The Dark Side of the Moon

Sono sveglia da più di 13 ore di fila.
Non mi sono fermata un attimo, sono le sette di sera.
Ho appena visto un’application per un lavoro che mi interessa moltissimo e vorrei mettermi a prepararla immediatamente. L’Infanta mi vuole, terribilmente mi vuole e mi desidera con ogni fibra del suo essere: è stata una giornata lunga anche per lei, siamo state divise tanto tempo tra nido, lavoro, giochi.
Mi sento una persona e una  madre orrenda, perché invece io vorrei solo starmene da sola, a pensare al modo migliore di elaborare la mia application, magari sorseggiando un tè, mentre la cena si prepara, oppure si potrebbe anche saltare, la cena, per stasera.
Ieri sera sono stata qui, a fare un laboratorio di arte e teatro proprio su questo malessere.
Sugli aspetti bui e nascosti della maternità, sulle lacrime che nessuno (nemmeno noi stesse) vogliamo vedere, su come a volte usiamo i figli per proteggerci dal mondo e questo ci fa vergognare, perché al giorno d’oggi essere solo mamma non si può, essere stanca per qualche mese non si può, essere stufa ogni tanto non si può, avere incubi spaventosi in cui figli ci divorano vive, ci fanno a pezzi, non si può. Di come è difficile trovarci in un mare in tempesta e tenere la barra dritta o almeno provarci, di come rivorremmo il lettone tutto per noi, di come i figli ci asciugano le tette e l’anima, di quella Medea che si annida nelle pieghe più nascoste e oscure e inenarrabili di ognuna di noi.
Chiamare a raccolta le nostre antenate, raccontarci nelle parole delle altre, mangiare la torta, sono tutte cose che mi hanno fatto innamorare di questo laboratorio.
Ma raccontarvi nel dettaglio il lavoro che si fa a MAdRi non avrebbe senso perché questo genere di narrazione va vissuta, e poi c’è la pagina facebook in cui si vede tutto (anche la sottoscritta, che è scarsamente fotogenica e spettinata come in poche occasioni è stata).
È un ciclo di quattro incontri, in cui si raccontano gli aspetti più importanti, o forse è meglio dire, quelli che sono meno alla luce della ribalta e meritano uno scavo interiore, dell’essere madri: il parto, i lati in ombra, l’aborto, i modelli di maternità
Vorrei aver partecipato dal primo incontro e non dal secondo. La mia anima ne è uscita lucidata, rinfrescata, riposata, riappacificata con se stessa e il suo vissuto di figlia, di mamma, di donna.
Se siete a Milano, fatemi un favore, scrivete alle organizzatrici e precipitatevi.

Tempo

La mammafamilias vorrebbe tempo.
Tempo per leggere, per guardare un film, per andare a nuotare in piscina, perché nuotare le piace moltissimo e le fa passare il mal di schiena.
Dormire, non importa.
La mammafamilias vorrebbe il tempo per sé, di cui fino a ieri ha letto solo nei libri femministi sulla questione di genere, che sembrava tutto giusto tutto vero ma anche tutto molto lontano, relegato in un futuro che non ti appartiene, che è di qualcun altro.
Invece la mammafamilias ha iniziato un nuovo lavoro, che non è quello che sognava da bambina ma non è nemmeno un call center, diciamo che è un compromesso accettabile, considerando che da qualche parte le finanze familiari da mesi in perdita costante andranno pur sanate.
Il Flylady-viaggio procede a rilento, ma con costanza da formichina vado avanti: appena mi sento pronta, procedo con un babystep successivo. Al momento sono arrivata agli hotspot. E i risultati piano piano si vedono, nonostante il trasloco infuri come un incendio a agosto. Trasferimento definitivo previsto per l’11 dicembre.
La mammafamilias tiene la barca pari, inforna e sforna, mescola sughi e sperimenta carpiati all’indietro per risparmiare quel centesimo cruciale sulla spesa, mentre l’Infanta cresce che sembra pagata, si nutre di tutto e di più, passeggia spingendo per casa il cesto dei panni e pretende di essere coinvolta nelle pulizie domestiche, per cui mi accompagna per casa armata di miniscopa e cencio pulito e strofina tutto quello che le capita a portata di mano, tra cui Cane Sanna e Cane Obi.
L’Infata a capodanno compie un anno e pensare che è tra un mese e mezzo mi fa venire voglia di sedermi e tremare le vene dei polsi.
Vado a vedere cosa c’è per cena, che al pranzo ho già provveduto.

