Tempo

La mammafamilias vorrebbe tempo.
Tempo per leggere, per guardare un film, per andare a nuotare in piscina, perché nuotare le piace moltissimo e le fa passare il mal di schiena.
Dormire, non importa.
La mammafamilias vorrebbe il tempo per sé, di cui fino a ieri ha letto solo nei libri femministi sulla questione di genere, che sembrava tutto giusto tutto vero ma anche tutto molto lontano, relegato in un futuro che non ti appartiene, che è di qualcun altro.
Invece la mammafamilias ha iniziato un nuovo lavoro, che non è quello che sognava da bambina ma non è nemmeno un call center, diciamo che è un compromesso accettabile, considerando che da qualche parte le finanze familiari da mesi in perdita costante andranno pur sanate.
Il Flylady-viaggio procede a rilento, ma con costanza da formichina vado avanti: appena mi sento pronta, procedo con un babystep successivo. Al momento sono arrivata agli hotspot. E i risultati piano piano si vedono, nonostante il trasloco infuri come un incendio a agosto. Trasferimento definitivo previsto per l’11 dicembre.
La mammafamilias tiene la barca pari, inforna e sforna, mescola sughi e sperimenta carpiati all’indietro per risparmiare quel centesimo cruciale sulla spesa, mentre l’Infanta cresce che sembra pagata, si nutre di tutto e di più, passeggia spingendo per casa il cesto dei panni e pretende di essere coinvolta nelle pulizie domestiche, per cui mi accompagna per casa armata di miniscopa e cencio pulito e strofina tutto quello che le capita a portata di mano, tra cui Cane Sanna e Cane Obi.
L’Infata a capodanno compie un anno e pensare che è tra un mese e mezzo mi fa venire voglia di sedermi e tremare le vene dei polsi.
Vado a vedere cosa c’è per cena, che al pranzo ho già provveduto.

5punti meno uno – Pink Kit: uno strumento per partorire bene, anzi partorire meglio.

La doverosa premessa a questo post è che sono una grande sostenitrice del parto naturale e per quanto possibile privo di interventi esterni. Sono convinta che il parto medicalizzato non sia una cosa auspicabile e mi auguro un futuro in cui potremo partorire tra le mura domestiche senza sentirci in colpa perché il pensiero collettivo ritiene che sia una cosa pericolosa e da cavernicoli, in cui lo stato (risparmiando decine di migliaia di euro di nostre tasse) rimborsi le spese di travaglio e parto assistiti a domicilio e in cui il numero di parti andati bene, pacifici, selvaggi, magici e naturali superi quello dei parti traumatici, conditi da sedativi, interventi chirurgici e paura.


Il mio parto è stato bello.
Magari un giorno lo racconterò nei dettagli, ma vi basti sapere che nonostante il grande compromesso dell’aver dovuto partorire in ospedale anziché a casa come avrei voluto, perché purtroppo non potevo pagarmi l’assistenza ostetrica a casa, tutto è andato come speravo e volevo.
Considero il fatto che il mio parto sia andato bene uno dei miei successi personali più importanti. Purtroppo non sempre gli ospedali sono luoghi accoglienti per chi deve mettere al mondo un figlio e ci sono stati momenti in cui ho dovuto dire chiaro e tondo di cosa avevo bisogno e che cosa non volevo, per evitare di essere trascinata dalla corrente degli eventi in una direzione che non fosse quella da me desiderata, ovvero essere lasciata il più possibile indisturbata a fare la mia bambina.
Così è stato.
Ma voglio arrivare al punto. Uno degli aiuti più grossi che ho avuto mi è stato dato dallo studio del Pink Kit.
Sconosciuto in Italia, il Pink Kit è in sostanza un corso pre parto “a distanza”: è composto una raccolta di fascicoli, che si possono acquistare e scaricare in formato PDF dal sito, corredato da alcuni video e file audio. Per il momento è reperibile solo in inglese. Quando ho mostrato il sito a un’ostetrica che conosco, l’impressione che ebbe è che si trattasse di “una trovata commerciale” e mi consigliò di non spenderci i miei soldi. Per fortuna non le ho dato ascolto.
Cinque punti: perché secondo me il Pink Kit è una risorsa bella, valida e vale la pena acquistarlo.

