Storie di campagna, di famiglia e di casa

Siamo in campagna-quasi-montagna, da mio padre, che prima viveva in Veneto e adesso è tornato in Toscana e se ne sta in un piccolo borgo al di qua delle Apuane rispetto al mare.
Il paesello è un piccolo agglomerato di case di pietra (abbandonate per lo più) e case sparse (scarsamente abitate) popolato da personaggi caratterizzati da tratti inconfondibili, come l’anziana signora che ha ucciso una volpe a mani nude (come biasimarla, minacciava le sue galline) e in generale non è una con cui vorresti incrociare la tua spada laser perché la forza scorre potente in lei, un signore cieco che si aggira accompagnato dalla sua radiolina e dal ticchettio del bastone, il padrone del cane pointer innamorato della mia cagna Sanna, Il Moro, l’Orfea e come dimenticare mia zia sorella di mia mamma, suo marito e la mia cugina residua (sua sorella è partita ieri per la Grande Avventura Americana: passerà i primi sei mesi dell’anno scolastico negli Stati Uniti).
Tutto questo importante capitale umano forma un totale complessivo di sessanta anime, in cui mio padre e la sua compagna e la gatta Elisabetta sono “quelli di Venezia” o “i veneziani”. Quando si dice, la ricerca dell’identità.

Io l’Infanta e il cane Sanna occupiamo un piano della grande casa che mio padre abita con la sua compagna e la gatta: passiamo le giornate a passeggiare, dormire, mangiare.
Andiamo a fare la spesa, andiamo al bar del barbuto barista nato in Australia e poi trapiantato qui, che alleva cavalli e versa il bianco agli avventori bisognosi di una botta di vita alle dieci del mattino.

Seguiamo i ritmi naturali di una bambina di sette mesi e mezzo, che comportano:
sveglia presto (sette-settemezza),
passeggiata umida in bosco umido con scarpe chiuse perché qui Settembre è nettamente arrivato,
colazione (All’Infanta piace lo yogurt alla frutta. A futura memoria per quando rileggerò questi righi intenerita dal tempo che è volato eccetera eccetera)
giochiamo o leggiamo: abbiamo una bambola, dai capelli rossi e di nome Guendalina, fatta a mano dalla mia prozia Lucia, che era professoressa di scienze al Liceo Classico ma ha anche le mani d’oro. Guendalina detta Guenda è bellissima, ha un grembiule, un vestito blu, maglietta – con colletto di sangallo- e calzettoni a righe coordinati e anche i mutandoni a calzoncino. Abbiamo anche i libri della Nuvola Olga,
riposino, durante il quale mammafamilias cerca di fare quel che può per stare dietro alla blogsfera e coltivare i propri interessi da adulta
gioco e prove tecniche di gattonamento (quota quattro passi per raggiungere gioco/oggetto molto interessante: raggiunta)
pranzo
e così via…

Non ci annoiamo. Io non ho molto tempo per scrivere ma ne ho per pensare, e parlare con mio babbo, il babbofamilias originario, con cui ho trascorso troppo poco tempo in vita mia e per questo abbiamo bisogno ogni volta di conoscerci di nuovo un po’, di riguadagnare terreno e ascoltare i pensieri reciproci.
Il sangue non è acqua e andiamo d’accordo su molte faccende.

Per la prima volta da quando è nata l’Infanta, mi sento in vacanza.

Rientro nei radar

Dopo una settimana di silenzio, dovuta a una full immersion nella famigliona di mammafamilias, siamo tornati a casa.
Cinque giornate toscane, in cui abbiamo dato il meglio e il peggio di noi quanto a caciara e festeggiamenti, mangiate e sceneggiate, allegre o meno.
C’è stato il non-battesimo di Gaia, fortemente voluto da tutti i nonni e bisnonni, che si è consumato in un rifugio semi montano, in una giornata fangosa, al calduccio del caminetto tra gatti e cavalli macilenti ancora in attesa di riprendersi dai rigori invernali, corroborati da fiumi di vino e chili di mortadella e panzanelle (pane fritto).
Ci sono stati innumerevoli pranzi e cene e passeggiate frenetiche per smaltirle in una improvvisa paranoia riguardante la forma fisica, un turbine di gente e le conseguenti sceneggiate serali dell’Infanta, che non gradisce la sovrastimolazione e punisce i propri genitori con interminabili pianti liberatori.

