Catarsifamilias reprise

Da qualche mese a questa parte, questo luogo ha la funzione di piccolo angolo segreto in cui, quando la stretta allo stomaco diventa troppo forte, vengo e mi racconto, in modo che poi respiro un po’ meglio.

Non sono tempi facili per la materfamilias, ma non sono nemmeno difficili. Forse il termine giusto è “impegnativi”.
Impegnativi come andare in montagna, come fare un viaggio, in cui a volte incontri cose belle a volte ti succedono cose bruttissime, ma poi quando torni a casa ti senti meglio di prima.

La mammafamilias, alla porta dei trenta, si scontra con l’essere davvero adulta: in queste mesi ho l’impressione che davvero non ci sia più nessuno a fare da filtro tra me e il mondo, apparte me stessa.
Per questo mi cucco tutto: il bello e il buono, il gentile e l’arrogante, quello che ti scava le fosse in giardino e manco chiede scusa e quello che ti dice “dai che ce la fai” anche se non ti conosce, che ti ringrazia per il lavoro che gli devi comunque.

L’infanta nel frattempo sta imparando a parlare, a fare i salti, a fare le capriole, i pasti non sono più una lotta senza quartiere e mamma e babbofamilias hanno iniziato a parlare di un possibile uovo misterioso, facendo riferimento all’illustre famiglia Polli del libro degli animali.

La mammafamilias per ora non è gravida, ma diciamo che vorrebbe, anche se non sa bene come potrebbe fare.

Ma, come quando si va in montagna, come quando si va a fare un viaggio, sa anche che le risorse e le risposte arriveranno, quando ci saranno le situazioni giuste da affrontare.

Ora torno a lavoro.

una centrifugata veloce

L’ultima volta che ho scritto un post su questo blog, circa un mese fa, ero un’altra persona.

Avevo progetti abbastanza nebulosi, stavo andando per la mia strada navigando a vista, aspettavo un agosto che l’oroscopo di Internazionale mi aveva predetto sarebbe stato decisivo, avevo poche idee su un futuro un po’ così.

Ora, giro studi di commercialisti, sto sveglia la notte a fissare il soffitto per capire dove troverò i soldi, cerco fornitori, stipulo contratti.

Insomma, mi sto per mettere in proprio.
Questo provoca irrimediabili torcipanza ma anche grandi entusiasmi.
Quando le nebbie si saranno diradate e riuscirò a mettere i piedi per terra da questa giostra, giuro che tornerò a scrivere, perché è giusto che i Posteri godano delle mie memorie fino in fondo.

Crisi rientrata? Storie di… un aggiornamento sulle ultime settimane.