1) Non importa che tu partorisca da sola in mezzo alle fresche frasche o che tu abbia un cesareo d’urgenza, che tu partorisca cantando mantra tibetani circondata da candele e incensi puzzoni oppure che tu chieda l’epidurale o una botta in testa a mo’ di sedativo totale, le tecniche di respirazione e di gestione del proprio corpo che si imparano con il Pink Kit valgono per ogni stagione e ogni genere di esperienza. Io le uso anche nella mia vita quotidiana ormai.

2) Il Pink Kit insegna a conoscere il proprio corpo in profondità grazie a una tecnica di auto-mappatura del bacino e del tratto finale della spina dorsale. Funziona. Conoscendo il mondo in cui sono fatta, sono riuscita a “parlare” meglio alla mia struttura per facilitare il passaggio dell’Infanta. Questo argomento era stato affrontato molto blandamente durante il mio corso.

3) Tecniche di comunicazione. Un buon 40% dell’opera è dedicata a chi assiste. Gli argomenti affrontati sono moltissimi ma per me e il babbofamilias la cosa più preziosa è stata esercitarci in tecniche di comunicazione non verbale. Durante il travaglio per me era molto difficile verbalizzare, ma avendo sviluppato un vero e proprio codice nelle settimane precedenti, non ne ho avuto bisogno e lui sapeva esattamente cosa fare. Durante il corso c’è stato un gran parlare di starsi vicini, dare supporto, comunicare, ma nessuno mi aveva detto che dell’eventualità di non riuscire/volere parlare in quel momento.

4) Ci sono cose che succedono durante il parto, che non sono state affrontate durante il mio corso pre-parto, ma che sono spiegate molto bene all’interno del Pink Kit, grazie al quale sono arrivata preparata e non sono andata nel panico. Mi riferisco soprattutto e in particolare alla gestione della fase espulsiva. Ring of fire. Nessuno mi aveva preparato a questo. Ma il Pink Kit l’ha fatto.

Il quinto punto non c’è, o meglio, si compone di varie ed eventuali:

5) Purtroppo non è (ancora) tradotto in italiano, per cui va bene solo per chi ha una conoscenza dell’inglese più che buona e per chi non si fa intimidire dalla grafica fine ‘900 inizi ’00, che fa tanto raccolta delle figurine delle edizioni paoline. Io lo consiglio e mi riprometto di donare prima della fine della loro campagna di crowdfunding, che scade tra qualche giorno.

A presto un post di normali cronache di vita, in cui si narrerà dell’inizio del trasloco, argomento altamente totalizzante al momento.

Crisi rientrata? Storie di… un aggiornamento sulle ultime settimane.

Sono stati giorni densi.
Ho versato l’acqua sul mio computer adorato, al momento ancora in terapia intensiva presso tecnico apparentemente competente. L’angoscia mi attanaglia ma ho riesumato vecchio laptop, da cui vi scrivo, abbastanza compiaciuta da questo momento vintage, che nulla può, tuttavia, rispetto alla trepidante attesa dell’sms che mi comunicherà lo stato del paziente.
Un noto sindacato scolastico mi ha comunicato che le mie aspirazioni di supplente di terza fascia sono vane, perché le graduatorie sono chiuse. Per i prossimi tre anni. Ma posso sempre portare i curriculum alle scuole private che affollano questa meravigliosa capitale economica in cui in sorte mi è toccato di vivere. Il fatto che siano al 90% istituti cattolici non scalfisce i miei buoni propositi.
Ho avuto un contatto diretto con l’help desk di wordpress, che si è rivelato luogo di arcobaleni, unicorni e kindness tutta anglosassone, per poi scoprire che non ne avevo bisogno, bastava aspettare. Se nella vostra vita di blogger dovesse capitarvi di non riuscire nell’autenticazione in two-steps, semplicemente prima di farvi prendere dal panico aspettate.
L’Infanta ha avuto due denti spuntati nello stesso momento, secondo incisivo inferiore e primo incisivo superiore. Siamo ben avviate verso la formazione di un sorriso coi fiocchi. Se ci sono nonni impegnati nella lettura, questo è un comunicato ufficiale: i denti NON si vedono ancora. Ripeto, NON si vedono. Ogni richiesta di foto a tema non verrà evasa fino a data da destinarsi, i.e. quando si vedranno.
Ho litigato con mia madre come non succedeva da circa un anno e ho deciso che i nostri rapporti per essere più distesi dovranno farsi estremamente diradati. Dal momento che è un’assidua lettrice di questo spazio, non mi pare opportuno entrare troppo nel merito. Sappiate solo, cari posteri che da un futuro lontano leggete queste mie parole ritrovate da qualche cyber-archeologo, che dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno, da Omero a Leopardi, relazionarsi con la propria madre è un lavoraccio.
E quando si diventa madri diventa anche peggio.
Stiamo inscatolando e emotivamente è pesante.
Il nostro soggiorno viene lentamente impacchettato: i nostri libri, le suppellettili, i ricordi vengono sottoposti all’impietoso sguardo del Babbofamilias, che getta il superfluo con disinvoltura, mentre io devo tapparmi il naso e farmi violenza nel buttare via un orrido posacenere che qualcuno ha dimenticato qua anni fa o un pacchetto di sigarette che nessuno fuma più da ere geologiche.
Le bacheche dei gruppi di facebook in cui si cedono e si regalano oggetti sono intasate dai miei messaggi.
Questa domenica iniziamo a fare viaggi e a stipare le nostre cose nel ripostiglio della casa nuova.
Ma c’è una buona notizia: forse ho trovato un lavoro. Non è quello che sognavo da piccola, ma sicoramente mi permetterà di veleggiare un po’ più tranquillamente nelle acque torbide delle mie finanze.

