“Excuse me”…

Sabato mattina.
Siccome siamo una famiglia molto bio eco bio ma nelle ultime settimane non abbiamo tempo per il GAS, stiamo facendo la spesa ripiegando sul mercato.
Chiaro, ogni tanto l’Esselunga ci tocca, eh.
Ma i profumi i colori la caciara ci piacciono e poi intorno a casa (che sarà tale ancora per poco) ce ne sono quasi in tutti i giorni della settimana.
Sabato, dicevamo, c’è mercato in Valvassori-Peroni. Abbiamo comprato di tutto, tra cui due manghi e due avocado, chili di mele, patate, melanzane, susine. Un festival dell’abbondanza.
Arriviamo ai banchi del pesce, che si sa sono un trionfo, al mercato del sabato di Valvassori Peroni.
Io mi metto a scegliere la spigola gigante che avrei ficcato in forno quella sera in onore dell’amico che ha portato il babbofamilias all’ospedale quando ce n’è stato bisogno e a cui dovevamo una cena per lo meno sontuosa.
Discuto animatamente con il pescivendolo e acquisto anche due sogliole nostrali per il fabbisogno proteico della piccola.
Babbofamilias, Infanta dormiens in Ergo su schiena, trent’anni, pantalone corto nonostante sia quasi ottobre, capello e barba incolta, gigatatuaggio, pallore nordico e occhiaia tattica, si guarda intorno con l’aria aliena al mondo e alle cose che solo lui sa assumere. Chi mai direbbe che nel tempo dedicato al negotium costui è un tutore dell’ordine e della felice convivenza tra cittadini?
Di certo non uno dei pescivendoli, che dopo averlo studiato per un po’ con occhio da fine antropologo conoscitore di esotiche creature, gli si rivolge con un timido “Excuse me…” e poi dice a me, “Non siete insieme, vero?!”.

Insomma siamo pronti.
Io a tornare nel mio ambiente naturale, Napoli.
E lui nel suo.
Copenaghen.

Storie di campagna, di famiglia e di casa

Siamo in campagna-quasi-montagna, da mio padre, che prima viveva in Veneto e adesso è tornato in Toscana e se ne sta in un piccolo borgo al di qua delle Apuane rispetto al mare.
Il paesello è un piccolo agglomerato di case di pietra (abbandonate per lo più) e case sparse (scarsamente abitate) popolato da personaggi caratterizzati da tratti inconfondibili, come l’anziana signora che ha ucciso una volpe a mani nude (come biasimarla, minacciava le sue galline) e in generale non è una con cui vorresti incrociare la tua spada laser perché la forza scorre potente in lei, un signore cieco che si aggira accompagnato dalla sua radiolina e dal ticchettio del bastone, il padrone del cane pointer innamorato della mia cagna Sanna, Il Moro, l’Orfea e come dimenticare mia zia sorella di mia mamma, suo marito e la mia cugina residua (sua sorella è partita ieri per la Grande Avventura Americana: passerà i primi sei mesi dell’anno scolastico negli Stati Uniti).
Tutto questo importante capitale umano forma un totale complessivo di sessanta anime, in cui mio padre e la sua compagna e la gatta Elisabetta sono “quelli di Venezia” o “i veneziani”. Quando si dice, la ricerca dell’identità.

Io l’Infanta e il cane Sanna occupiamo un piano della grande casa che mio padre abita con la sua compagna e la gatta: passiamo le giornate a passeggiare, dormire, mangiare.
Andiamo a fare la spesa, andiamo al bar del barbuto barista nato in Australia e poi trapiantato qui, che alleva cavalli e versa il bianco agli avventori bisognosi di una botta di vita alle dieci del mattino.