5punti meno uno – Pink Kit: uno strumento per partorire bene, anzi partorire meglio.

La doverosa premessa a questo post è che sono una grande sostenitrice del parto naturale e per quanto possibile privo di interventi esterni. Sono convinta che il parto medicalizzato non sia una cosa auspicabile e mi auguro un futuro in cui potremo partorire tra le mura domestiche senza sentirci in colpa perché il pensiero collettivo ritiene che sia una cosa pericolosa e da cavernicoli, in cui lo stato (risparmiando decine di migliaia di euro di nostre tasse) rimborsi le spese di travaglio e parto assistiti a domicilio e in cui il numero di parti andati bene, pacifici, selvaggi, magici e naturali superi quello dei parti traumatici, conditi da sedativi, interventi chirurgici e paura.


Il mio parto è stato bello.
Magari un giorno lo racconterò nei dettagli, ma vi basti sapere che nonostante il grande compromesso dell’aver dovuto partorire in ospedale anziché a casa come avrei voluto, perché purtroppo non potevo pagarmi l’assistenza ostetrica a casa, tutto è andato come speravo e volevo.
Considero il fatto che il mio parto sia andato bene uno dei miei successi personali più importanti. Purtroppo non sempre gli ospedali sono luoghi accoglienti per chi deve mettere al mondo un figlio e ci sono stati momenti in cui ho dovuto dire chiaro e tondo di cosa avevo bisogno e che cosa non volevo, per evitare di essere trascinata dalla corrente degli eventi in una direzione che non fosse quella da me desiderata, ovvero essere lasciata il più possibile indisturbata a fare la mia bambina.
Così è stato.
Ma voglio arrivare al punto. Uno degli aiuti più grossi che ho avuto mi è stato dato dallo studio del Pink Kit.
Sconosciuto in Italia, il Pink Kit è in sostanza un corso pre parto “a distanza”: è composto una raccolta di fascicoli, che si possono acquistare e scaricare in formato PDF dal sito, corredato da alcuni video e file audio. Per il momento è reperibile solo in inglese. Quando ho mostrato il sito a un’ostetrica che conosco, l’impressione che ebbe è che si trattasse di “una trovata commerciale” e mi consigliò di non spenderci i miei soldi. Per fortuna non le ho dato ascolto.
Cinque punti: perché secondo me il Pink Kit è una risorsa bella, valida e vale la pena acquistarlo.

1) Non importa che tu partorisca da sola in mezzo alle fresche frasche o che tu abbia un cesareo d’urgenza, che tu partorisca cantando mantra tibetani circondata da candele e incensi puzzoni oppure che tu chieda l’epidurale o una botta in testa a mo’ di sedativo totale, le tecniche di respirazione e di gestione del proprio corpo che si imparano con il Pink Kit valgono per ogni stagione e ogni genere di esperienza. Io le uso anche nella mia vita quotidiana ormai.

2) Il Pink Kit insegna a conoscere il proprio corpo in profondità grazie a una tecnica di auto-mappatura del bacino e del tratto finale della spina dorsale. Funziona. Conoscendo il mondo in cui sono fatta, sono riuscita a “parlare” meglio alla mia struttura per facilitare il passaggio dell’Infanta. Questo argomento era stato affrontato molto blandamente durante il mio corso.

3) Tecniche di comunicazione. Un buon 40% dell’opera è dedicata a chi assiste. Gli argomenti affrontati sono moltissimi ma per me e il babbofamilias la cosa più preziosa è stata esercitarci in tecniche di comunicazione non verbale. Durante il travaglio per me era molto difficile verbalizzare, ma avendo sviluppato un vero e proprio codice nelle settimane precedenti, non ne ho avuto bisogno e lui sapeva esattamente cosa fare. Durante il corso c’è stato un gran parlare di starsi vicini, dare supporto, comunicare, ma nessuno mi aveva detto che dell’eventualità di non riuscire/volere parlare in quel momento.