Come scrivevo su twitter qualche giorno fa, vorrei davvero andare in letargo e svegliarmi a primavera.

Storie di una ragazza madre

Un weekend al mese, la materfamilias, che sarei io, si trasforma in ragazza madre.
Il babbofamilias è impegnato per un numero esagerato di ore sottopagate a tutelare l’ordine civile e la concordia tra i cittadini, per cui siamo solo io, l’Infanta, il cane Sanna, il cane Obi, il gatto Cuordileone, il gatto Pedro. Che se ci conti siamo in sei, quindi non proprio pochissimi, ma gatti – esseri superiori – esclusi, la materfamilias si ritrova a trascorrere 48 h come unico adulto di riferimento della situazione.
È massacrante.
Soprattutto l’aspetto psicologico, per affrontare il quale chiamo a raccolta tutti gli anni di pratiche spirituali cui mi sono volontariamente sottoposta, che a qualcosa finalmente servono.
Insomma, in onore di quella che al lavoro le disse “Ah, sei stanca? Vedrai quando diventerai mamma”, a cui è stato risposto un “Ehm… In verità sono già mamma…” con tanto di sorriso tirato, momento di imbarazzo e recupero in corsa della tipa con un acuto “Ma sei giovaniiisssssima” e la mammafamilias che pensa bella storia la mia canizie incipiente non è poi così incipiente, magari la tinta inizio a farmela non questo ma l’anno prossimo
Questi we di monogenitorialità forzata sono stati immediatamente battezzati “da ragazza madre” in onore di questa mia ritrovata gioventù.
Per ora ci siamo lasciati alle spalle un sabato denso di emozioni in cui io ho un pochino di depressione post-fine lavoro, con tanto di paranoie da epidemia (laviamoci ossessivamente le mani), paranoie da cosa sarà di me non arriveremo alla fine del prossimo mese per cui mando curriculum a cani e porci tra cui anche uno per un lavoro notturno (ma sono scema?), bicchieri rotti, dentini di sotto spuntati (ecco perché non si dorme più, ed ecco spiegata la tendenza alla paranoia: sonno insufficiente), raffreddori lasciati alle spalle, voglia di essere nella mia cameretta, possibilmente al buio, ascoltando Jeff Buckley in cuffia per poi guardare il favoloso mondo di Amelie in loop e poi da capo per x volte con paranoia per la bruciante consapevolezza che quel tempo è finito e mai più tornerà, passeggiate al parco Forlanini con cani che si riscoprono anarchici e vanno a correre nel campo da golf seminando il panico tra le golfiste (no, non siete fighe come Cameron Diaz in Tutti Pazzi Per Mary. Fatevene una ragione), esperimenti culinari con il mio regalo di compleanno (una figata mondiale, diciamoci la verità), desiderata di docce calde che durino più dei militari cinque minuti che mia figlia mi concede e un post indubbiamente catartico scritto in fretta e furia mentre l’Infanta svuota un armadietto e la mia borsa e viene tenuta in braccio e si dispera e io rimando il momento di metterci a tavola, perché mangiare da sola con la bambina fa tanto ragazza madre e mi intristisce un po’.

