5punti meno uno – Pink Kit: uno strumento per partorire bene, anzi partorire meglio.

La doverosa premessa a questo post è che sono una grande sostenitrice del parto naturale e per quanto possibile privo di interventi esterni. Sono convinta che il parto medicalizzato non sia una cosa auspicabile e mi auguro un futuro in cui potremo partorire tra le mura domestiche senza sentirci in colpa perché il pensiero collettivo ritiene che sia una cosa pericolosa e da cavernicoli, in cui lo stato (risparmiando decine di migliaia di euro di nostre tasse) rimborsi le spese di travaglio e parto assistiti a domicilio e in cui il numero di parti andati bene, pacifici, selvaggi, magici e naturali superi quello dei parti traumatici, conditi da sedativi, interventi chirurgici e paura.


Il mio parto è stato bello.
Magari un giorno lo racconterò nei dettagli, ma vi basti sapere che nonostante il grande compromesso dell’aver dovuto partorire in ospedale anziché a casa come avrei voluto, perché purtroppo non potevo pagarmi l’assistenza ostetrica a casa, tutto è andato come speravo e volevo.
Considero il fatto che il mio parto sia andato bene uno dei miei successi personali più importanti. Purtroppo non sempre gli ospedali sono luoghi accoglienti per chi deve mettere al mondo un figlio e ci sono stati momenti in cui ho dovuto dire chiaro e tondo di cosa avevo bisogno e che cosa non volevo, per evitare di essere trascinata dalla corrente degli eventi in una direzione che non fosse quella da me desiderata, ovvero essere lasciata il più possibile indisturbata a fare la mia bambina.
Così è stato.
Ma voglio arrivare al punto. Uno degli aiuti più grossi che ho avuto mi è stato dato dallo studio del Pink Kit.
Sconosciuto in Italia, il Pink Kit è in sostanza un corso pre parto “a distanza”: è composto una raccolta di fascicoli, che si possono acquistare e scaricare in formato PDF dal sito, corredato da alcuni video e file audio. Per il momento è reperibile solo in inglese. Quando ho mostrato il sito a un’ostetrica che conosco, l’impressione che ebbe è che si trattasse di “una trovata commerciale” e mi consigliò di non spenderci i miei soldi. Per fortuna non le ho dato ascolto.
Cinque punti: perché secondo me il Pink Kit è una risorsa bella, valida e vale la pena acquistarlo.

1) Non importa che tu partorisca da sola in mezzo alle fresche frasche o che tu abbia un cesareo d’urgenza, che tu partorisca cantando mantra tibetani circondata da candele e incensi puzzoni oppure che tu chieda l’epidurale o una botta in testa a mo’ di sedativo totale, le tecniche di respirazione e di gestione del proprio corpo che si imparano con il Pink Kit valgono per ogni stagione e ogni genere di esperienza. Io le uso anche nella mia vita quotidiana ormai.

2) Il Pink Kit insegna a conoscere il proprio corpo in profondità grazie a una tecnica di auto-mappatura del bacino e del tratto finale della spina dorsale. Funziona. Conoscendo il mondo in cui sono fatta, sono riuscita a “parlare” meglio alla mia struttura per facilitare il passaggio dell’Infanta. Questo argomento era stato affrontato molto blandamente durante il mio corso.

3) Tecniche di comunicazione. Un buon 40% dell’opera è dedicata a chi assiste. Gli argomenti affrontati sono moltissimi ma per me e il babbofamilias la cosa più preziosa è stata esercitarci in tecniche di comunicazione non verbale. Durante il travaglio per me era molto difficile verbalizzare, ma avendo sviluppato un vero e proprio codice nelle settimane precedenti, non ne ho avuto bisogno e lui sapeva esattamente cosa fare. Durante il corso c’è stato un gran parlare di starsi vicini, dare supporto, comunicare, ma nessuno mi aveva detto che dell’eventualità di non riuscire/volere parlare in quel momento.

4) Ci sono cose che succedono durante il parto, che non sono state affrontate durante il mio corso pre-parto, ma che sono spiegate molto bene all’interno del Pink Kit, grazie al quale sono arrivata preparata e non sono andata nel panico. Mi riferisco soprattutto e in particolare alla gestione della fase espulsiva. Ring of fire. Nessuno mi aveva preparato a questo. Ma il Pink Kit l’ha fatto.

Il quinto punto non c’è, o meglio, si compone di varie ed eventuali:

5) Purtroppo non è (ancora) tradotto in italiano, per cui va bene solo per chi ha una conoscenza dell’inglese più che buona e per chi non si fa intimidire dalla grafica fine ‘900 inizi ’00, che fa tanto raccolta delle figurine delle edizioni paoline. Io lo consiglio e mi riprometto di donare prima della fine della loro campagna di crowdfunding, che scade tra qualche giorno.

A presto un post di normali cronache di vita, in cui si narrerà dell’inizio del trasloco, argomento altamente totalizzante al momento.

Come sopravvivere con due cani, due gatti e una bambina piccola in un appartamento: 5punti…

… prima che scatti l’allerta sanitaria.
Cavalco e anticipo l’onda che mi sta per travolgere ovvero il trasloco più o meno imminente, o meglio le sue conseguenze: un mio rinnovato interesse per l’economia domestica, che si esprime in ripetute narrazioni su come tento di tenere la casa libera dal caos completo.

