Storie di: mattinate in bici

We have a dream: andare a giro in bici, di più, meglio, più a lungo, ma soprattutto in vacanza.
Per realizzare questo sogno impossibile (?), ci siamo procurati un carrello/passeggino/jogger in cui l’Infanta sta come un papa. Una di quelle magie di ebay, robe che nuove manco col binocolo, ma poi trovi quello che ha fretta di vendere, e svende a un quinto del prezzo. L’unica cosa che mancava al nostro Chariot, arrivato con il kit per andare a correre, era il kit per la bici, che abbiamo comprato a parte. Oggi, poco sole ma niente pioggia, ci è parla la giornata perfetta per provarlo, e anche per esplorare un po’ i dintorni. Sono sei mesi che ci siamo trasferiti, ma l’inverno è stato lungo e le passeggiate permettono di avere un raggio di azione un po’ limitato.
L’Infanta ha reagito molto bene: ci sono stati i primi momenti di assestamento, ma poi si è fatta un sonoro pisolo, dopo il quale ha ripreso conoscenza e si guardava in giro, tranquilla e serena, sgranocchiando i biscotti che le avevo portato per merenda.
Esperimento perfettamente riuscito.
Noi abbiamo scoperto che esiste una costellazione di cascine e piccoli agglomerati più o meno abitati, viali alberati, vecchie pompe dell’acqua, canali, orti clandestini che vanno la pena di essere visti. La campagna a sud di Milano non è di certo la più bella del mondo, ma ha un fascino un po’ triste, ordinato, composto, quasi rassegnata – penso agli eserciti di contadini che contro le zanzare e contro la fame hanno dissodato e coltivato queste zolle per secoli e secoli -, ma poi ti regala momenti in cui ti sorprende con la limpidezza e i colori.
Siamo partiti verso le 11, alle 12.30 siamo rientrati e abbiamo cucinato una colossale pasta al pomodoro: non sarà stata l’eroica, ma ci siamo dovuti gratificare.
La prossima volta allargheremo il giro: voglio arrivare al ponte sul Lambro e passare da una cascina che è anche un agriturismo, in attesa di una vera avventura, magari di un weekend.
Chissà se l’Infanta apprezzerà il campeggio e tragitti più lunghi…

Come sopravvivere con due cani, due gatti e una bambina piccola in un appartamento: 5punti…

… prima che scatti l’allerta sanitaria.
Cavalco e anticipo l’onda che mi sta per travolgere ovvero il trasloco più o meno imminente, o meglio le sue conseguenze: un mio rinnovato interesse per l’economia domestica, che si esprime in ripetute narrazioni su come tento di tenere la casa libera dal caos completo.

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III – Da Grenoble a Milano, in treno. Ultima puntata.

