Scene da un inverno appena trascorso (II)

E quindi… nulla.
Noi viviamo qui.
A circa 30 minuti dal Duomo di Milano.
Quest’anno è partito in salita (come gli anni scorsi, del resto), ma esserci trasferiti qui è stata sicuramente cosa buona e giusta.

Storie di scatoloni

Scrivo dal soggiorno vuoto, c’è solo il divano, il tavolo e le seggiole.
La casa poco a poco si svuota, facciamo la cernita delle cose da conservare e quelle da regalare o buttare, io oppongo fiera resistenza a aprire le scatole in cui conservo diari, biglietti, cartoline, in una parola i miei ricordi, nel frattempo passo in rivista in miei maglioni e decido di tenerli tutti.
Le librerie sono smontate da una settimana, ormai, gli scatoloni si accumulano nel ripostiglio della casa nuova mentre quella vecchia resta sempre più spoglia.
Cammino per il mio quartiere, strade che amo e che ho amato in questa Milano che sento sempre un po’ in prestito e dico la verità mi viene un po’ il magone.
Questa è una casa che abbiamo voluto e amato, nel suo essere sgarrupata, con gli impianti in disordine e la caldaia a singhiozzo, con il suo sottotetto e il suo terrazzino, i vicini adorabili, il bar aperto fino alle due di notte, il bagno orrendo ma almeno hai qualcosa di concreto contro cui inveire, la cucina piccola, in cui ci si entra appena ma che se si vuole ci si sta fino in sei a mangiare attorno a quel tavolino striminzito, che diventa caldissima e d’inverno non  hai voglia di andartene più e ti prepari un’altro tè.
Penso che avremo bisogno di una seconda macchina, è inutile che mi trastulli nell’utopia del vivere in campagna come negli anni 40, a forza di carretti e biciclette, con la corriera che passa una volta ogni ora e la macchina come una cosa rara.
Sono nata nei decenni sbagliati?
L’Infanta dorme e mangia, lei non lo sa ma sta crescendo come un fungo, le spuntano denti nuovi, nuove espressioni e nuovi suoni, padronanza di movimenti che fino a poco fa non padroneggiava e modi sempre nuovi e sorprendenti di mettersi nei pasticci, un’idiosincrasia per il bagnetto, cui oppone fiera resistenza finché non si accorge di divertirsi.

Io ho tempo a stento per pensare, non leggo più, non navigo più su internet, per non sentirmi tagliata dal mondo ascolto i podcast di radiotre, che mi danno sempre quell’iniezione di nutrimento intellettuale di cui la donna dall’istruzione medio-alta può sentire il bisogno.
Incrocio le dita e spero di scrivere il prossimo post seduta a un’altro tavolo, situato in una stanza di un’altra casa, a una quindicina di chilometri da qui.

III – Da Grenoble a Milano, in treno. Ultima puntata.