4) Ci sono cose che succedono durante il parto, che non sono state affrontate durante il mio corso pre-parto, ma che sono spiegate molto bene all’interno del Pink Kit, grazie al quale sono arrivata preparata e non sono andata nel panico. Mi riferisco soprattutto e in particolare alla gestione della fase espulsiva. Ring of fire. Nessuno mi aveva preparato a questo. Ma il Pink Kit l’ha fatto.

Il quinto punto non c’è, o meglio, si compone di varie ed eventuali:

5) Purtroppo non è (ancora) tradotto in italiano, per cui va bene solo per chi ha una conoscenza dell’inglese più che buona e per chi non si fa intimidire dalla grafica fine ‘900 inizi ’00, che fa tanto raccolta delle figurine delle edizioni paoline. Io lo consiglio e mi riprometto di donare prima della fine della loro campagna di crowdfunding, che scade tra qualche giorno.

A presto un post di normali cronache di vita, in cui si narrerà dell’inizio del trasloco, argomento altamente totalizzante al momento.

Storie di una ragazza madre

Un weekend al mese, la materfamilias, che sarei io, si trasforma in ragazza madre.
Il babbofamilias è impegnato per un numero esagerato di ore sottopagate a tutelare l’ordine civile e la concordia tra i cittadini, per cui siamo solo io, l’Infanta, il cane Sanna, il cane Obi, il gatto Cuordileone, il gatto Pedro. Che se ci conti siamo in sei, quindi non proprio pochissimi, ma gatti – esseri superiori – esclusi, la materfamilias si ritrova a trascorrere 48 h come unico adulto di riferimento della situazione.
È massacrante.
Soprattutto l’aspetto psicologico, per affrontare il quale chiamo a raccolta tutti gli anni di pratiche spirituali cui mi sono volontariamente sottoposta, che a qualcosa finalmente servono.
Insomma, in onore di quella che al lavoro le disse “Ah, sei stanca? Vedrai quando diventerai mamma”, a cui è stato risposto un “Ehm… In verità sono già mamma…” con tanto di sorriso tirato, momento di imbarazzo e recupero in corsa della tipa con un acuto “Ma sei giovaniiisssssima” e la mammafamilias che pensa bella storia la mia canizie incipiente non è poi così incipiente, magari la tinta inizio a farmela non questo ma l’anno prossimo
Questi we di monogenitorialità forzata sono stati immediatamente battezzati “da ragazza madre” in onore di questa mia ritrovata gioventù.
Per ora ci siamo lasciati alle spalle un sabato denso di emozioni in cui io ho un pochino di depressione post-fine lavoro, con tanto di paranoie da epidemia (laviamoci ossessivamente le mani), paranoie da cosa sarà di me non arriveremo alla fine del prossimo mese per cui mando curriculum a cani e porci tra cui anche uno per un lavoro notturno (ma sono scema?), bicchieri rotti, dentini di sotto spuntati (ecco perché non si dorme più, ed ecco spiegata la tendenza alla paranoia: sonno insufficiente), raffreddori lasciati alle spalle, voglia di essere nella mia cameretta, possibilmente al buio, ascoltando Jeff Buckley in cuffia per poi guardare il favoloso mondo di Amelie in loop e poi da capo per x volte con paranoia per la bruciante consapevolezza che quel tempo è finito e mai più tornerà, passeggiate al parco Forlanini con cani che si riscoprono anarchici e vanno a correre nel campo da golf seminando il panico tra le golfiste (no, non siete fighe come Cameron Diaz in Tutti Pazzi Per Mary. Fatevene una ragione), esperimenti culinari con il mio regalo di compleanno (una figata mondiale, diciamoci la verità), desiderata di docce calde che durino più dei militari cinque minuti che mia figlia mi concede e un post indubbiamente catartico scritto in fretta e furia mentre l’Infanta svuota un armadietto e la mia borsa e viene tenuta in braccio e si dispera e io rimando il momento di metterci a tavola, perché mangiare da sola con la bambina fa tanto ragazza madre e mi intristisce un po’.