Menzioni speciali di questi giorni:

– a mio babbo, adesso passato di livello e ufficialmente Nonno Pi, che ha fatto il discorso più lungo di cui abbia memoria, alzando il calice e dicendo “Salute”. Conoscendolo come uomo più zitto del mondo, è un grande traguardo, per fortuna c’era l’amico Esse Tì, falegname e bagnino, che ha supplito all’arduo compito di mettere in fila qualche frase di senso compiuto detta con il cuore. Evviva evviva evviva.
– al mio nonno Emme, che per spirito di contrarietà non è venuto alla festa. Se fosse venuto probabilmente sarebbe crollato il monte, quindi a conti fatti meglio così. Ma non è di questo che voglio parlare: la menzione si riferisce a una battuta che voglio incidere per sempre nell’effimero della rete, pronunciata osservando la nonna Elle, che con grazia diabetica si ingozzava di qualche manicaretto durante uno dei succitati pranzoni: “Mia moglie è molto parca… scusate la vocale”
– alla Nonnafamilias che ci ospita, ci coccola e ci sopporta, cani pelosi e piscioni e a tratti rissaioli compresi.
– ai Soceri, che hanno scoperto che siamo dei casinisti nati, ci piace la confusione e viviamo di contraddizioni : “Non c’è mica bisogno di urlare!?!”, ovviamente, urlando da una parte all’altra del tavoli. E ai quali si è rotta la macchina e sono ancora in vacanza, gli venisse un po’ di bene.

Tutto sommato, è stato divertente, ma intenso.

Un anno fa ero stufa di Milano, volevo cambiare indirizzo e vita e lasciarmi alle spalle il grigio dell’asfalto e del cemento, tornare nella terra natia fatta di luoghi ameni e memorie d’infanzia. Eppure quando torniamo in città, dopo cinque giorni full-time con la mia famiglia, sono grata di aver messo qualche paio di centinaia di km tra me e loro.
Con tutto il bene che ci si vuole, adesso ho bisogno di quiete. Anche perché ho passato il primo girone del Concorsone e adesso mi tocca studiare.

Giorni di festa, andata e ritorno

Abbiamo fatto una toccata e fuga pasquale nelle Apuane terre natie: una prova di resistenza alla fatica per l’Infanta, che nonostante ormai si avvicini ai quattro mesi e quindi all’età della ragione, apprezza la mondanità fino a un certo punto e ce l’ha fatto capire con un pianto a gola spiegata in notturna come non se ne vedevano da un po’.
Una prova di resistenza culinaria per noi, che siamo stati viziati da mamme, zie e nonne fino al punto di non ritorno, tant’è che per compensare mi sto nutrendo di pinzimoni e pane sciapo, in ricordo delle mie vite precedenti da monaco francescano.
Mentre Il Concorso si avvicina, per prepararmi all’evento compilo test di logica e di cultura generale, imparando a menadito tutto ciò che una buona cittadina della Repubblica dovrebbe sapere dalla terza elementare e cioè quanti sono i deputati, quanti i senatori, l’età a cui votare e a cui si può essere votati… Insomma tocco con mano il fallimento dell’insegnamento dell’educazione civica nelle patrie scuole pubbliche e la mia generalizzata disinformazione, che mi copre di vergogna e mi fa venire voglia di andare in giro con un sacchetto di carta in testa come il figlio di gatto Silvestro.
Siamo tornati e io mi sento sempre più stretta in questa abitazione non mia, ancora invasa dai peli di cane e di gatto e da mobili che non mi piacciono più, sempre in una condizione di campeggio, di provvisorietà… Sono stufa.
E per protesta, vado a fare una passeggiata.