giorni, per lavorare a un progetto che diventerà una cosa concreta e si spera anche utile, in cui potrà mettere a frutto gli anni di studio e le esperienze di una vita corta ma intensa.
La materfamilias si sente piccina picciò, sia per età anagrafica che per cose fatte, sente parlare le sue colleghe (si può dire colleghe? compagne? compari? socie? alleate?)  e si chiede “Ma io qui che minchia ci faccio? Ci deve essere stato un errore.”.
E se è stato un errore, ma magari non è stato un errore (avete presente in Totoro? “Era solo un sogno… Ma non era un sogno!!”) è stato un felice errore, per lei, che molla l’Infanta all’asilo alle amorevoli cure di due maestre che sembrano fatine, due porte più in là, a portata d’orecchio, e passa il resto del tempo a ascoltare parlare e soprattutto fare quello che le piace di più, cioè pensare e collegare le cose tra loro, oltre ovviamente a redigere i verbali e raccontare di se’ talvolta in maniere imbarazzanti e a sproposito.
Spesso, ascoltando o parlando, le viene il groppo in gola perché dieci, dodici donne intorno a un tavolo ed è subito autocoscienza, ma fa il famoso respirone profondo e grazie a anni e anni di feroce allenamento riesce a non avere bisogno dei fazzoletti ogni quarto d’ora.
Tanto per chiarire, si ride anche un mucchio.

La materfamilias, dicevamo, non è sola in questa impresa, ci sono altre nove tizie con lei, quindi totale 10 numero tondo e un po’ magico, come le dieci dita delle mani (e dei piedi), come le lune di una gravidanza, un uno che guarda uno zero e insieme fanno un universo di possibilità.
Alla materfamilias sembra di conoscerle tutte da sempre.
Ha quella sensazione un po’ metafisica un po’ niueig di averle già incontrate, le guarda in faccia e cerca di ricordare dove, apparte ovviamente l’amica di una cara amica (le coincidenze si sprecano), si chiede se si sono già viste, magari sul tram o alle poste, o in un autogrill quando prendi il caffè e ti scambi uno sguardo con la persona che fa la fila alla cassa con te, magari nel corridoio di un’università, a una manifestazione, a una mostra o forse non si sono mai viste ma non mettiamo limiti alla provvidenza e alla fantasia, perché da oggi fino all’estate la materfamilias è un unicorno, una sirena, batte bandiera pirata e del resto se ne impipa.

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La mammafamilias pensa, la mammafamilias fa – Random Spring Rambling

Sono successe un po’ di cose.
Mentre la natura fa il suo corso e la primavera esplode, come si evince dalle illustrazioni, anche la vita va avanti.
Ho iniziato il programma di Konmari di riordino e decluttering radicale e mi sento come se stessi facendo una dieta disintossicante: dire che mi sento bene sarebbe una bugia, ma ho la netta sensazione che quando avrò finito, starò meglio.
Quello che il metodo mi sta trasmettendo, per il momento, è una connessione profonda con gli oggetti che mi circondano e il loro valore.
Per ora sono alla primissima fase: gli abiti e gli accessori.
Ho pianto calde lacrime nel separarmi da alcuni vestiti (e anche da certe scarpe), per i ricordi che hanno suscitato, ma lasciarli andare per tenere quelli che vanno bene per il momento presente è benefico, quasi salvifico. Tengo solo quello che mi piace e che mi sta bene, che non mi stringe e non mi fa male (scarpe e sandali).
Ho cambiato lo sguardo verso le cose che mi circondano: mi guardo intorno e vedo oggetti pronti a entrare al mio servizio, silenziosi come un piccolo esercito, ma per la maggior parte inutilizzati e dimenticati, dormienti, privati del loro valore.
Cerco di capire, attraverso un processo di intuizione profonda, quasi spirituale, di cosa voglio/ho bisogno di circondarmi. E del resto, voglio disfarmi. C’è chi sostiene che questo libro ha dei bias culturali troppo forti per essere applicato al nostro mondo occidentale e al nostro stile di vita, ma l’animismo tipico del Giappone di cui è intriso ha avuto una risonanza molto profonda dentro di me, sto ritrovando un modo di guardare il mondo puro, simile a quello che avevo da bambina, quando parlavo alle mie cose e alle piante del tutto spontaneamente.
Per ora ho sistemato solo l’armadio ma gli effetti cominciano già a propagarsi per il resto della casa e dentro di me.
Ho la sensazione di essermi lasciata confondere negli ultimi mesi, e aver perso di vista quello che voglio fare (essere) veramente, sotto la spinta dell’urgenza e della sopravvivenza (il trasloco, le ustioni dell’Infanta, i soldi che non bastano mai, la ricerca di un lavoro, trovare il suddetto lavoro, capire che forse non è cosa, chiedersi: ok e adesso?). Non c’è stato tempo per me, per vedermi e “sentirmi” davvero: sono arrivata al punto di non riuscire a prendermi cura di nulla, nemmeno di me stessa.
Ho perso tantissimo peso, io, che mai sono stata un fuscello. Dovrei essere contenta (?) ma vedermi con la faccia scavata e con i pantaloni che mi cascano non mi ha fatto piacere. Preferisco avere un corpo pieno ma forte, magari perché (finalmente?) riprendo a muovermi, che essere magra ma fiacca e molliccia.
Poi, mi è arrivata una notizia che ha avuto un effetto tipo trave di acciaio tra naso e bocca. Tramortente.
Mi hanno preso per il programma C to work.
E comincio lunedì. Vi aggiorno, promesso: faccio la figa ma ho le farfalle nella panza e l’agitazione da primo giorno di scuola addosso.
Questo significherà tante cose: nido all’improvviso per l’Infanta e uno spazio per crescere in una direzione “giusta”, “mia”, in cui agguanto invece che lasciarmi agguantare dalla vita e brancolare in questa specie di melma (avete presente quando Willy il Coyote corre sul blocco tremolante di gelatina e non riesce a andare avanti? Io mi sento così.) in cui non solo devo contare il centesimo, arrivare al venti del mese e pensare che forse la carne è un alimento sovrastimato e anche gli alimenti biologici, chevvuoichemalecifacciano i pesticidi, ma mi sento, soprattutto, alla soglia dei trenta, due lauree alle spalle, diciamocelo, un filo sprecata. Voglio mettere al servizio del mondo le mie competenze e ricevere il giusto compenso economico per questo. È chiedere troppo?
Tuttavia, alla luce di questa nuova esperienza in nuce, si pongono dei problemi pratici, tipo andare dalla parrucchiera dopo mesi di latitanza e magari comprare un paio di scarpe giuste e nuove, perché le doc Martens basse sono fichissime ma è quasi estate l’outfit (o meglio, la divisa… la mammafamilias si veste quasi sempre uguale) va aggiornato, head to toes. E anche diserbare il polpaccio rimasto allo stato brado per tutti questi mesi invernali.
Sono problemi che risolverò lunedì, prima di mezzogiorno.
Ora vado a montare i cassetti nuovi dell’armadio e poi a recuperare l’Infanta dai nonni, che oggi avevo bisogno di solitudine per studiare per il concorso, fare ordine, scrivere qui, stare con i cani e il silenzio, insomma quelle piccole preziose cose in orario diurno che chi è mamma full time sa, non sono affatto scontate.