Passeggiate di Pasquetta

Questo è un bel giro che si fa partendo dalle Grazie di Portovenere, luogo favoloso e molto ligure, prima delle cinque terre, ignoto alle mandrie di turisti e dunque a me caro.
Abbiamo fatto il giro corto: un paio d’ore, io con l’Infanta in spalla (Ergobaby santo subito)


Disclaimer: la materfamilias non riceve denari dalla proloco delle Grazie ne’ tantomeno dalla proloco dell’Ergobaby pur essendo convinta che queste due realtà sono di grande valore e meritevoli di menzione speciale.

Cose belle prima durante e dopo Pasqua

La primavera ormai è esplosa.
La Mammafamilias fa cose e vede gente. Ha iniziato una cura ricostituente, perché nonostante le ingenti quantità di cibo che ingurgita le cascano i pantaloni che prima le andavano stretti – per quanto il raggiungimento della megrezza sia uno dei traguardi della donna bianca occidentale, la nonnafamilias l’ha vista smunta e le ha dato lo sciroppo all’Alfa Alfa per rimettersi un attimo in sesto.
La mammafamilias ha preso una filonata per i reality che parlano dell’Alaska e vuole diventare l’esperta mondiale in materia, scrivendo fiumi di parole e concetti profondissimi sull’argomento, magari a notte fonda: ha troppo da fare e talvolta rimpiange di non aver mandato l’Infanta al nido. Ma la scelta era tra la pastasciutta nel piatto e il costosissimo nido, per cui ha scelto la pastasciutta e riserva allo studio e alla meditazione sui massimi sistemi le ore della notte più nera e profonda.
Intanto in questo luogo alle porte della Grande Città finalmente la primavera sta esplodendo: i Narcisi fioriscono, le gemme stanno per esplodere, le salamelle sfrigolano sulle griglie, gli alberi da frutto fioriscono e l’erba cresce ipertrofica.
La Rosa, sottoposta a una radicale potatura, ha buttato di nuovo e questo ha placato le ansie di una giardiniera che ha visto operare per anni ma ha da poco preso in mano i ferri del mestiere e temeva di aver amputato il paziente in maniera troppo radicale.
I miracoli della natura.
Adesso la materfamilias torna a studiare i regolamenti didattici di Ateneo, perché la competizione per lavorare nelle segreterie didattiche sarà feroce e lei non deve trovarsi impreparata.

Scene da un inverno appena trascorso (II)

E quindi… nulla.
Noi viviamo qui.
A circa 30 minuti dal Duomo di Milano.
Quest’anno è partito in salita (come gli anni scorsi, del resto), ma esserci trasferiti qui è stata sicuramente cosa buona e giusta.

Come sopravvivere con due cani, due gatti e una bambina piccola in un appartamento: 5punti…

… prima che scatti l’allerta sanitaria.
Cavalco e anticipo l’onda che mi sta per travolgere ovvero il trasloco più o meno imminente, o meglio le sue conseguenze: un mio rinnovato interesse per l’economia domestica, che si esprime in ripetute narrazioni su come tento di tenere la casa libera dal caos completo.

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Storie di campagna, di famiglia e di casa

Siamo in campagna-quasi-montagna, da mio padre, che prima viveva in Veneto e adesso è tornato in Toscana e se ne sta in un piccolo borgo al di qua delle Apuane rispetto al mare.
Il paesello è un piccolo agglomerato di case di pietra (abbandonate per lo più) e case sparse (scarsamente abitate) popolato da personaggi caratterizzati da tratti inconfondibili, come l’anziana signora che ha ucciso una volpe a mani nude (come biasimarla, minacciava le sue galline) e in generale non è una con cui vorresti incrociare la tua spada laser perché la forza scorre potente in lei, un signore cieco che si aggira accompagnato dalla sua radiolina e dal ticchettio del bastone, il padrone del cane pointer innamorato della mia cagna Sanna, Il Moro, l’Orfea e come dimenticare mia zia sorella di mia mamma, suo marito e la mia cugina residua (sua sorella è partita ieri per la Grande Avventura Americana: passerà i primi sei mesi dell’anno scolastico negli Stati Uniti).
Tutto questo importante capitale umano forma un totale complessivo di sessanta anime, in cui mio padre e la sua compagna e la gatta Elisabetta sono “quelli di Venezia” o “i veneziani”. Quando si dice, la ricerca dell’identità.