Seguiamo i ritmi naturali di una bambina di sette mesi e mezzo, che comportano:
sveglia presto (sette-settemezza),
passeggiata umida in bosco umido con scarpe chiuse perché qui Settembre è nettamente arrivato,
colazione (All’Infanta piace lo yogurt alla frutta. A futura memoria per quando rileggerò questi righi intenerita dal tempo che è volato eccetera eccetera)
giochiamo o leggiamo: abbiamo una bambola, dai capelli rossi e di nome Guendalina, fatta a mano dalla mia prozia Lucia, che era professoressa di scienze al Liceo Classico ma ha anche le mani d’oro. Guendalina detta Guenda è bellissima, ha un grembiule, un vestito blu, maglietta – con colletto di sangallo- e calzettoni a righe coordinati e anche i mutandoni a calzoncino. Abbiamo anche i libri della Nuvola Olga,
riposino, durante il quale mammafamilias cerca di fare quel che può per stare dietro alla blogsfera e coltivare i propri interessi da adulta
gioco e prove tecniche di gattonamento (quota quattro passi per raggiungere gioco/oggetto molto interessante: raggiunta)
pranzo
e così via…

Non ci annoiamo. Io non ho molto tempo per scrivere ma ne ho per pensare, e parlare con mio babbo, il babbofamilias originario, con cui ho trascorso troppo poco tempo in vita mia e per questo abbiamo bisogno ogni volta di conoscerci di nuovo un po’, di riguadagnare terreno e ascoltare i pensieri reciproci.
Il sangue non è acqua e andiamo d’accordo su molte faccende.

Per la prima volta da quando è nata l’Infanta, mi sento in vacanza.

Se potessi, lo faresti e io lo so.

Arrivo un po’ in ritardo, come è per me consuetudine. Ci sono state di mezzo un po’ di cose e anche il primo post di un nuovo blog ha dovuto aspettare. La mia vita ultimamente è fatta così, di attese e lunghe lavorazioni. Vado un po’ a ruota libera e sicuramente fuori tema, ma è da un po’ che voglio dire queste cose a voce alta.

Su Facebook seguo un blog femminista, “un altro genere di comunicazione”.
È un luogo di confronto interessante e che propone uno sguardo critico su molteplici argomenti che riguardano, come dice il titolo, il genere e la comunicazione.
Questo giro viene presa in considerazione la recente campagna a favore dell’allattamento che è uscita un po’ ovunque sul web: http://projectbreastfeeding.com/

L’autrice, Enrica, dice: carina l’iniziativa, ma il maschio oppressore è sempre in agguato. E lo stesso, a grandi linee, dicono i commenti.
Il post è questo.
Leggendo l’articolo, sembra proprio che l’autrice non abbia mai allattato, non abbia figli, non abbia mai avuto un/una partner amorevole e disposto/a all’ascolto. Non dico che chi non fa un’esperienza non possa parlare della stessa esperienza altrui. L’empatia e la capacità di immedesimarci esistono per una ragione. Ma mi succede spesso, quando leggo gli interventi di queste autrici, seppur interessanti, di avere questa sensazione di compartimenti stagni, di maschi contro femmine, di esclusione e ghetto, di avere voglia di dare un giudizio tranchant per il gusto di farlo e perché cogliere le sfumature è sempre più complicato.