Domani: polpette al sugo in porto sicuro i.e. casa di amica single. Insomma d’ora in poi è tutta discesa.

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Che la forza sia con me

Ieri dopo molti mesi sono andata a lavorare.
Mia mamma, nonnafamilias, dice che minimizzo, che mi svaluto, eccetera, perché al telefono, la sera, le ho detto che è abbastanza facile, abbastanza divertente e mi riesce abbastanza.
È stato bello, dico la verità.
È stato bello vestirsi truccarsi – e sentirsi comunque sciatta in confronto ai due commessi di Dior che avevo davanti sull’autobus: commessi di Dior, ma proprio di fronte a me che emergo da circa un anno-un anno e mezzo di gravidanza+maternità dovete venire a sedervi? – arrivare e lavorare un po’.
Poi è stato bello uscire, temendo di esplodere perché non allattare mi provoca una certa pressione interiore, prendere l’Infanta che il Babbofamilias aveva lo stage di “Dare mazzate meglio e di più”, tornare a casa, dribblare un tizio che voleva baciare la bambina ed era visibilmente ubriaco con quattro denti di numero in bocca, per fortuna è riuscito solo a sfiorarla e solo per questo mi sento in colpa ma porca pupazza dovevo aspettare l’autobus non potevo mettermi a scappare a gambe levate o forse si, insomma una giornata senza traumi e incontri improbabili che giornata è?
Insomma parentesi da grande centro abitato a parte, sono tornata a casa e ho ricevuto uno smacco, ovvero la prova provata che Babbofamilias è nettamente più tagliato di me per i lavori domestici: la casa, perfetta. Ma cosa aspetto a buttarmi in una carriera travolgente e lasciare lui a casa a badare al focolare?
Insomma riscaldo il contenuto del frigo, in barba al detto che “cavolo riscaldato e prete spretato non fu mai buono” (lo diceva la nonna di mio nonno, che evidentemente la sapeva lunga), perché era avanzato il cavolfiore di cui l’Infanta va ghiotta e l’ora della nanna si avvicina pericolosamente e alle ore 9 sono a dormire bimba e tutto. Quando il Babbofamilias torna alle ore 11, scatena la reazione dei nostri cani che ovviamente svegliano la gnoma. Cercando di non farmi venire troppo nervoso, le faccio riprendere sonno.
Ci svegliamo al canto del gallo questa mattina. E oggi pomeriggio si ripete. Dura fino al 10 ottobre.
Pare che chi ben comincia sia a metà dell’opera, ma essendo io nota per i miei fuochi di paglia, ci sapremo ridire come andrà avanti.
Appunti sui progressi dell’Infanta, di mesi quasinove: svuota gli scaffali della libreria. Che è stata prontamente fissata al muro nonostante trasloco imminente. Si avventura in altre stanze della casa in autonomia, guardandosi indietro per vedere se la guardo, se ci sono. Mi si stringe il cuore. In questo momento stesso sta guadagnando la cucina, luogo di misteri e perdizione, mi guarda dalla soglia di tale universo e mi tocca seguirla.

 

Sotto il cut, come si diceva ai gloriosi tempi di livejournal, un bonus 🙂

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Appunti veloci , a futura memoria, in ordine sparso

– Molliamo casa a Milano e andiamo a stare da qualche altra parte. Ci sono buone probabilità che questa altra parte sia alle porte della suddetta metropoli ma in un’oasi di pace e serenità.

– L’Infanta, di mesi otto e quattro giorni, da oggi si tira in piedi reggendosi a un appiglio qualunque e al grido di “Senza mani!” lascia la presa, resta in equilibrio qualche secondo e poi crolla sul suo sederotto imbottito. A volte, piange. Più spesso, ricomincia caparbia.

– Fuori dalla mia finestra suonano musica neomelodica a tutto volume. Vedi punto 1.

– Ho accettato un lavoro. Che è venuto a cercare me e non sono andata a cercare io. In un ufficio stampa. Non so da che parte iniziare ma pare avrò un bravissimo maestro. Che non ho ancora iniziato. Comincio in settimana. Dura un mese. Paga: non ancora quantificata. Ma in questo momento di vacche rachitiche, vale tutto. Terrore e felicità si alternano senza soluzione  di continuità mentre rifletto su come farò, cosa sarà di me, della mia famiglia, del trasloco e di tutto il resto. Il tempismo perfetto è una delle mie migliori qualità, del resto. Se non ho almeno tre grosse cose da fare tutte insieme, mi annoio.

passo e chiudo.