Io l’Infanta e il cane Sanna occupiamo un piano della grande casa che mio padre abita con la sua compagna e la gatta: passiamo le giornate a passeggiare, dormire, mangiare.
Andiamo a fare la spesa, andiamo al bar del barbuto barista nato in Australia e poi trapiantato qui, che alleva cavalli e versa il bianco agli avventori bisognosi di una botta di vita alle dieci del mattino.

Seguiamo i ritmi naturali di una bambina di sette mesi e mezzo, che comportano:
sveglia presto (sette-settemezza),
passeggiata umida in bosco umido con scarpe chiuse perché qui Settembre è nettamente arrivato,
colazione (All’Infanta piace lo yogurt alla frutta. A futura memoria per quando rileggerò questi righi intenerita dal tempo che è volato eccetera eccetera)
giochiamo o leggiamo: abbiamo una bambola, dai capelli rossi e di nome Guendalina, fatta a mano dalla mia prozia Lucia, che era professoressa di scienze al Liceo Classico ma ha anche le mani d’oro. Guendalina detta Guenda è bellissima, ha un grembiule, un vestito blu, maglietta – con colletto di sangallo- e calzettoni a righe coordinati e anche i mutandoni a calzoncino. Abbiamo anche i libri della Nuvola Olga,
riposino, durante il quale mammafamilias cerca di fare quel che può per stare dietro alla blogsfera e coltivare i propri interessi da adulta
gioco e prove tecniche di gattonamento (quota quattro passi per raggiungere gioco/oggetto molto interessante: raggiunta)
pranzo
e così via…

Non ci annoiamo. Io non ho molto tempo per scrivere ma ne ho per pensare, e parlare con mio babbo, il babbofamilias originario, con cui ho trascorso troppo poco tempo in vita mia e per questo abbiamo bisogno ogni volta di conoscerci di nuovo un po’, di riguadagnare terreno e ascoltare i pensieri reciproci.
Il sangue non è acqua e andiamo d’accordo su molte faccende.

Per la prima volta da quando è nata l’Infanta, mi sento in vacanza.

Storie di un weekend assolato

Anche se abitiamo a Milano, stiamo tanto all’aria aperta.
Perché ci piace, ma soprattutto perché abbiamo due cani. Non possiamo permetterci di cominciare a uscire solo a metà maggio, con il sole già caldo ma l’arietta ancora fresca, che si sta una bellezza. Noi si va al parco tutti i giorni, tutto l’anno, anche se piove o nevica, con fermezza eroica. Se tuona e fulmina no, ma sono le uniche condizioni meteo che ci fermano dal caricare tutti sulla Pandafamilias e fare questo giro quotidiano.
Purtroppo, il resto della popolazione non è dello stesso avviso e come marmotte, tassi o orsi, dimostrano una connessione sorprendente con i ritmi della natura: loro escono solo quando la temperatura è già tiepida e solo ed esclusivamente con il bel tempo.
E loro sono tanti, tantissimi.
Come sostengo nella mia incompresa tesi di laurea, frequentare il parco pubblico con un cane al seguito rende territoriali i cani, ma da ieri ho scoperto che rende territoriale anche me.
Guardo questi mucchi di gente, bambini, automobili (oddio, ma quante automobili?!), cani e il loro caravanserraglio di borse frigo, barbecue portatili, ombrelloni, coperte da pic nic, biciclette con le ruotine, cappelli di paglia e occhiali da sole. Affollano lo spazio che sono egoisticamente abituata a dominare in una solitudine quasi perfetta, accompagnata dai miei cani e con la bimba nell’ergo, magari dal Babbofamilias quando si può, mi depredano dalla fantasia malsana di trovami in Downtown Abbey, a passeggiare nel gigantesco parco del mio maniero incrociando i rari eletti che come me sono sparpagliati in migliaia di metri quadrati, ognuno con il suo sacro spazio vitale garantito.
Sto diventando misantropa?
Ho assorbito il disprezzo del villico “merendero” dal nonno materno?
Non abbiamo forse tutti diritto a un po’ di verde, nei modi e nei tempi in cui possiamo permettercelo?
E se l’uomo e la donna e il bambino medio possono mettere il becco fuori di casa solo a metà maggio, di sabato e di domenica, chi sono io per impedirlo?
Questi pensieri progressisti e buoni mi affollavano la mente mentre, dopo essermi dirottata sull’Idroscalo perché al Forlanini non ho trovato parcheggio, trovavo un posto all’ombra, a S, tecnica che notoriamente padroneggio (nonostante io guidi una Panda, la macchina più maneggevole della storia) a meno che non ci sia spazio per parcheggiare almeno due Pande. Quindi in realtà è come se avessi trovato due parcheggi. Botta di…
Recupero bambina e cani e mi dirigo verso l’area cani.
Una corridoressa stitica mi fa notare che i cani (che mi erano appiccicati come carta moschicida nonostante li avessi liberati dai guinzagli) non possono stare slegati.
Per un attimo ho la tentazione di mettermi a litigare ma la ringrazio per la preziosa info e vado avanti, ringraziando di conseguenza me stessa per averle dato modo di sentirsi una persona meglio, anche oggi.
L’idroscalo è blu e bellissimo, l’acqua trasparente e i cani si divertono felici nell’acqua per un’oretta, salvo essere terrorizzati quando una canoa passa troppo vicina alla riva, sfrecciando.
L’infanta dorme.
Io difendo l’onore dell’appiccicane Sanna, che anche se sterilizzata piace tantissimo ai cani maschi, e osservo un giovane dogo e il suo sprovveduto proprietario per i quali mormoro una preghiera mentale di pronto risveglio spirituale per entrambi.
Verso le 11, raccatto armi e bagagli e mi dirigo verso la macchina.
Menzione speciale alla coppia di anzianotti stranieri che mi aiutano con il cancelletto dell’area cani, con un comprensivo “Ne hai le mani piene”, probabilmente traduzione letterale di “You have quite an handful”.
Sopravvivo al traffico a cui sono disabituata, torno a casa, mangio una cofana di fusilli al sugo di pomodoro e faccio il pane. L’infanta dorme un’oretta, dandomi la possibilità di scrivere questi righi.
Domani è lunedì e il parco sarà deserto.