Domani: polpette al sugo in porto sicuro i.e. casa di amica single. Insomma d’ora in poi è tutta discesa.

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Che la forza sia con me

Ieri dopo molti mesi sono andata a lavorare.
Mia mamma, nonnafamilias, dice che minimizzo, che mi svaluto, eccetera, perché al telefono, la sera, le ho detto che è abbastanza facile, abbastanza divertente e mi riesce abbastanza.
È stato bello, dico la verità.
È stato bello vestirsi truccarsi – e sentirsi comunque sciatta in confronto ai due commessi di Dior che avevo davanti sull’autobus: commessi di Dior, ma proprio di fronte a me che emergo da circa un anno-un anno e mezzo di gravidanza+maternità dovete venire a sedervi? – arrivare e lavorare un po’.
Poi è stato bello uscire, temendo di esplodere perché non allattare mi provoca una certa pressione interiore, prendere l’Infanta che il Babbofamilias aveva lo stage di “Dare mazzate meglio e di più”, tornare a casa, dribblare un tizio che voleva baciare la bambina ed era visibilmente ubriaco con quattro denti di numero in bocca, per fortuna è riuscito solo a sfiorarla e solo per questo mi sento in colpa ma porca pupazza dovevo aspettare l’autobus non potevo mettermi a scappare a gambe levate o forse si, insomma una giornata senza traumi e incontri improbabili che giornata è?
Insomma parentesi da grande centro abitato a parte, sono tornata a casa e ho ricevuto uno smacco, ovvero la prova provata che Babbofamilias è nettamente più tagliato di me per i lavori domestici: la casa, perfetta. Ma cosa aspetto a buttarmi in una carriera travolgente e lasciare lui a casa a badare al focolare?
Insomma riscaldo il contenuto del frigo, in barba al detto che “cavolo riscaldato e prete spretato non fu mai buono” (lo diceva la nonna di mio nonno, che evidentemente la sapeva lunga), perché era avanzato il cavolfiore di cui l’Infanta va ghiotta e l’ora della nanna si avvicina pericolosamente e alle ore 9 sono a dormire bimba e tutto. Quando il Babbofamilias torna alle ore 11, scatena la reazione dei nostri cani che ovviamente svegliano la gnoma. Cercando di non farmi venire troppo nervoso, le faccio riprendere sonno.
Ci svegliamo al canto del gallo questa mattina. E oggi pomeriggio si ripete. Dura fino al 10 ottobre.
Pare che chi ben comincia sia a metà dell’opera, ma essendo io nota per i miei fuochi di paglia, ci sapremo ridire come andrà avanti.
Appunti sui progressi dell’Infanta, di mesi quasinove: svuota gli scaffali della libreria. Che è stata prontamente fissata al muro nonostante trasloco imminente. Si avventura in altre stanze della casa in autonomia, guardandosi indietro per vedere se la guardo, se ci sono. Mi si stringe il cuore. In questo momento stesso sta guadagnando la cucina, luogo di misteri e perdizione, mi guarda dalla soglia di tale universo e mi tocca seguirla.

 

Sotto il cut, come si diceva ai gloriosi tempi di livejournal, un bonus 🙂

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Appunti veloci , a futura memoria, in ordine sparso

– Molliamo casa a Milano e andiamo a stare da qualche altra parte. Ci sono buone probabilità che questa altra parte sia alle porte della suddetta metropoli ma in un’oasi di pace e serenità.

– L’Infanta, di mesi otto e quattro giorni, da oggi si tira in piedi reggendosi a un appiglio qualunque e al grido di “Senza mani!” lascia la presa, resta in equilibrio qualche secondo e poi crolla sul suo sederotto imbottito. A volte, piange. Più spesso, ricomincia caparbia.

– Fuori dalla mia finestra suonano musica neomelodica a tutto volume. Vedi punto 1.