Continua a leggere

Baby-Step (ovvero: questa volta prendiamocela con calma)

Sono a quasi una settimana nel mio vecchio-nuovo cammino a passi piccoli e il bilancio è tutto sommato positivo.
L’ordine sta lentamente tornando. La casa è sempre nel caos ma quello che conta è che l’ordine stia lentamente tornando dentro di me.
Continua a leggere

Storie di una ragazza madre

Un weekend al mese, la materfamilias, che sarei io, si trasforma in ragazza madre.
Il babbofamilias è impegnato per un numero esagerato di ore sottopagate a tutelare l’ordine civile e la concordia tra i cittadini, per cui siamo solo io, l’Infanta, il cane Sanna, il cane Obi, il gatto Cuordileone, il gatto Pedro. Che se ci conti siamo in sei, quindi non proprio pochissimi, ma gatti – esseri superiori – esclusi, la materfamilias si ritrova a trascorrere 48 h come unico adulto di riferimento della situazione.
È massacrante.
Soprattutto l’aspetto psicologico, per affrontare il quale chiamo a raccolta tutti gli anni di pratiche spirituali cui mi sono volontariamente sottoposta, che a qualcosa finalmente servono.
Insomma, in onore di quella che al lavoro le disse “Ah, sei stanca? Vedrai quando diventerai mamma”, a cui è stato risposto un “Ehm… In verità sono già mamma…” con tanto di sorriso tirato, momento di imbarazzo e recupero in corsa della tipa con un acuto “Ma sei giovaniiisssssima” e la mammafamilias che pensa bella storia la mia canizie incipiente non è poi così incipiente, magari la tinta inizio a farmela non questo ma l’anno prossimo
Questi we di monogenitorialità forzata sono stati immediatamente battezzati “da ragazza madre” in onore di questa mia ritrovata gioventù.
Per ora ci siamo lasciati alle spalle un sabato denso di emozioni in cui io ho un pochino di depressione post-fine lavoro, con tanto di paranoie da epidemia (laviamoci ossessivamente le mani), paranoie da cosa sarà di me non arriveremo alla fine del prossimo mese per cui mando curriculum a cani e porci tra cui anche uno per un lavoro notturno (ma sono scema?), bicchieri rotti, dentini di sotto spuntati (ecco perché non si dorme più, ed ecco spiegata la tendenza alla paranoia: sonno insufficiente), raffreddori lasciati alle spalle, voglia di essere nella mia cameretta, possibilmente al buio, ascoltando Jeff Buckley in cuffia per poi guardare il favoloso mondo di Amelie in loop e poi da capo per x volte con paranoia per la bruciante consapevolezza che quel tempo è finito e mai più tornerà, passeggiate al parco Forlanini con cani che si riscoprono anarchici e vanno a correre nel campo da golf seminando il panico tra le golfiste (no, non siete fighe come Cameron Diaz in Tutti Pazzi Per Mary. Fatevene una ragione), esperimenti culinari con il mio regalo di compleanno (una figata mondiale, diciamoci la verità), desiderata di docce calde che durino più dei militari cinque minuti che mia figlia mi concede e un post indubbiamente catartico scritto in fretta e furia mentre l’Infanta svuota un armadietto e la mia borsa e viene tenuta in braccio e si dispera e io rimando il momento di metterci a tavola, perché mangiare da sola con la bambina fa tanto ragazza madre e mi intristisce un po’.

Domani: polpette al sugo in porto sicuro i.e. casa di amica single. Insomma d’ora in poi è tutta discesa.

Continua a leggere

Storie di Feed

Mentre aspetto che Paterfamiliae torni dal lavoro per pranzare insieme, sono su facebook che cazzeggio per riprendermi dall’invio di un curriculum a un’azienda, il primo dopo la nascita dell’Infanta, che dorme, e rivelo dell’esistenza del blog della Materfamiliae alla Nonnafamiliae, che sarebbe la mia Mater. È così che funziona, con mia mamma non riesco a tenere nemmeno un cece. Ci parliamo su facebook e skype e whatsapp non solo perché lei è una signora hig-tech, ma soprattutto perché abitiamo lontane e abbiamo un certo pudore delle conversazioni telefono, che tra l’altro ci frigge anche le orecchie.
Tempo due secondi, dopo aver cliccato sul link, mi dice “mettici i feed” io, rivelando la mia incompetenza da bloggher  in erba rispondo “i feed?!?” “I pulsantini per condividere” io “… ma lasciamo che la cosa abbia un andamento naturale” (insomma facciamo finta di essere ancora nel 2005, prima di facebook e di tutto il resto, quando ero giovane e sgarzulina) e lei “scrivi per essere letta, giusto?” io le rispondo con una delle faccine di facebook che rappresentano un piccione perplesso.

La Nonnafamiliae è una donna estremamente intelligente, dotata di un cervello fino e di una logica infallibile, anche se lei sostiene di essere illogica (e ci frega tutti). Stando alle premonizioni astrologiche, mia figlia le sarà molto affine. Insomma sono rovinata.

Vado a cercare di capire come si mettono i feed.