Storie di una ragazza madre

Un weekend al mese, la materfamilias, che sarei io, si trasforma in ragazza madre.
Il babbofamilias è impegnato per un numero esagerato di ore sottopagate a tutelare l’ordine civile e la concordia tra i cittadini, per cui siamo solo io, l’Infanta, il cane Sanna, il cane Obi, il gatto Cuordileone, il gatto Pedro. Che se ci conti siamo in sei, quindi non proprio pochissimi, ma gatti – esseri superiori – esclusi, la materfamilias si ritrova a trascorrere 48 h come unico adulto di riferimento della situazione.
È massacrante.
Soprattutto l’aspetto psicologico, per affrontare il quale chiamo a raccolta tutti gli anni di pratiche spirituali cui mi sono volontariamente sottoposta, che a qualcosa finalmente servono.
Insomma, in onore di quella che al lavoro le disse “Ah, sei stanca? Vedrai quando diventerai mamma”, a cui è stato risposto un “Ehm… In verità sono già mamma…” con tanto di sorriso tirato, momento di imbarazzo e recupero in corsa della tipa con un acuto “Ma sei giovaniiisssssima” e la mammafamilias che pensa bella storia la mia canizie incipiente non è poi così incipiente, magari la tinta inizio a farmela non questo ma l’anno prossimo
Questi we di monogenitorialità forzata sono stati immediatamente battezzati “da ragazza madre” in onore di questa mia ritrovata gioventù.
Per ora ci siamo lasciati alle spalle un sabato denso di emozioni in cui io ho un pochino di depressione post-fine lavoro, con tanto di paranoie da epidemia (laviamoci ossessivamente le mani), paranoie da cosa sarà di me non arriveremo alla fine del prossimo mese per cui mando curriculum a cani e porci tra cui anche uno per un lavoro notturno (ma sono scema?), bicchieri rotti, dentini di sotto spuntati (ecco perché non si dorme più, ed ecco spiegata la tendenza alla paranoia: sonno insufficiente), raffreddori lasciati alle spalle, voglia di essere nella mia cameretta, possibilmente al buio, ascoltando Jeff Buckley in cuffia per poi guardare il favoloso mondo di Amelie in loop e poi da capo per x volte con paranoia per la bruciante consapevolezza che quel tempo è finito e mai più tornerà, passeggiate al parco Forlanini con cani che si riscoprono anarchici e vanno a correre nel campo da golf seminando il panico tra le golfiste (no, non siete fighe come Cameron Diaz in Tutti Pazzi Per Mary. Fatevene una ragione), esperimenti culinari con il mio regalo di compleanno (una figata mondiale, diciamoci la verità), desiderata di docce calde che durino più dei militari cinque minuti che mia figlia mi concede e un post indubbiamente catartico scritto in fretta e furia mentre l’Infanta svuota un armadietto e la mia borsa e viene tenuta in braccio e si dispera e io rimando il momento di metterci a tavola, perché mangiare da sola con la bambina fa tanto ragazza madre e mi intristisce un po’.

Domani: polpette al sugo in porto sicuro i.e. casa di amica single. Insomma d’ora in poi è tutta discesa.

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Ventotto

Siamo agli sgoccioli di questo decennio di “venti”… Venti da nord, da sud e da tutto intorno, un turbine in cui si parte ancora bimbe e si arriva in fondo mogli e madri e laureate e a pensare ai mutui e alla carriera si/carriera no, alla conciliazione famiglia-lavoro e a tutte quelle cose che sembravano lontanissime, appartenenti a un’altra specie di viventi ma che all’improvviso diventano il tuo ordine del giorno, urgente e senza possibilità di procrastinazione.
A pensarci troppo mi viene il groppo (bella rima, badialima!) e allora preferisco andare avanti a testa bassa, che mi viene meglio.


Ieri, appunto, giorno del mio ventottesimo compleanno, è stata quella che nella vita delle persone normali si può definire una “giornata campale”.
C’è stata la preselezione del Concorso (che affettuosamente si potrebbe chiamare anche Concorsone, vista la folla biblica che ha affollato l’esame), alla quale ho partecipato a denti stretti e con lo stomaco attorcigliato per l’ansia.
Tra le mie Paranoie, vince il Paranoio d’Oro della giornata il terrore di non risultare nella lista degli iscritti.
Fortunatamente c’ero. Mi hanno cercato e trovato nel fitto dei nomi due amabili anziani armati di lente d’ingrandimento, mi hanno messo un bracciale di carta verde, mi hanno dato il foglio con le istruzioni e spedita dentro col resto della madria.
Le restanti posizioni nella top-ten dell’ansia ieri sono state occupate da pensieri vagamente schizoidi tipo: “E se poi passo?” “Non è il lavoro della mia vita, ho due lauree, cosa ci faccio qui?” “Pensa al mutuo” “Pensa alla bimba” “Buzzurri” “E se non passo?” “E se inciampo nei gradini e mi rompo l’osso del collo contro la spalliera di ferro?” “E se il sound system crollasse sul tavolo della commissione?”. Un variegato brainstorming di questo tenore caratterizzato da dettagli pulp, che si è interrotto quando sono iniziati i mistici, concitati 25 minuti di prova, in cui la mente fa il favore di dedicarsi di una totalizzante totalità finalizzata a rispondere ai 60 quesiti, come nelle migliori meditazioni. Vedremo cosa si è raccolto tra una settimana, quando tutti e diecimila i test saranno passati sotto l’occhio del correttore automatico e si saprà se sono stata ammessa alla seconda prova o meno. Ho ricevuto varie foto di culi di Aussie e di code di gatto incrociate da parte delle amiche, che nel momento del bisogno si riconoscono anche da questi gesti di vera solidarietà e vicinanza emotiva.