Riflessioni post-femministe: lettera a mia mamma

Mi ero ripromessa di scrivere una risposta al post di mia mamma, ma la vita e le mazzate prese dal Babbofamilias mi hanno momentaneamente distratto.
Come sapete, tutto è bene quel che finisce bene.
Questo è un post didascalico, noioso, pedante e molto molto personale. Siete avvertiti. Continua a leggere

Al mare, ai monti e a tutto quello che ci sta in mezzo

Siamo in terra natia.
Ovvero, al mare, ai monti e nel mezzo.
Massa è così, è una terra mista e angusta nella sua varietà.
Parlarne o meglio scriverne è complicato. Per me.
Tutto quello che ha il sapore dell’infanzia, della preadolescenza e di quella specie di calvario senza fine apparente che è stata l’adolescenza, è duro da digerire come un piatto di ghiaino di parcheggio di stabilimento balneare. Tanto per fare delle metafore argute e molto simpa.
Passo davanti al mio liceo giallo fingendo la disinvoltura di chi ha frequentato la scuola “da generazioni” e penso agli esami di maturità che ci si svolgono dentro. Mi viene uno stripizzone di pancia e allungo il passo andando oltre, faccio finta che quel sudorino freddo sia colpa dell’afa.
Sogno di ricevere badilate in piena fronte – si, proprio la scena splatter della pala conficcata nel cranio –  e cavarmela con una guarigione miracolosa in attesa di un’ambulanza pigra, che arriva ma io sono già pronta a tornare in pista, solo con una scenografica cicatrice degna di un personaggio di The Walking Dead (sarà uscito il numero nuovo?).
Vado al mare: nuoto per dieci minuti nell’acqua verde e gelida di Giugno, poi torno a riva, mi lavo il sale e mi asciugo. Questo è possibile, ovviamente, perché c’è qualcuno a tenere la creatura, siano quelle sante delle mie cugine le bionde, mia nonna ora bisnonna, mia mamma ora nonna, il babbofamilias.
L’infanta che soffre tuttavia di attacchi di mammite acuta in cui vuole me e solo me e soltanto me. Nonostante questo possa essere simpatico per qualunque ego materno che si rispetti, alla lunga può essere sfiancante.
L’infanta che per quel che gliene frega, mangia albicocca tagliata a metà, rigurgita yogurt, azzanna culetti di pane secco con le gengive che cominciano a dare segni di mutazione e protesta volitiva quando qualcosa non le va bene, vedi alla voce mammite. Mostra di avere carattere. Carattere di merda, come dice sua nonna con un gran sorriso, proprio come me, aggiunge orgogliosa.
Io tremo: se siamo a questi punti adesso, cosa farò al momento dei terrible two?
Potrei fingere un esaurimento nervoso e farmi rinchiudere in un istituto per il bene di tutti finché non è tutto finito.
Oppure abbandono la famiglia per darmi alla pirateria tornando dopo ventanni carica di tesori?
Ho letto troppe poesie tristi e troppi romanzi di Salgari in vita mia, quando ho queste fantasie risulta evidente.

La faccenda della casa, di contro, sta prendendo forma e anche questo salto verso un’ineluttabile età adulta mi turba non poco.
Mi piacerà vivere ai piedi di una collina, vicino alla via Francigena, accendere la stufa d’inverno, piantare un orto, rastrellare le foglie, inserire l’allarme quando esco e preoccuparmi dei gatti che stanno via anche per due giorni di fila?
Mi piacerà uscire di casa e essere in campagna ma a due passi dal paese, prendere il treno per andare in città, avere presumibilmente bisogno di una seconda macchina eccetera eccetera?

Nel frattempo.