– Ho accettato un lavoro. Che è venuto a cercare me e non sono andata a cercare io. In un ufficio stampa. Non so da che parte iniziare ma pare avrò un bravissimo maestro. Che non ho ancora iniziato. Comincio in settimana. Dura un mese. Paga: non ancora quantificata. Ma in questo momento di vacche rachitiche, vale tutto. Terrore e felicità si alternano senza soluzione  di continuità mentre rifletto su come farò, cosa sarà di me, della mia famiglia, del trasloco e di tutto il resto. Il tempismo perfetto è una delle mie migliori qualità, del resto. Se non ho almeno tre grosse cose da fare tutte insieme, mi annoio.

passo e chiudo.

Riflessioni post-femministe: lettera a mia mamma

Mi ero ripromessa di scrivere una risposta al post di mia mamma, ma la vita e le mazzate prese dal Babbofamilias mi hanno momentaneamente distratto.
Come sapete, tutto è bene quel che finisce bene.
Questo è un post didascalico, noioso, pedante e molto molto personale. Siete avvertiti. Continua a leggere

Autosvezzamento, pensaci tu – riflessioni sull’adeguatezza

Sono tornata su Twitter, piattaforma la cui frequentazione ha per me andamento carsico e discontinuo, perché non ho mai capito del tutto come funziona e perché a volte semplicemente mi dimentico che esista.
Fattostà, sto twittando twittando bailando bailando di quando in quando e come ogni brava twittatrice, faccio uso e abuso degli hashtag.
Ieri ho fatto mio il termine #autosvezzamento e siccome sono curiosa come una scimmia (e sfido chiunque a usare un hashtag e poi non cercare altri che lo stanno usando al momento), ho trovato altre mamme che ne stavano parlando. In particolare, ho beccato mammagirovaga, che è una mamma nella rete molto simpatica e con le idee molto chiare su cosa sia l’autosvezzamento, sul perché e sul per come. E abbiamo iniziato a parlarne. E mi sono resa conto che al contrario di tante altre cose che ho scelto e fatto per l’Infanta, l’autosvezzamento non è stato oggetto di studio e letture approfondite con il medesimo piglio analitico da Pico de Paperis che ho riservato a altri argomenti. In gravidanza, quando ancora tempo per leggere c’era, lo svezzamento sembrava una lontana chimera, una cosa distante e avulsa dalla realtà, lungi da me, che dovevo capire come funzionasse tutto il resto e avevo altre priorità: pannolini, allattamento, fascia-o-passeggino?, cosleeping, babyblues, fino a arrivare a dettagli trascurabili tipo IL PARTO etc etc.
Come il “portare”, cioè tenere i figlioli in collo praticamente sempre, come il cosleeping e tutte le altre pratiche di “attachment parenting” o “alto contatto” – che comportano evidentemente un numero abnorme di neologismi con conseguente uso disinvolto dei medesimi- l’autosvezzamento mi risulta la soluzione più facile, più logica, più naturale e anche più figa e divertente per risolvere il problema “mangio cibi solidi” nei confronti dell’Infanta.
Tuttavia, continuo ogni tanto a prepararle qualche pappa, che lei puntualmente schifa (a meno che non sia composta di parmigiano, diciamo con un livello di saturazione pari al 70% circa) con mia conseguente frustrazione.
Continuo a preoccuparmi se mangia “poco” (due linguine al pesto e un po’ di insalata di polipo con patate, il gelato, la puppa… meno male che esistono gli elenchi che ci fanno subito sentire meglio), faccio confronti con gli altri bambini e la mia nonna interiore postbellica la trova magrina, anche se è vivacissima e sveglia e precoce eccetera eccetera.
E poi, ho il bimby, signori miei, e se uno ha il bimby, come può evitare di preparare almeno una pappina in vita sua? Un omogeneizzato fatto in casa? Ovvero come può uno scoglio arginare il mare di cotanta tentazione?
Insomma.
Tutto questo per dire che: no, non sono ancora emancipata dalle preoccupazioni che la società mi ha inculcato sull’argomento “morte precoce per fame e denutrizione” e per questo faccio outing. La cosa incredibile è che anche mia nonna sostiene che la bimba stia “benissimo” e sia “perfetta”. Certi condizionamenti sono duri a morire.
Si, a volte vorrei una bambina che “mangia tutta la pappa” e ne vuole ancora, invece della mia, che si allunga e si lancia nel vuoto dalle mie braccia perché vuole assaggiare la buccia di limone e l’insalata, le zucchine fritte, il gelato al melone, le pesche con lo zucchero, il coniglio in bianco, la pasta agliogoliopeperoncino, il prosciutto cotto al forno, la parmigiana di melanzane e tutte le altre meravigliose varietà di cibi che la tavola imbandita come dio comanda ha da offrire.
Quando, tra sei mesi circa, forte dei primi denti e di una coordinazione motoria degna di una trapezista, l’Infanta mangerà bistecche e patatine fritte apostrofandomi con espressioni da vera cowgirl, magari avrò tempo di leggere libri sull’autosvezzamento e scoprire che effettivamente avevo fatto tutto giusto.