Sono stati giorni densi.
Ho versato l’acqua sul mio computer adorato, al momento ancora in terapia intensiva presso tecnico apparentemente competente. L’angoscia mi attanaglia ma ho riesumato vecchio laptop, da cui vi scrivo, abbastanza compiaciuta da questo momento vintage, che nulla può, tuttavia, rispetto alla trepidante attesa dell’sms che mi comunicherà lo stato del paziente.
Un noto sindacato scolastico mi ha comunicato che le mie aspirazioni di supplente di terza fascia sono vane, perché le graduatorie sono chiuse. Per i prossimi tre anni. Ma posso sempre portare i curriculum alle scuole private che affollano questa meravigliosa capitale economica in cui in sorte mi è toccato di vivere. Il fatto che siano al 90% istituti cattolici non scalfisce i miei buoni propositi.
Ho avuto un contatto diretto con l’help desk di wordpress, che si è rivelato luogo di arcobaleni, unicorni e kindness tutta anglosassone, per poi scoprire che non ne avevo bisogno, bastava aspettare. Se nella vostra vita di blogger dovesse capitarvi di non riuscire nell’autenticazione in two-steps, semplicemente prima di farvi prendere dal panico aspettate.
L’Infanta ha avuto due denti spuntati nello stesso momento, secondo incisivo inferiore e primo incisivo superiore. Siamo ben avviate verso la formazione di un sorriso coi fiocchi. Se ci sono nonni impegnati nella lettura, questo è un comunicato ufficiale: i denti NON si vedono ancora. Ripeto, NON si vedono. Ogni richiesta di foto a tema non verrà evasa fino a data da destinarsi, i.e. quando si vedranno.
Ho litigato con mia madre come non succedeva da circa un anno e ho deciso che i nostri rapporti per essere più distesi dovranno farsi estremamente diradati. Dal momento che è un’assidua lettrice di questo spazio, non mi pare opportuno entrare troppo nel merito. Sappiate solo, cari posteri che da un futuro lontano leggete queste mie parole ritrovate da qualche cyber-archeologo, che dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno, da Omero a Leopardi, relazionarsi con la propria madre è un lavoraccio.
E quando si diventa madri diventa anche peggio.
Stiamo inscatolando e emotivamente è pesante.
Il nostro soggiorno viene lentamente impacchettato: i nostri libri, le suppellettili, i ricordi vengono sottoposti all’impietoso sguardo del Babbofamilias, che getta il superfluo con disinvoltura, mentre io devo tapparmi il naso e farmi violenza nel buttare via un orrido posacenere che qualcuno ha dimenticato qua anni fa o un pacchetto di sigarette che nessuno fuma più da ere geologiche.
Le bacheche dei gruppi di facebook in cui si cedono e si regalano oggetti sono intasate dai miei messaggi.
Questa domenica iniziamo a fare viaggi e a stipare le nostre cose nel ripostiglio della casa nuova.
Ma c’è una buona notizia: forse ho trovato un lavoro. Non è quello che sognavo da piccola, ma sicoramente mi permetterà di veleggiare un po’ più tranquillamente nelle acque torbide delle mie finanze.

Come scrivevo su twitter qualche giorno fa, vorrei davvero andare in letargo e svegliarmi a primavera.

Storie di una ragazza madre

Un weekend al mese, la materfamilias, che sarei io, si trasforma in ragazza madre.
Il babbofamilias è impegnato per un numero esagerato di ore sottopagate a tutelare l’ordine civile e la concordia tra i cittadini, per cui siamo solo io, l’Infanta, il cane Sanna, il cane Obi, il gatto Cuordileone, il gatto Pedro. Che se ci conti siamo in sei, quindi non proprio pochissimi, ma gatti – esseri superiori – esclusi, la materfamilias si ritrova a trascorrere 48 h come unico adulto di riferimento della situazione.
È massacrante.
Soprattutto l’aspetto psicologico, per affrontare il quale chiamo a raccolta tutti gli anni di pratiche spirituali cui mi sono volontariamente sottoposta, che a qualcosa finalmente servono.
Insomma, in onore di quella che al lavoro le disse “Ah, sei stanca? Vedrai quando diventerai mamma”, a cui è stato risposto un “Ehm… In verità sono già mamma…” con tanto di sorriso tirato, momento di imbarazzo e recupero in corsa della tipa con un acuto “Ma sei giovaniiisssssima” e la mammafamilias che pensa bella storia la mia canizie incipiente non è poi così incipiente, magari la tinta inizio a farmela non questo ma l’anno prossimo
Questi we di monogenitorialità forzata sono stati immediatamente battezzati “da ragazza madre” in onore di questa mia ritrovata gioventù.
Per ora ci siamo lasciati alle spalle un sabato denso di emozioni in cui io ho un pochino di depressione post-fine lavoro, con tanto di paranoie da epidemia (laviamoci ossessivamente le mani), paranoie da cosa sarà di me non arriveremo alla fine del prossimo mese per cui mando curriculum a cani e porci tra cui anche uno per un lavoro notturno (ma sono scema?), bicchieri rotti, dentini di sotto spuntati (ecco perché non si dorme più, ed ecco spiegata la tendenza alla paranoia: sonno insufficiente), raffreddori lasciati alle spalle, voglia di essere nella mia cameretta, possibilmente al buio, ascoltando Jeff Buckley in cuffia per poi guardare il favoloso mondo di Amelie in loop e poi da capo per x volte con paranoia per la bruciante consapevolezza che quel tempo è finito e mai più tornerà, passeggiate al parco Forlanini con cani che si riscoprono anarchici e vanno a correre nel campo da golf seminando il panico tra le golfiste (no, non siete fighe come Cameron Diaz in Tutti Pazzi Per Mary. Fatevene una ragione), esperimenti culinari con il mio regalo di compleanno (una figata mondiale, diciamoci la verità), desiderata di docce calde che durino più dei militari cinque minuti che mia figlia mi concede e un post indubbiamente catartico scritto in fretta e furia mentre l’Infanta svuota un armadietto e la mia borsa e viene tenuta in braccio e si dispera e io rimando il momento di metterci a tavola, perché mangiare da sola con la bambina fa tanto ragazza madre e mi intristisce un po’.