Dopo una domenica di relax di cui abbiamo già parlato, con incontri ravvicinati con le colleghe e amiche vacche, abbiamo prenotato e acquistato un biglietto ferroviario per tornare a casa, io e l’Infanta, l’Infanta ed io.
Lunedì mattina ci è toccata una sveglia all’alba, ma tra la colazione, le ultime cose da raccogliere, i saluti, non è stata abbastanza presto, perché abbiamo comunque dovuto correre, prima nel traffico congestionato di una città il primo giorno della settimana, poi per acchiappare il treno al volo. Meno male che l’amico D è atletico: è riuscito a bloccare il treno affinché una mamma con bimba, zainetto e gamba di legno (la mia tendinite non è che fosse proprio migliorata a forza di passeggiate alpestri) riuscisse a tornare in madrepatria.
Mi ricordo la prima volta che ho preso il treno con l’Infanta. Aveva poco più di tre mesi e siamo andate in Toscana. Ha dormito tutto il tempo. Prima di partire avevo cercato un vademecum sui viaggi in treno con bambini piccoli. Sorprendentemente, internet è saturo di articoli e blogger che parlano di come andare in aereo con i figli appresso, ma sono pochissimi quelli che scrivono su come andare in treno. Comunque, la prima volta è stata abbastanza facile. L’Infanta era in versione mini, in pace col mondo, ha dormito quasi tutto il tempo, per poi concedersi una piccola poppata, per poi fare la cacca, per poi riaddormentarsi fino a casa dove è stata debitamente sistemata: per quanto sia una mamma sciolta e disinvolta, il cambio sul sedile del regionale affollato me lo sono evitato volentieri.
Questo giro è stata un’altra storia. Sono partita armata di pain d’epices (ossessione dell’Infanta, che lo ha dichiarato suo cibo preferito in assoluto… Talis mater…) , acqua, pannolini U&G (quelli francesi sono meravigliosi: la mutanda pull-up non è una cosa da ricchi, è la norma. Avrei dovuto farne scorta.), niente giochini ma tanta pazienza.
Ebbene, la pazienza, in un mezzo di trasporto in cui si può camminare su è giù, è la chiave.
Dopo la prima tratta su un regionale che spiccia casa ai nostri e non lo dico per essere esterofila, ma i treni da noi sono veramente lo specchio di un paese che bene non sta, abbiamo trascorso un’oretta nella stazione di Chambéry: niente da segnalare se non un pianoforte a disposizione di chi lo vuole suonare, trovata pubblicitaria okkei ma trovata pubblicitaria con le palle e enormi poster che dicevano qualcosa che ho tradotto come “I Bombardieri hanno costruito il vostro treno”. Sono aperta a spiegazioni, il mio francese è praticamente inesistente e tale dicitura mi ha lasciata alquanto interdetta. Al limite proverò a cercare risposte su google.
Quando è arrivato il TGV, sono salita. Ho trascorso un breve momento di panico in cui non sono riuscita a trovare il mio posto, che poi mi è stato pietosamente indicato dal controllore, che dall’espressione disperata che avevo sul volto deve aver intuito il mio dramma, ovvero la sottile e persistente sensazione che iniziava a farsi largo dentro di me: aver sbagliato treno. Fugato ogni dubbio abbiamo trascorso il viaggio tranquillamente. Non ho più preso un treno veloce da quando è nata l’Infanta, ma sul TGV c’è un bagno apposito in cui c’è solo il fasciatoio. Grosso punto a favore.
Per quanto riguarda questa esperienza, che è stata coronata da un sonnellino congiunto madre-figlia che ha ridato nerbo alla mia fibra stanca, la chiave è stata la pazienza, i giretti, le canzoncine e una buona scorta di cibi. In linea di massima è stato più facile di un qualunque lungo viaggio in macchina.
Il Babbofamilias è venuto a prenderci e siccome eravamo in zona (il TGV arriva alla stazione Garibaldi), siamo stati al nostro take away indiano preferito, davanti al Frida, dove l’Infanta si è esibita in una prova da vera babycosmopolita assaggiando tutto. Perché questo autosvezzamento lo abbiamo preso davvero sul serio.
Poi abbiamo preso un tram che di solito non prendiamo, abbiamo fatto un pezzo a piedi e siamo arrivati.
E ritrovato il nostro letto, abbiamo dormito.
Viaggiare è una cosa bellissima, soprattutto perché poi, dopo poco o tanto tempo, si torna a casa.

“Excuse me”…

Sabato mattina.
Siccome siamo una famiglia molto bio eco bio ma nelle ultime settimane non abbiamo tempo per il GAS, stiamo facendo la spesa ripiegando sul mercato.
Chiaro, ogni tanto l’Esselunga ci tocca, eh.
Ma i profumi i colori la caciara ci piacciono e poi intorno a casa (che sarà tale ancora per poco) ce ne sono quasi in tutti i giorni della settimana.
Sabato, dicevamo, c’è mercato in Valvassori-Peroni. Abbiamo comprato di tutto, tra cui due manghi e due avocado, chili di mele, patate, melanzane, susine. Un festival dell’abbondanza.
Arriviamo ai banchi del pesce, che si sa sono un trionfo, al mercato del sabato di Valvassori Peroni.
Io mi metto a scegliere la spigola gigante che avrei ficcato in forno quella sera in onore dell’amico che ha portato il babbofamilias all’ospedale quando ce n’è stato bisogno e a cui dovevamo una cena per lo meno sontuosa.
Discuto animatamente con il pescivendolo e acquisto anche due sogliole nostrali per il fabbisogno proteico della piccola.
Babbofamilias, Infanta dormiens in Ergo su schiena, trent’anni, pantalone corto nonostante sia quasi ottobre, capello e barba incolta, gigatatuaggio, pallore nordico e occhiaia tattica, si guarda intorno con l’aria aliena al mondo e alle cose che solo lui sa assumere. Chi mai direbbe che nel tempo dedicato al negotium costui è un tutore dell’ordine e della felice convivenza tra cittadini?
Di certo non uno dei pescivendoli, che dopo averlo studiato per un po’ con occhio da fine antropologo conoscitore di esotiche creature, gli si rivolge con un timido “Excuse me…” e poi dice a me, “Non siete insieme, vero?!”.

Insomma siamo pronti.
Io a tornare nel mio ambiente naturale, Napoli.
E lui nel suo.
Copenaghen.