Sento le amiche del liceo per organizzare incontri che regolarmente non si svolgono e magari un motivo ci sarà ma non è così simpatico pensarci e portare alla coscienza certe verità sul tempo che passa e il resto, cucino pic nic da portare in spiaggia, vedo la mia bimba crescere, incontro gente che mi dice “Stai benissimo, sei radiosa” mentre mi sento cicciona e ho dormito quattro ore, con conseguente boost di autostima. Rimando visite mediche, di rispondere a mail, di mandare curriculum, di appendere un annuncio per trovare lo scolaro da salvare per l’estate, per avere un bocciato in meno a settembre e qualche soldo di più da spendere in gelati. Desidero una terra illuminante-abbronzante per le gote lentigginose e per spendere per me stessa i pochi denari in mio possesso.
E devo andare a pulire un rigurgito.

Nascite, Peer-Pressure, Scuse Pubbliche e Altre Storie…

Oggi è nata la figlia di mia cugina. Ho pianto di contentezza e commozione.
La nascita, che quando appartenevo ancora alle persone non sconvolte da uno tsunami ormonale senza precedenti non mi provocava quasi nessun brivido, è una cosa che da quando sono rimasta incinta e ho dato alla luce l’Infanta, mi fa venire il groppo, gli occhi lucidi, la voce garrula e la parlantina sciolta, facendomi assmigliare alla versione di me che ha esagerato con il rosso.
Insomma mi emoziona a livelli imbarazzanti.
Quando ci è stata annunciata questa gravidanza, la prima cosa che mi è venuta da fare dopo le congratulazioni e gli urletti sciocchi, dal momento che come dicevo mi emoziono in modo scemo e perdo ogni freno inibitorio, è stato rivolgermi alla mia altra cugina, sorella della neomamma e in modo del tutto inopportuno chiederle “E quindi?!?! E te? E quando? E come?”.
Lei è una donna deliziosa e molto educata e invece di darmi il pugno sul grugno che mi sarei meritata, ha sorriso e ha fatto la vaga, mentre suo marito probabilmente voleva sotterrarmi. Viva.
Inconsapevolmente, mi stavo macchiando di un peccato capitale, di una di quelle cose che quando la subisco mi fa uscire il fumo dalle orecchie mentre mi si inniettano gli occhi di sangue di vergini innocenti e un sospetto odore di zolfo si spande per la stanza.
Le stavo facendo peer pressure.
Piir presciure.
Pressione tra pari.
Come quando fumi la prima sigaretta in bagno a scuola perché lo fanno tutte le tue amiche (o almeno, lo fanno quelle che pensi siano fighissime), ti senti una cacca perché tutti i tuoi amici anche più giovani si sono laureati e tu sei lì che sudi dietro a una tesi che sembra non volersi proprio fare scrivere, quando passi oltre perché lo fanno tutti e tanti altri contesti squallid-ansiogeni del genere.
Nessuno dovrebbe sentirsi obbligato a fare qualcosa, ma soprattutto i figli, solo perché ci (noi: famiglia, amici, società, cultura e bla bla bla) si aspetta che sia così, che sia il momento giusto, che sia la stagione della vita adatta, che i nostri figli almeno avranno dei compagni di giochi della loro età, eccetera eccetera.
Per tutto ciò, nel giorno della nascita della sua nipote, io chiedo pubblicamente scusa a mia cugina e a voglio dire a chiunque sia donna e “ancora senza figli?!” che va bene così, il momento arriverà oppure no, non importa. Quel che conta è essere fedeli a noi stesse fino all’ultimo e sentirsela, sia che si decida, sia che no. Siamo donne e come ci giriamo ci giriamo, da qualche parte stiamo toppando: tanto vale fare come ci pare.


 

e poi, in ordine sparso:

– L’Infanta ha scoperto le gioie del suo seggiolone Stokke e che stare al tavolino con noi è una figata pazzesca. Assaggia indiscriminatamente cucchiaini, pezzi di frutta, cenci di cucina, bicchieri di plastica e non e in generale tutto ciò che riesce ad afferrare. In mancanza di oggetti, si china senza perdersi d’animo e assaggia il legno del tavolino

– c’è una casa che mi piace e come spesso accade con le case che mi piacciono, forse verrà comprata da qualcun altro.

– sto scrivendo un progetto per ricevere un assegno di ricerca. Verrà valutato alla fine dell’anno. Mettere ciò nero su bianco mi provoca torcipanza e tachicardia, voglia di minimo minimo un chilo gelato haaghen-daz e di nascondermi al buio, sotto il piumone anche se ormai è estate e non riemergere mai più, finché non mi troveranno i Posteri, ormai mummificata.