Domani: polpette al sugo in porto sicuro i.e. casa di amica single. Insomma d’ora in poi è tutta discesa.

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Che la forza sia con me

Ieri dopo molti mesi sono andata a lavorare.
Mia mamma, nonnafamilias, dice che minimizzo, che mi svaluto, eccetera, perché al telefono, la sera, le ho detto che è abbastanza facile, abbastanza divertente e mi riesce abbastanza.
È stato bello, dico la verità.
È stato bello vestirsi truccarsi – e sentirsi comunque sciatta in confronto ai due commessi di Dior che avevo davanti sull’autobus: commessi di Dior, ma proprio di fronte a me che emergo da circa un anno-un anno e mezzo di gravidanza+maternità dovete venire a sedervi? – arrivare e lavorare un po’.
Poi è stato bello uscire, temendo di esplodere perché non allattare mi provoca una certa pressione interiore, prendere l’Infanta che il Babbofamilias aveva lo stage di “Dare mazzate meglio e di più”, tornare a casa, dribblare un tizio che voleva baciare la bambina ed era visibilmente ubriaco con quattro denti di numero in bocca, per fortuna è riuscito solo a sfiorarla e solo per questo mi sento in colpa ma porca pupazza dovevo aspettare l’autobus non potevo mettermi a scappare a gambe levate o forse si, insomma una giornata senza traumi e incontri improbabili che giornata è?
Insomma parentesi da grande centro abitato a parte, sono tornata a casa e ho ricevuto uno smacco, ovvero la prova provata che Babbofamilias è nettamente più tagliato di me per i lavori domestici: la casa, perfetta. Ma cosa aspetto a buttarmi in una carriera travolgente e lasciare lui a casa a badare al focolare?
Insomma riscaldo il contenuto del frigo, in barba al detto che “cavolo riscaldato e prete spretato non fu mai buono” (lo diceva la nonna di mio nonno, che evidentemente la sapeva lunga), perché era avanzato il cavolfiore di cui l’Infanta va ghiotta e l’ora della nanna si avvicina pericolosamente e alle ore 9 sono a dormire bimba e tutto. Quando il Babbofamilias torna alle ore 11, scatena la reazione dei nostri cani che ovviamente svegliano la gnoma. Cercando di non farmi venire troppo nervoso, le faccio riprendere sonno.
Ci svegliamo al canto del gallo questa mattina. E oggi pomeriggio si ripete. Dura fino al 10 ottobre.
Pare che chi ben comincia sia a metà dell’opera, ma essendo io nota per i miei fuochi di paglia, ci sapremo ridire come andrà avanti.
Appunti sui progressi dell’Infanta, di mesi quasinove: svuota gli scaffali della libreria. Che è stata prontamente fissata al muro nonostante trasloco imminente. Si avventura in altre stanze della casa in autonomia, guardandosi indietro per vedere se la guardo, se ci sono. Mi si stringe il cuore. In questo momento stesso sta guadagnando la cucina, luogo di misteri e perdizione, mi guarda dalla soglia di tale universo e mi tocca seguirla.