Io vado eh – Storie di

È difficile raccontare di momenti interiori intensi. Siamo a un passo dalla svolta ma non riusciamo a afferrarla, facciamo un passo verso e lei si sposta di un passo più in là.
Il mio oroscopo dice che non sto sbagliando obbiettivo ma dovrei cambiare il passo con cui affronto la strada per raggiungerlo.
Tra le opzioni considerate finora: trattori, biciclette, deltaplani, corse, capriole, danze.
È difficilissimo sedersi ad aspettare una telefonata da cui dipende un maggiore benessere, una vita più rilassata, più facile. Da cui dipende una casa più bella e più grande e più economica, così unica che sembra un’occasione più unica che rara e come tutte le cose preziose comporta una buona dose di impegno per essere ottenuta perché vorrai mica essere l’unica famiglia che ci vuole mettere su le zampette? La verità è che negli ultimi mesi ho preso un po’ troppe musate contro realtà un po’ troppo dure. E le mie energie cominciano a esaurirsi. Per cui mi concentro sulle cose belle, elencate qui sotto in ordine sparso così quando ho novantanni e le rileggo mi viene da piangere.
Sarò monotematica.
Parlerò di mia figlia.

– L’Infanta mangia la pizza. E molto altro, ma ne abbiamo già parlato di autosvezzamento e non vorrei diventare monotematica, ma il suo gusto per i cibi mi stupisce e mi rende orgogliosa e felice.
– L’Infanta è ancora senza denti alla soglia dei mesi nove di età
– L’Infanta ha ricevuto oggi il suo primo vero paio di scarpe. Perché lei, di mesi quasi nove di età, vuole camminare. Ebbene si. Siccome siamo poveri e le scarpe per bambini degne di questo nome costano una fucilata, abbiamo ripiegato sul negozio di seconda mano dove ci si rifornisce regolarmente e dove con una cifra decente abbiamo rimediato delle polacchine blu numero 18, modello suor Maria Baffona Baby, che però sono di pelle morbidissima. L’alternativa erano delle scarpette rosa e bianche con inserti pitonati argento. Quando si va all’usato non ci sono mezze misure. Fin dalla più tenera età viene chiesto alle bimbe se schierarsi dalla parte di una sobria austerità monacale o verso la frivolezza che porta inevitabilmente le ragazzine di tredici anni a ballare sul cubo il sabato pomeriggio. Dilaniata dai conflitti interiori, ho scelto la via della santità. Almeno per ora, posso fare queste scelte al posto dell’Infanta, che continuerà grazie a me a essere scambiata per un maschio, vista la cronica mancanza di glitter nel suo guardaroba.
– L’Infanta svuota, riempie, mette a posto, prende cose minute con le sue piccole dita e le sventola, sfoglia i suoi libri di cartone, spazza per terra con le mani, si lancia dal letto con un tonfo orrendo che mi fa perdere qualche anno di vita e gelare il sangue nelle vene ma graziesignoregrazie non si fa nulla.
– L’Infanta adesso dorme saporitamente dopo una giornata lunga, senza un pensiero al mondo, mentre io ho il torcipanza e il pensiero della casa. Questa bambina ha tutta la mia stima.

Appunti veloci , a futura memoria, in ordine sparso

– Molliamo casa a Milano e andiamo a stare da qualche altra parte. Ci sono buone probabilità che questa altra parte sia alle porte della suddetta metropoli ma in un’oasi di pace e serenità.

– L’Infanta, di mesi otto e quattro giorni, da oggi si tira in piedi reggendosi a un appiglio qualunque e al grido di “Senza mani!” lascia la presa, resta in equilibrio qualche secondo e poi crolla sul suo sederotto imbottito. A volte, piange. Più spesso, ricomincia caparbia.

– Fuori dalla mia finestra suonano musica neomelodica a tutto volume. Vedi punto 1.

– Ho accettato un lavoro. Che è venuto a cercare me e non sono andata a cercare io. In un ufficio stampa. Non so da che parte iniziare ma pare avrò un bravissimo maestro. Che non ho ancora iniziato. Comincio in settimana. Dura un mese. Paga: non ancora quantificata. Ma in questo momento di vacche rachitiche, vale tutto. Terrore e felicità si alternano senza soluzione  di continuità mentre rifletto su come farò, cosa sarà di me, della mia famiglia, del trasloco e di tutto il resto. Il tempismo perfetto è una delle mie migliori qualità, del resto. Se non ho almeno tre grosse cose da fare tutte insieme, mi annoio.

passo e chiudo.

Milano vs Resto del Mondo

Siamo tornati a Milano.
La cifra del posto mi è stata data da una signora con bicane abbaiante al guinzaglio, che mi ha aggredito con una frase tipo “È inutile che fai quella faccia schifata, abbaia, è un cane!!”.
Io, con l’Infanta in fascia, appena addormentata dopo 30 minuti filati di pianto automobilistico, 3 ore di autostrada sul groppone, circondata da un cimitero di valigie, avevo solo una faccia inebetita. L’ho praticamente inseguita per spiegarle che mi dispiaceva averle dato un’impressione sbagliata, ma ero solo molto stanca, perché con una bambina piccola.
Vergognandosi come una ladra e senza rispondermi, la signora si è allontanata.