PS: Il Babbofamilias sta bene. È stato solo un grande spavento, ha deciso che molla l’agonismo delle mazzate, sollevandomi alquanto da un monte di preoccupazioni.
La faccenda “casa” sta andando in porto.
Sul fronte lavorativo (mio) tutto tace. Ogni tanto penso a nuove tecniche di falsificazione del curriculum ma poi mi torna il senno. Quando avremo traslocato e l’Infanta avrà una maggiore autonomia senza di me, ne riparleremo. Sarà “naturale e fisiologico cercare e trovare lavoro”, come mi ha scritto un’amica con cui mi sono sfogata a mezzo messaggio in un momento di sconforto cosmico.
PPS: Il post sulle riflessioni postfemministe (con derive incazzuse sulle ggiovani che non si ricordano perché il femminismo e la compagnia cantante della lotta per i diritti sono importanti) è in lavorazione.

Nascite, Peer-Pressure, Scuse Pubbliche e Altre Storie…

Oggi è nata la figlia di mia cugina. Ho pianto di contentezza e commozione.
La nascita, che quando appartenevo ancora alle persone non sconvolte da uno tsunami ormonale senza precedenti non mi provocava quasi nessun brivido, è una cosa che da quando sono rimasta incinta e ho dato alla luce l’Infanta, mi fa venire il groppo, gli occhi lucidi, la voce garrula e la parlantina sciolta, facendomi assmigliare alla versione di me che ha esagerato con il rosso.
Insomma mi emoziona a livelli imbarazzanti.
Quando ci è stata annunciata questa gravidanza, la prima cosa che mi è venuta da fare dopo le congratulazioni e gli urletti sciocchi, dal momento che come dicevo mi emoziono in modo scemo e perdo ogni freno inibitorio, è stato rivolgermi alla mia altra cugina, sorella della neomamma e in modo del tutto inopportuno chiederle “E quindi?!?! E te? E quando? E come?”.
Lei è una donna deliziosa e molto educata e invece di darmi il pugno sul grugno che mi sarei meritata, ha sorriso e ha fatto la vaga, mentre suo marito probabilmente voleva sotterrarmi. Viva.
Inconsapevolmente, mi stavo macchiando di un peccato capitale, di una di quelle cose che quando la subisco mi fa uscire il fumo dalle orecchie mentre mi si inniettano gli occhi di sangue di vergini innocenti e un sospetto odore di zolfo si spande per la stanza.
Le stavo facendo peer pressure.
Piir presciure.
Pressione tra pari.
Come quando fumi la prima sigaretta in bagno a scuola perché lo fanno tutte le tue amiche (o almeno, lo fanno quelle che pensi siano fighissime), ti senti una cacca perché tutti i tuoi amici anche più giovani si sono laureati e tu sei lì che sudi dietro a una tesi che sembra non volersi proprio fare scrivere, quando passi oltre perché lo fanno tutti e tanti altri contesti squallid-ansiogeni del genere.
Nessuno dovrebbe sentirsi obbligato a fare qualcosa, ma soprattutto i figli, solo perché ci (noi: famiglia, amici, società, cultura e bla bla bla) si aspetta che sia così, che sia il momento giusto, che sia la stagione della vita adatta, che i nostri figli almeno avranno dei compagni di giochi della loro età, eccetera eccetera.
Per tutto ciò, nel giorno della nascita della sua nipote, io chiedo pubblicamente scusa a mia cugina e a voglio dire a chiunque sia donna e “ancora senza figli?!” che va bene così, il momento arriverà oppure no, non importa. Quel che conta è essere fedeli a noi stesse fino all’ultimo e sentirsela, sia che si decida, sia che no. Siamo donne e come ci giriamo ci giriamo, da qualche parte stiamo toppando: tanto vale fare come ci pare.