 

Sotto il cut, come si diceva ai gloriosi tempi di livejournal, un bonus 🙂

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Appunti veloci , a futura memoria, in ordine sparso

– Molliamo casa a Milano e andiamo a stare da qualche altra parte. Ci sono buone probabilità che questa altra parte sia alle porte della suddetta metropoli ma in un’oasi di pace e serenità.

– L’Infanta, di mesi otto e quattro giorni, da oggi si tira in piedi reggendosi a un appiglio qualunque e al grido di “Senza mani!” lascia la presa, resta in equilibrio qualche secondo e poi crolla sul suo sederotto imbottito. A volte, piange. Più spesso, ricomincia caparbia.

– Fuori dalla mia finestra suonano musica neomelodica a tutto volume. Vedi punto 1.

– Ho accettato un lavoro. Che è venuto a cercare me e non sono andata a cercare io. In un ufficio stampa. Non so da che parte iniziare ma pare avrò un bravissimo maestro. Che non ho ancora iniziato. Comincio in settimana. Dura un mese. Paga: non ancora quantificata. Ma in questo momento di vacche rachitiche, vale tutto. Terrore e felicità si alternano senza soluzione  di continuità mentre rifletto su come farò, cosa sarà di me, della mia famiglia, del trasloco e di tutto il resto. Il tempismo perfetto è una delle mie migliori qualità, del resto. Se non ho almeno tre grosse cose da fare tutte insieme, mi annoio.

passo e chiudo.

Riflessioni post-femministe: lettera a mia mamma

Mi ero ripromessa di scrivere una risposta al post di mia mamma, ma la vita e le mazzate prese dal Babbofamilias mi hanno momentaneamente distratto.
Come sapete, tutto è bene quel che finisce bene.
Questo è un post didascalico, noioso, pedante e molto molto personale. Siete avvertiti. Continua a leggere

Varie ed eventuali (ovvero, le sette piaghe dell’outlet e altre storie)

– Sono stata Milano per meno di 24 ore, letteralmente a rincorrere un sogno e a fare quel che mi riesce meglio (a volte, come di evincerà dalle seguenti vicende): avere poche idee ma confuse e dare a tutti l’impressione che non solo non siano poche, ma siano anche perfettamente ordinate, incasellate, consequenziali e supportate da una buona dose di buon senso. Il bello di questo periodo storico di incertezza e precarietà, se devo trovarlo, è questo. Non abbiamo nulla da perdere e quindi possiamo anche buttarci, tanto alla peggio vado a fare la cassiera e tanti saluti. La conclusione di questo incontro è che tutto è rimandato al prossimo anno, perché non ci sono abbastanza soldi. Questo ha trasformato la giornata da “Stancante ma piena di motivazione positiva” in “Giornata di merda ma che affronto con il sorriso, perché si.”. Partono furiose elaborazioni mentali in background di piani b, c, d, k, xyz, che assorbono il 70% della mia energia vitale per il resto del tempo. Scarsa presenza e ruminazione continua di pensieri più o meno apocalittici sul futuro: prima piaga dell’outlet, fondamentale perché condiziona lo spirito con cui ho affrontato le seguenti.