Partendo dal presupposto che nessuno può prendersi la libertà di decidere sul corpo di qualcun altro, mai e in nessun caso e a maggior ragione quando si tratta di un corpo di donna e si sta parlando di maternità, è pur vero che viviamo in società, gli uni vicini agli altri e che i consigli non richiesti, specialmente sui temi più delicati, sono all’ordine del giorno. Tra tutta questa gente che fa prendere aria alla bocca dicendo “dovresti fare così” “dovresti fare cosà”, ritengo che il mio compagno, sia uno dei pochi a cui posso permettere di avere un’opinione e pronunciarsi sul mio corpo, su quello che succede dentro e fuori questa casa che abito almeno temporaneamente – del resto siamo solo in affitto, come scrive la Szymborska. Questo pronunciarsi, avere voce in capitolo, possibilità di discutere e parlare non è gratis. Si paga con il rispetto e l’ascolto, con l’amore. Del resto, a conti fatti, al di là delle visite mediche sporadiche o di situazioni particolari (come il parto tanto per citarne una), è l’unico che ha il mio permesso di accedere, di toccare, di guardare, che condivide la quotidianità e l’intimità. E per me vale lo stesso nei suoi confronti. La nostra è una comunicazione organica, talvolta non verbale, profonda, che comporta osservazione e sensibilità reciproca. Non sto idealizzando la mia relazione: ma posso dire con ragionevole certezza che mi impegno parecchio a tenere aperti i canali di comunicazione. Sono fortunata? Benedetta? Non so. Di fatto nel quotidiano questo di traduce nel fatto mi sbatto parecchio, mi metto in discussione e sollevo questioni tutti i santi giorni, esponendomi al confronto e al conflitto a viso aperto e mettendo sul piatto i miei disagi, a volte a discapito di una supposta (ihihihi) serenità familiare.

Tornando a noi, io allatto e il mio compagno mi ha detto proprio queste parole, pari pari: Se potessi, lo farei. Non ho sentito nessun paternalismo nelle sue parole, nessuna imposizione, ma un semplice e accorato desiderio di cura per la sua bambina e anche una punta d’invidia perché io posso e lui no, oltre alla voglia di sollevarmi dal fatto che a volte fatico. Su “Un altro genere di comunicazione” si parla moltissimo di maternità, spesso scagliandosi contro quella che viene spesso definita “la retorica della naturalità della maternità”, o della “mistica” della maternità. Dopo averla provata sulla mia pelle, dopo anni di pratiche di introspezione, terapie e meditazione di vario genere, posso sinceramente affermare che la maternità È una delle esperienze più profonde e mistiche che ho mai fatto nella mia vita. Mi si potrà rispondere che è questione di vissuto, di inclinazione personale, di aspettativa ovvero di profezia che si auto avvera. Eppure… È stato così. La mia esperienza va a alimentare la retorica di una maternità mistica e naturalizzata? Ovvero una maternità in cui il rispetto per se stesse, l’ascolto profondo di sé e dell’infante e il coraggio di fare esattamente quello che sentiamo siano la priorità? Ne sarei molto felice.
Direi che c’è bisogno di una buona dose di re-invenzione della genitorialità in questo senso. Certo, non vivo nel mondo delle favole e mi sono guadagnata le mie posizioni: ho letto una dozzina di libri, innumerevoli articoli, ho parlato, discusso, litigato, mi sono consultata con specialisti del parto e dell’allattamento, altre mamme, mia madre, mia nonna, il mio partner, terapisti vari, ho fatto una primal, ho guardato documentari e trascorso ore e ore a meditare e riflettere su cosa fosse giusto per me e rispettoso nei confronti della mia bambina, cercando di imparare dagli errori altrui e di fare la pace con il mio vissuto, con il fatto che non sarò una madre perfetta, sarò una madre “sufficientemente buona”, anche se la maternità è una delle poche cose in cui avrei davvero piacere di eccellere in vita mia. Insomma mi sono tolta la pelle, ma come spesso succede, dopo tale processo adesso sto meglio.

Come madri, come donne, siamo costantemente sotto i riflettori del giudizio altrui, estranei o meno, che spesso (ma non spessissimo, almeno nella mia esperienza: sarà che mostro troppo i canini?) si permettono di commentare e dare consigli. Evitando la trita distinzione tra maschi e femmine, mi viene difficile non ascoltare la persona a me più prossima in questa avventura, il padre, il partner.
Apriamo a una maternità e una paternità che possano dialogare e confrontarsi profondamente, per me è questo è il senso della campagna, che forse non è stato colto del tutto.
Se ci sforzeremo di farlo, i risultati parlano e parleranno da soli.