 

e poi, in ordine sparso:

– L’Infanta ha scoperto le gioie del suo seggiolone Stokke e che stare al tavolino con noi è una figata pazzesca. Assaggia indiscriminatamente cucchiaini, pezzi di frutta, cenci di cucina, bicchieri di plastica e non e in generale tutto ciò che riesce ad afferrare. In mancanza di oggetti, si china senza perdersi d’animo e assaggia il legno del tavolino

– c’è una casa che mi piace e come spesso accade con le case che mi piacciono, forse verrà comprata da qualcun altro.

– sto scrivendo un progetto per ricevere un assegno di ricerca. Verrà valutato alla fine dell’anno. Mettere ciò nero su bianco mi provoca torcipanza e tachicardia, voglia di minimo minimo un chilo gelato haaghen-daz e di nascondermi al buio, sotto il piumone anche se ormai è estate e non riemergere mai più, finché non mi troveranno i Posteri, ormai mummificata.

– La Nonnafamilias è una specie di trattore incrociato con Mastro Lindo e Mary Poppins e da grande voglio essere proprio come lei.

Storie di Vaccinazioni

Non è stato un weekend semplice e non è stato un lunedì facile. Ho avuto uno dei miei classici momenti di debacle primaverile e a nulla sono servite lunghe ore all’aria aperta o la tachipirina per farmi passare il mal di testa.
Invece il tempo a Milano oggi è semplicemente glorioso e il mio umore è migliorato di conseguenza.
C’è il sole, ma anche un vento fresco e sorprendentemente pulito che spazza tutta la città.
Oggi era anche il giorno dell’appuntamento per i primi vaccini. Io sono favorevole, nel senso che mi sembra assurdo non farli, ma non è questa la sede per parlarne, magari lo farò al prossimo richiamo.
Quello di cui voglio parlare è che il Babbofamiliae, intuendo la mia fifa blu, ha ritardato di un’ora al lavoro, per accompagnarci, stare lì con noi e riportarci a casa.
Che eravamo gli unici senza una carrozzina, noi e la nostra pataccosa fascia ereditata, in cui le piume delle mie piume dormivano serafiche. Che la dottoressa era carina, come sono tutte le dottoresse con cui ho incrociato il mio fin ora breve cammino di mamma e somigliava un po’ alla mia, di mamma. Che dopo la visita di routine, le punture fulminee sulle cosciotte intonse dell’Infanta le hanno provocato un pianto acuto, tipo sirena, fatto di potente AHH-AHH ripetuti.
Io mi sono sentita le ginocchia che facevano giacomo-giacomo e ho cominciato a ridacchiare.
A ridacchiare, come mi succede quando vado ai funerali, o a trovare qualcuno che sta molto male.
Mi viene da ridere e è una delle cose più imbarazzanti del mondo, perché è una risatina nervosa, che sottintende un mattone sullo stomaco ed è del tutto fuori luogo. Usciamo dall’ambulatorio. Io ho un certo qual bisogno di sedermi e l’Infanta, che è una roccia, si attacca alla puppa, smette di piangere e si addormenta quasi subito.
Babbofamiliae ci riaccompagna a casa.
Io passo il resto della giornata aspettando sintomi febbrili, nervosismo e gonfiore dove sono state fatte le iniezioni, ma la Gaia è sempre la stessa, che studia attenta alla lumachina-sonaglio o alla coccinella-sonaglio, forse profetiche di un futuro da entomologa, protesta quando non ha più voglia di stare sdraiata e mentre portiamo i cani a fare un giretto, sorride sdentata al signore sdentato, che ci apostrofa con un “C’è un po’ di vento, eh!”.
Adesso, è qui che batte sul tavolo per la prima volta in vita sua e io mi dico che potrei anche stare tranquilla, ma intanto, medito di andare a misurarle la febbre…