– il Babbofamilias esprime il desiderio, al ritorno, di non prendere una strada diretta per la costa, ma di deviare e fermarci, appunto, all’outlet. Ha bisogno di un paio di pantaloni e un paio di scarpe: in qualità di consumatore seriale di vestiti e di uomo dai gusti difficili in fatto di vestire, ne ha pieno diritto. In più, mi sembra una buona occasione per riprendermi dalla cocente delusione con un po’ di sano shopping, nonostante lo shopping di vestiti resti off limits perché provarmi un paio di jeans mi provoca ancora crisi di panico. Ci mettiamo in viaggio. Va tutto bene. La campagna è assolata, ma l’aria condizionata funziona. Isoradio ci ammonisce: un veicolo ha perso “materiale oleoso” sulla carreggiata, e l’uscita è forzata in un paesino qualunque, che innocentemente supponiamo essere collocato *dopo* la nostra meta. Il TIR che perde il suo carico è sicuramente la più grande piaga dell’outlet in termini di dimensioni fisiche e portata sul mondo reale, nonché la seconda.

– I nostri simpatici smartphone muoiono, il caricabatterie che teniamo in macchina muore. Siamo tragicamente messi di fronte alla nostra tecnodipendenza. Senza mappa e senza un briciolo di senso dell’orientamento, mentre il babbofamilias ha attivato il suo famoso smoccolatore chiamando a raccolta tutti i santi del paradiso, ci avventuriamo per la campagna, alla ricerca dell’outlet. Il fallimento della tecnocrazia umana, con conseguente avvento prossimo futuro dei Terminator: terza piaga dell’outlet.

– Troviamo l’outlet. Il sole è a picco. Il mio morale è a terra. Non hanno il gusto di gelato che vorrei. Tutto costa troppo e mi sembra un triste dispiegamento dei residui del nostro consumismo. Babbofamilias trova scarpe e pantaloni. Io non trovo un cazzo e ripiego su dei cosmetici che in condizioni normali non avrei mai comprato, in colori e consistenze che sono vestigia di una preadolescenza ormai lontanissima. Fallimento completo del potere taumaturgico dello shopping + rischiato colpo di calore: quarta piaga dell’outlet.

– Le ore passano. Percepisco chiaramente la preoccupazione della nonnafamilias attraverso l’etere, grazie alla telepatia che sviluppiamo interiorizzando i nostri genitori. Con un’ora di ritardo rispetto al momento del nostro arrivo, ripartiamo. Ci perdiamo, alla ricerca dell’autostrada aperta, che è lontana. Quella vicina e comoda è chiusa perché la perdita oleosa non è ancora stata ripulita del tutto. Ci perdiamo inesorabilmente. L’avatar del Rag. Fantozzi appare in cielo e ci benedice. Lo smoccolatore continua a funzionare a pieno regime. Il sole tramonta e la quinta piaga dell’outlet, in tutto e per tutto simile alla terza, si esprime.

– Litighiamo. Sesta piaga dell’outlet.

– Viaggiamo sulla Genova-Livorno accompagnati da una quantità mostruosa di camion, arrivando a casa alle ore 10.30 di sera. Settima e ultima piaga dell’outlet. La nonnafamilias ci attende sull’attenti, parzialmente tranquillizzata dalle forze dell’ordine a cui si è rivolta per capire se ci eravamo spiaccicati sull’asfalto. Ci nutre e ci spedisce a dormire, crollando tramortita a sua volta. Una donna, un comandante inesorabile. Lo smoccolatore si spacca, avendo esaurito la sua funzione e avendo lavorato fuori giri per troppo tempo. Santi, beati e compagnia cantante tornano a casa, in Paradiso, dopo ore e ore di duro lavoro.

La prossima volta, i Levi’s li compriamo a prezzo pieno.
L’infanta è stata per tutto il tempo praticamente un angelo. Ha un futuro da crisis manager.
I piani di riserva continuano a prendere forma e speriamo presto anche sostanza.

Alla fine ho rivisto le mie amiche delle medie e del liceo ma tali e tante emozioni e riflessioni sulla vita e sugli affetti meritano un post dedicato.