L’Infanta in tutto ciò è stata con il babbofamilias per l’intera mattinata e se la sono cavata alla grande, anche grazie alle fatiche congiunte mie e del tiralatte.

Avendo quindi non una (il mio compleanno), non due (il Concorsone), ma ben tre (mamma e figlia che si ritrovano dopo il tempo più lungo passate separate dal concepimento a adesso, cinque ore circa) cose da festeggiare, il babbofamilias ci ha caricate sul bus sessantuno e siamo stati in centro a mangiare gli arancini alla norma io, i miei preferiti quando ero incinta, e il panino con la milza lui, perché nonostante l’apparenza e l’ascendenza padana, nel suo petto batte un cuore sicuramente terronissimo.
Poi mi ha portato a vedere la mostra di Klimt, per la quale ho un solo commento: emozionante. Ci voglio tornare. Ho anche comprato il catalogo, dando una spallata all’austerity che ci contraddistingue ormai da mesi.

A sera, mi sono guardata indietro e ho avuto l’impressione di aver vissuto quattro giorni pieni, tanto ero stanca.

Avevo talmente tanto sonno che a nulla è servita la voglia di continuare  a leggere la mia ultima ossessione, cioè i fumetti di The Walking Dead su youtube: il letto ci ha viste crollare alle ore otto, un’ora prima della nostra solita ritirata, quando fuori era ancora chiaro.

 

Letture: Naomi Aldort

Una premessa. 
La sottoscritta è leggermente ossessiva quando si tratta di ansia da prestazione e capire “come funziona”. Dal nonno materno, frequentato troppo assiduamente negli anni dell’imprinting, ho ereditato una passione smodata per i manuali, le ricette, i foglietti illustrativi e le istruzioni (a volte dette “distruzioni”: e ci sarà un perché) in generale.
Uno dei modi in cui affronto un problema senza affogare nell’ansia, dunque, è cercando di capire come funziona il tutto in questione, possibilmente leggendo fiumi di parole sull’argomento, siano esse su carta stampata o su internet. Che queste parole vengano poi messe in pratica, è secondario. Trascorro ore e ore leggendo, con il risultato che spesso, nel tentativo di coprire tutto lo scibile umano su un argomento, emergo più confusa e frastornata di prima, interiorizzo e poi faccio comunque un po’ come viene viene. Babbofamiliae si rifiuta di partecipare a tale delirio bibliografico, laconicamente afferma “che si potrebbe semplicemente seguire il buon senso” promettendo di effettuare le sue letture in un futuro prossimo, cosa che puntualmente viene rimandata. Lui è contento con il buonsenso e io faccio il topo di biblioteca per tutti e due, e poi gli passo il compito facendogli i riassunti nei momenti in cui potremmo che ne so, guardarci intensamente negli occhi e dirci paroline romantiche. 

Affacciandomi alla maternità, dunque alla genitorialità, non potevo esimermi dalla pratica succitata, ovvero affrontare una congrua quantità di letteratura, sia cartacea che internautica. Sono arrivata a Naomi Aldort attraverso uno dei blog che seguo, Bauhauswife. Bauhauswife è una signora che abita in un gelido angolo del Canada, ha quasi sei figli e pochi anni più di me. Ha una vita molto più radicale della mia e scrive cose a parer mio decisamente sensate sull’argomento bambini-decrescita-parto naturale-arte-vita. Tra le letture che recensisce e consiglia nel suo piccolo Amazon-shop, c’è anche “Raising your children, raising yourself”.
Fidandomi, l’ho comprato e l’ho letto. E ho fatto bene.
Naomi Aldort è una psicologa, ha un dottorato di ricerca che non guasta mai e diverse pubblicazioni all’attivo. Insomma non è la prima arrivata nel suo campo.
Il libro propone un ascolto aperto e maturo dei bambini, di trattarli come pari – ma senza esagerare -, di leggerne le angosce e le gioie con serenità, di lasciare che esprimano le emozioni senza sentirsi in pericolo. Spiega perché il bambino ha sempre ragione a comportarsi come si comporta, perché non ha senso dire “no” quando ci verrebbe da dire “no”, ma senza che la situazione degeneri in una specie di giungla selvaggia senza regole né ragioni, e in generale come avere un atteggiamento rispettoso dell’individuo che è la nostra prole, anche se in formato ridotto.
Suggerisce anche di essere indulgenti e gentili con sé stessi, di ritagliare degli spazi protetti in cui esprimere le nostre emozioni e i nostri malesseri senza riversarli sui figli. Dà anche ottimi consigli su come portare avanti un ménage familiare senza troppi strappi.  Il tutto usando le armi dell’autoironia, della leggerezza, del non prendersi troppo sul serio e di vedere le cose in una sana prospettiva. E anche degli esempi pratici, che per me che sono toro con una quantità mostruosa di valori capricornini, quindi irrimediabilmente pratica e calata nella realtà, aiuta infinitamente la comprensione.
Mi è piaciuto molto. Chissà quanto tempo passerà prima che lo traducano in italiano.
L’autrice è anche un’ottima oratrice, i suoi video si trovano su youtube e se capite l’inglese, ve ne consiglio la visione.
Nonostante la mia unica figlia abbia solo poco meno di quattro mesi, la lettura è stata illuminante e mi ha molto pacificato nei confronti di alcuni comportamenti a me altrimenti incomprensibili, delle mie reazioni automatiche e poco sensate, frutto di un vissuto in cui la povera Infanta c’entra poco. Crescere i propri figli per crescere noi stessi. Cosa potevo chiedere di meglio?
Vedremo come va nei prossimi anni.