– La Nonnafamilias è una specie di trattore incrociato con Mastro Lindo e Mary Poppins e da grande voglio essere proprio come lei.

Storie di un weekend assolato

Anche se abitiamo a Milano, stiamo tanto all’aria aperta.
Perché ci piace, ma soprattutto perché abbiamo due cani. Non possiamo permetterci di cominciare a uscire solo a metà maggio, con il sole già caldo ma l’arietta ancora fresca, che si sta una bellezza. Noi si va al parco tutti i giorni, tutto l’anno, anche se piove o nevica, con fermezza eroica. Se tuona e fulmina no, ma sono le uniche condizioni meteo che ci fermano dal caricare tutti sulla Pandafamilias e fare questo giro quotidiano.
Purtroppo, il resto della popolazione non è dello stesso avviso e come marmotte, tassi o orsi, dimostrano una connessione sorprendente con i ritmi della natura: loro escono solo quando la temperatura è già tiepida e solo ed esclusivamente con il bel tempo.
E loro sono tanti, tantissimi.
Come sostengo nella mia incompresa tesi di laurea, frequentare il parco pubblico con un cane al seguito rende territoriali i cani, ma da ieri ho scoperto che rende territoriale anche me.
Guardo questi mucchi di gente, bambini, automobili (oddio, ma quante automobili?!), cani e il loro caravanserraglio di borse frigo, barbecue portatili, ombrelloni, coperte da pic nic, biciclette con le ruotine, cappelli di paglia e occhiali da sole. Affollano lo spazio che sono egoisticamente abituata a dominare in una solitudine quasi perfetta, accompagnata dai miei cani e con la bimba nell’ergo, magari dal Babbofamilias quando si può, mi depredano dalla fantasia malsana di trovami in Downtown Abbey, a passeggiare nel gigantesco parco del mio maniero incrociando i rari eletti che come me sono sparpagliati in migliaia di metri quadrati, ognuno con il suo sacro spazio vitale garantito.
Sto diventando misantropa?
Ho assorbito il disprezzo del villico “merendero” dal nonno materno?
Non abbiamo forse tutti diritto a un po’ di verde, nei modi e nei tempi in cui possiamo permettercelo?
E se l’uomo e la donna e il bambino medio possono mettere il becco fuori di casa solo a metà maggio, di sabato e di domenica, chi sono io per impedirlo?
Questi pensieri progressisti e buoni mi affollavano la mente mentre, dopo essermi dirottata sull’Idroscalo perché al Forlanini non ho trovato parcheggio, trovavo un posto all’ombra, a S, tecnica che notoriamente padroneggio (nonostante io guidi una Panda, la macchina più maneggevole della storia) a meno che non ci sia spazio per parcheggiare almeno due Pande. Quindi in realtà è come se avessi trovato due parcheggi. Botta di…
Recupero bambina e cani e mi dirigo verso l’area cani.
Una corridoressa stitica mi fa notare che i cani (che mi erano appiccicati come carta moschicida nonostante li avessi liberati dai guinzagli) non possono stare slegati.
Per un attimo ho la tentazione di mettermi a litigare ma la ringrazio per la preziosa info e vado avanti, ringraziando di conseguenza me stessa per averle dato modo di sentirsi una persona meglio, anche oggi.
L’idroscalo è blu e bellissimo, l’acqua trasparente e i cani si divertono felici nell’acqua per un’oretta, salvo essere terrorizzati quando una canoa passa troppo vicina alla riva, sfrecciando.
L’infanta dorme.
Io difendo l’onore dell’appiccicane Sanna, che anche se sterilizzata piace tantissimo ai cani maschi, e osservo un giovane dogo e il suo sprovveduto proprietario per i quali mormoro una preghiera mentale di pronto risveglio spirituale per entrambi.
Verso le 11, raccatto armi e bagagli e mi dirigo verso la macchina.
Menzione speciale alla coppia di anzianotti stranieri che mi aiutano con il cancelletto dell’area cani, con un comprensivo “Ne hai le mani piene”, probabilmente traduzione letterale di “You have quite an handful”.
Sopravvivo al traffico a cui sono disabituata, torno a casa, mangio una cofana di fusilli al sugo di pomodoro e faccio il pane. L’infanta dorme un’oretta, dandomi la possibilità di scrivere questi righi.
Domani è lunedì e il parco sarà deserto.