Al mare, ai monti e a tutto quello che ci sta in mezzo

Siamo in terra natia.
Ovvero, al mare, ai monti e nel mezzo.
Massa è così, è una terra mista e angusta nella sua varietà.
Parlarne o meglio scriverne è complicato. Per me.
Tutto quello che ha il sapore dell’infanzia, della preadolescenza e di quella specie di calvario senza fine apparente che è stata l’adolescenza, è duro da digerire come un piatto di ghiaino di parcheggio di stabilimento balneare. Tanto per fare delle metafore argute e molto simpa.
Passo davanti al mio liceo giallo fingendo la disinvoltura di chi ha frequentato la scuola “da generazioni” e penso agli esami di maturità che ci si svolgono dentro. Mi viene uno stripizzone di pancia e allungo il passo andando oltre, faccio finta che quel sudorino freddo sia colpa dell’afa.
Sogno di ricevere badilate in piena fronte – si, proprio la scena splatter della pala conficcata nel cranio –  e cavarmela con una guarigione miracolosa in attesa di un’ambulanza pigra, che arriva ma io sono già pronta a tornare in pista, solo con una scenografica cicatrice degna di un personaggio di The Walking Dead (sarà uscito il numero nuovo?).
Vado al mare: nuoto per dieci minuti nell’acqua verde e gelida di Giugno, poi torno a riva, mi lavo il sale e mi asciugo. Questo è possibile, ovviamente, perché c’è qualcuno a tenere la creatura, siano quelle sante delle mie cugine le bionde, mia nonna ora bisnonna, mia mamma ora nonna, il babbofamilias.
L’infanta che soffre tuttavia di attacchi di mammite acuta in cui vuole me e solo me e soltanto me. Nonostante questo possa essere simpatico per qualunque ego materno che si rispetti, alla lunga può essere sfiancante.
L’infanta che per quel che gliene frega, mangia albicocca tagliata a metà, rigurgita yogurt, azzanna culetti di pane secco con le gengive che cominciano a dare segni di mutazione e protesta volitiva quando qualcosa non le va bene, vedi alla voce mammite. Mostra di avere carattere. Carattere di merda, come dice sua nonna con un gran sorriso, proprio come me, aggiunge orgogliosa.
Io tremo: se siamo a questi punti adesso, cosa farò al momento dei terrible two?
Potrei fingere un esaurimento nervoso e farmi rinchiudere in un istituto per il bene di tutti finché non è tutto finito.
Oppure abbandono la famiglia per darmi alla pirateria tornando dopo ventanni carica di tesori?
Ho letto troppe poesie tristi e troppi romanzi di Salgari in vita mia, quando ho queste fantasie risulta evidente.

La faccenda della casa, di contro, sta prendendo forma e anche questo salto verso un’ineluttabile età adulta mi turba non poco.
Mi piacerà vivere ai piedi di una collina, vicino alla via Francigena, accendere la stufa d’inverno, piantare un orto, rastrellare le foglie, inserire l’allarme quando esco e preoccuparmi dei gatti che stanno via anche per due giorni di fila?
Mi piacerà uscire di casa e essere in campagna ma a due passi dal paese, prendere il treno per andare in città, avere presumibilmente bisogno di una seconda macchina eccetera eccetera?

Nel frattempo.

Sento le amiche del liceo per organizzare incontri che regolarmente non si svolgono e magari un motivo ci sarà ma non è così simpatico pensarci e portare alla coscienza certe verità sul tempo che passa e il resto, cucino pic nic da portare in spiaggia, vedo la mia bimba crescere, incontro gente che mi dice “Stai benissimo, sei radiosa” mentre mi sento cicciona e ho dormito quattro ore, con conseguente boost di autostima. Rimando visite mediche, di rispondere a mail, di mandare curriculum, di appendere un annuncio per trovare lo scolaro da salvare per l’estate, per avere un bocciato in meno a settembre e qualche soldo di più da spendere in gelati. Desidero una terra illuminante-abbronzante per le gote lentigginose e per spendere per me stessa i pochi denari in mio possesso.
E devo andare a pulire un rigurgito.