Ieri

Ieri è stata una di quelle giornate in cui, dopo tre mesi e mezzo di maternità esclusiva, allattamento, cura e alto contatto ti alzi sfinita e vai a letto sfinita. Una giornata in cui tutto quello che desideri è restare sola, per dormire, leggere, disegnare, andare in bagno per un’ora e poi a fare una passeggiata. Avrei ritenuto accettabile, come programma, anche il compito ingrato di aggiornare l’impresentabile curriculum. Senza cani, gatti, mariti/compagni/uomini, bambine gorgheggianti che passano dal riso al pianto senza addurre motivazioni plausibili.
Insomma la voglia di un’altra vita.
Ieri ho arrancato lungo le ore, ho anche preparato un caffè nell’inutile tentativo di darmi una mossa, cercando di tenere la barca pari tra pelo da muta primaverile degli appiccicani sparso ovunque, lavatrici, disgustoso mangime fresco scongelato per animali, il budino al cioccolato più orrido e colloso della storia (che quel santo ha commentato “sembra un po’ la consistenza di quei dolci giapponesi…”) e l’Infanta, la cui adorabilità ha raggiunto vette epiche negli ultimi giorni, in cui è sempre più una persona, cerca di afferrare le cose e portarsele alla bocca, ridacchia ed è così miracolosa che il senso di inadeguatezza difronte a tale portento diventa enorme. Mia figlia sarà migliore di me, devo cominciare a abituarmi all’idea, magari potrei farci un intero percorso di terapia tanto per passare il tempo.
Ieri, che abbiamo sfiorato la tragedia quando quell’uomo, che sta fuori da mane a sera per guadagnare la pagnotta per tutti noi, è tornato a casa con la cena presa dal giappo, quando avevo appena scolato una faticosissima pasta nelle zucchine sfrigolanti in padella.

Abbiamo mangiato il chirashi, messo in frigo la pasta, ci siamo messi a letto e siamo crollati in un sonno senza sogni. Oggi, cioè domani, è un altro giorno. C’è il sole e la letargia primaverile non mi avrà.
Inizio la giornata con le mie vitamine e un colpo di mano di aspirapolvere, con le finestre spalancate. Più tardi magari aggiorno il curriculum.