Viste le premesse del nostro ricongiungimento, credo che la mia relazione con te, Milano, sia stata bella, lunga e intensa ma stia anche rapidamente volgendo al termine.

Storie di un weekend assolato

Anche se abitiamo a Milano, stiamo tanto all’aria aperta.
Perché ci piace, ma soprattutto perché abbiamo due cani. Non possiamo permetterci di cominciare a uscire solo a metà maggio, con il sole già caldo ma l’arietta ancora fresca, che si sta una bellezza. Noi si va al parco tutti i giorni, tutto l’anno, anche se piove o nevica, con fermezza eroica. Se tuona e fulmina no, ma sono le uniche condizioni meteo che ci fermano dal caricare tutti sulla Pandafamilias e fare questo giro quotidiano.
Purtroppo, il resto della popolazione non è dello stesso avviso e come marmotte, tassi o orsi, dimostrano una connessione sorprendente con i ritmi della natura: loro escono solo quando la temperatura è già tiepida e solo ed esclusivamente con il bel tempo.
E loro sono tanti, tantissimi.
Come sostengo nella mia incompresa tesi di laurea, frequentare il parco pubblico con un cane al seguito rende territoriali i cani, ma da ieri ho scoperto che rende territoriale anche me.
Guardo questi mucchi di gente, bambini, automobili (oddio, ma quante automobili?!), cani e il loro caravanserraglio di borse frigo, barbecue portatili, ombrelloni, coperte da pic nic, biciclette con le ruotine, cappelli di paglia e occhiali da sole. Affollano lo spazio che sono egoisticamente abituata a dominare in una solitudine quasi perfetta, accompagnata dai miei cani e con la bimba nell’ergo, magari dal Babbofamilias quando si può, mi depredano dalla fantasia malsana di trovami in Downtown Abbey, a passeggiare nel gigantesco parco del mio maniero incrociando i rari eletti che come me sono sparpagliati in migliaia di metri quadrati, ognuno con il suo sacro spazio vitale garantito.
Sto diventando misantropa?
Ho assorbito il disprezzo del villico “merendero” dal nonno materno?
Non abbiamo forse tutti diritto a un po’ di verde, nei modi e nei tempi in cui possiamo permettercelo?
E se l’uomo e la donna e il bambino medio possono mettere il becco fuori di casa solo a metà maggio, di sabato e di domenica, chi sono io per impedirlo?
Questi pensieri progressisti e buoni mi affollavano la mente mentre, dopo essermi dirottata sull’Idroscalo perché al Forlanini non ho trovato parcheggio, trovavo un posto all’ombra, a S, tecnica che notoriamente padroneggio (nonostante io guidi una Panda, la macchina più maneggevole della storia) a meno che non ci sia spazio per parcheggiare almeno due Pande. Quindi in realtà è come se avessi trovato due parcheggi. Botta di…
Recupero bambina e cani e mi dirigo verso l’area cani.
Una corridoressa stitica mi fa notare che i cani (che mi erano appiccicati come carta moschicida nonostante li avessi liberati dai guinzagli) non possono stare slegati.
Per un attimo ho la tentazione di mettermi a litigare ma la ringrazio per la preziosa info e vado avanti, ringraziando di conseguenza me stessa per averle dato modo di sentirsi una persona meglio, anche oggi.
L’idroscalo è blu e bellissimo, l’acqua trasparente e i cani si divertono felici nell’acqua per un’oretta, salvo essere terrorizzati quando una canoa passa troppo vicina alla riva, sfrecciando.
L’infanta dorme.
Io difendo l’onore dell’appiccicane Sanna, che anche se sterilizzata piace tantissimo ai cani maschi, e osservo un giovane dogo e il suo sprovveduto proprietario per i quali mormoro una preghiera mentale di pronto risveglio spirituale per entrambi.
Verso le 11, raccatto armi e bagagli e mi dirigo verso la macchina.
Menzione speciale alla coppia di anzianotti stranieri che mi aiutano con il cancelletto dell’area cani, con un comprensivo “Ne hai le mani piene”, probabilmente traduzione letterale di “You have quite an handful”.
Sopravvivo al traffico a cui sono disabituata, torno a casa, mangio una cofana di fusilli al sugo di pomodoro e faccio il pane. L’infanta dorme un’oretta, dandomi la possibilità di scrivere questi righi.
Domani è lunedì e il parco sarà deserto.