Nascite, Peer-Pressure, Scuse Pubbliche e Altre Storie…

Oggi è nata la figlia di mia cugina. Ho pianto di contentezza e commozione.
La nascita, che quando appartenevo ancora alle persone non sconvolte da uno tsunami ormonale senza precedenti non mi provocava quasi nessun brivido, è una cosa che da quando sono rimasta incinta e ho dato alla luce l’Infanta, mi fa venire il groppo, gli occhi lucidi, la voce garrula e la parlantina sciolta, facendomi assmigliare alla versione di me che ha esagerato con il rosso.
Insomma mi emoziona a livelli imbarazzanti.
Quando ci è stata annunciata questa gravidanza, la prima cosa che mi è venuta da fare dopo le congratulazioni e gli urletti sciocchi, dal momento che come dicevo mi emoziono in modo scemo e perdo ogni freno inibitorio, è stato rivolgermi alla mia altra cugina, sorella della neomamma e in modo del tutto inopportuno chiederle “E quindi?!?! E te? E quando? E come?”.
Lei è una donna deliziosa e molto educata e invece di darmi il pugno sul grugno che mi sarei meritata, ha sorriso e ha fatto la vaga, mentre suo marito probabilmente voleva sotterrarmi. Viva.
Inconsapevolmente, mi stavo macchiando di un peccato capitale, di una di quelle cose che quando la subisco mi fa uscire il fumo dalle orecchie mentre mi si inniettano gli occhi di sangue di vergini innocenti e un sospetto odore di zolfo si spande per la stanza.
Le stavo facendo peer pressure.
Piir presciure.
Pressione tra pari.
Come quando fumi la prima sigaretta in bagno a scuola perché lo fanno tutte le tue amiche (o almeno, lo fanno quelle che pensi siano fighissime), ti senti una cacca perché tutti i tuoi amici anche più giovani si sono laureati e tu sei lì che sudi dietro a una tesi che sembra non volersi proprio fare scrivere, quando passi oltre perché lo fanno tutti e tanti altri contesti squallid-ansiogeni del genere.
Nessuno dovrebbe sentirsi obbligato a fare qualcosa, ma soprattutto i figli, solo perché ci (noi: famiglia, amici, società, cultura e bla bla bla) si aspetta che sia così, che sia il momento giusto, che sia la stagione della vita adatta, che i nostri figli almeno avranno dei compagni di giochi della loro età, eccetera eccetera.
Per tutto ciò, nel giorno della nascita della sua nipote, io chiedo pubblicamente scusa a mia cugina e a voglio dire a chiunque sia donna e “ancora senza figli?!” che va bene così, il momento arriverà oppure no, non importa. Quel che conta è essere fedeli a noi stesse fino all’ultimo e sentirsela, sia che si decida, sia che no. Siamo donne e come ci giriamo ci giriamo, da qualche parte stiamo toppando: tanto vale fare come ci pare.


 

e poi, in ordine sparso:

– L’Infanta ha scoperto le gioie del suo seggiolone Stokke e che stare al tavolino con noi è una figata pazzesca. Assaggia indiscriminatamente cucchiaini, pezzi di frutta, cenci di cucina, bicchieri di plastica e non e in generale tutto ciò che riesce ad afferrare. In mancanza di oggetti, si china senza perdersi d’animo e assaggia il legno del tavolino

– c’è una casa che mi piace e come spesso accade con le case che mi piacciono, forse verrà comprata da qualcun altro.

– sto scrivendo un progetto per ricevere un assegno di ricerca. Verrà valutato alla fine dell’anno. Mettere ciò nero su bianco mi provoca torcipanza e tachicardia, voglia di minimo minimo un chilo gelato haaghen-daz e di nascondermi al buio, sotto il piumone anche se ormai è estate e non riemergere mai più, finché non mi troveranno i Posteri, ormai mummificata.

– La Nonnafamilias è una specie di trattore incrociato con Mastro Lindo e Mary Poppins e da grande voglio essere proprio come lei.