Dopo una domenica di relax di cui abbiamo già parlato, con incontri ravvicinati con le colleghe e amiche vacche, abbiamo prenotato e acquistato un biglietto ferroviario per tornare a casa, io e l’Infanta, l’Infanta ed io.
Lunedì mattina ci è toccata una sveglia all’alba, ma tra la colazione, le ultime cose da raccogliere, i saluti, non è stata abbastanza presto, perché abbiamo comunque dovuto correre, prima nel traffico congestionato di una città il primo giorno della settimana, poi per acchiappare il treno al volo. Meno male che l’amico D è atletico: è riuscito a bloccare il treno affinché una mamma con bimba, zainetto e gamba di legno (la mia tendinite non è che fosse proprio migliorata a forza di passeggiate alpestri) riuscisse a tornare in madrepatria.
Mi ricordo la prima volta che ho preso il treno con l’Infanta. Aveva poco più di tre mesi e siamo andate in Toscana. Ha dormito tutto il tempo. Prima di partire avevo cercato un vademecum sui viaggi in treno con bambini piccoli. Sorprendentemente, internet è saturo di articoli e blogger che parlano di come andare in aereo con i figli appresso, ma sono pochissimi quelli che scrivono su come andare in treno. Comunque, la prima volta è stata abbastanza facile. L’Infanta era in versione mini, in pace col mondo, ha dormito quasi tutto il tempo, per poi concedersi una piccola poppata, per poi fare la cacca, per poi riaddormentarsi fino a casa dove è stata debitamente sistemata: per quanto sia una mamma sciolta e disinvolta, il cambio sul sedile del regionale affollato me lo sono evitato volentieri.
Questo giro è stata un’altra storia. Sono partita armata di pain d’epices (ossessione dell’Infanta, che lo ha dichiarato suo cibo preferito in assoluto… Talis mater…) , acqua, pannolini U&G (quelli francesi sono meravigliosi: la mutanda pull-up non è una cosa da ricchi, è la norma. Avrei dovuto farne scorta.), niente giochini ma tanta pazienza.
Ebbene, la pazienza, in un mezzo di trasporto in cui si può camminare su è giù, è la chiave.
Dopo la prima tratta su un regionale che spiccia casa ai nostri e non lo dico per essere esterofila, ma i treni da noi sono veramente lo specchio di un paese che bene non sta, abbiamo trascorso un’oretta nella stazione di Chambéry: niente da segnalare se non un pianoforte a disposizione di chi lo vuole suonare, trovata pubblicitaria okkei ma trovata pubblicitaria con le palle e enormi poster che dicevano qualcosa che ho tradotto come “I Bombardieri hanno costruito il vostro treno”. Sono aperta a spiegazioni, il mio francese è praticamente inesistente e tale dicitura mi ha lasciata alquanto interdetta. Al limite proverò a cercare risposte su google.
Quando è arrivato il TGV, sono salita. Ho trascorso un breve momento di panico in cui non sono riuscita a trovare il mio posto, che poi mi è stato pietosamente indicato dal controllore, che dall’espressione disperata che avevo sul volto deve aver intuito il mio dramma, ovvero la sottile e persistente sensazione che iniziava a farsi largo dentro di me: aver sbagliato treno. Fugato ogni dubbio abbiamo trascorso il viaggio tranquillamente. Non ho più preso un treno veloce da quando è nata l’Infanta, ma sul TGV c’è un bagno apposito in cui c’è solo il fasciatoio. Grosso punto a favore.
Per quanto riguarda questa esperienza, che è stata coronata da un sonnellino congiunto madre-figlia che ha ridato nerbo alla mia fibra stanca, la chiave è stata la pazienza, i giretti, le canzoncine e una buona scorta di cibi. In linea di massima è stato più facile di un qualunque lungo viaggio in macchina.
Il Babbofamilias è venuto a prenderci e siccome eravamo in zona (il TGV arriva alla stazione Garibaldi), siamo stati al nostro take away indiano preferito, davanti al Frida, dove l’Infanta si è esibita in una prova da vera babycosmopolita assaggiando tutto. Perché questo autosvezzamento lo abbiamo preso davvero sul serio.
Poi abbiamo preso un tram che di solito non prendiamo, abbiamo fatto un pezzo a piedi e siamo arrivati.
E ritrovato il nostro letto, abbiamo dormito.
Viaggiare è una cosa bellissima, soprattutto perché poi, dopo poco o tanto tempo, si torna a casa.

II – Siamo a Grenoble

Mi piace questo diario retrospettivo, in cui devo fare uno sforzo di memoria, a distanza di quasi una settimana, per rimettere a posto i pezzi e ricordare che cosa abbiamo fatto, che cosa abbiamo visto e come mi sono sentita.
Fa tanto mémoire.
Venerdì scorso ci siamo svegliati in un letto diverso dal nostro, abbiamo fatto colazione e lavato le tazze in una cucina diversa dalla nostra e siamo usciti a passeggiare, senza meta, in una città diversa dalla nostra, spendendo così il resto della mattinata che era avanzato alla colazione e al lento risveglio.
Grenoble è facile da girare a piedi, è una città piccola e senza saliscendi.
Mi ero ripromessa di informarmi, organizzare e programmare il come e il dove e il cosa vedere, ma ovviamente a ridosso della partenza non avevo ancora letto nulla, a stento avevo messo insieme quattro paia di mutande, per cui la mia unica preparazione è stata una rapida lettura della pagina wikipedia dedicata alla città. Se la leggete, scoprirete che Grenoble è stata famosa per essere una roccaforte militare e per essere la patria del Boiardo, l’ultimo dei cavalieri, quello rimasto proverbialmente noto come “il cavaliere senza macchia e senza paura”. Un personaggio storico che sembra uscito da una fiaba.
E in effetti Grenoble è fiabesca: attraversata da due fiumi, circondata dalle montagne e dall’altipiano, con la vista in lontananza del Mont Blanc coperto dalle nevi perenni.
Quando è stata ora di pranzo siamo tornati a casa per cucinare e riposarci – i nostri amici e ospiti lavoravano – ma prima siamo passati a fare la spesa e devo dire che i supermercati francesi sono davvero notevoli per qualità, varietà e prezzi: sarà che sono abituata male a Milano.
Con una bambina piccola non si possono fare maratone (troppo) estenuanti per cui siamo rimasti a cuccia fino alle tre del pomeriggio, circa, quando abbiamo preso di nuovo le gambe e siamo tornati a spasso: ci siamo concessi un giro sulla teleferica, fino alla Bastiglia.
Un consiglio, se mai ci andrete: non fate il nostro stesso errore e non comprate anche il ritorno, perché scendere a piedi è bello e piacevole, un’immersione nella vita locale, i Grenoblesi adorano correre su e giù per i sentieri che portano alla fortezza e c’è anche un giardino/orto da scoprire. Abbiamo camminato talmente tanto che le mie sbagliatissime sneakers da 15 € si sono rivelate in tutta la loro disastrosa inadeguatezza, facendomi venire una mezza tendinite al piede e facendomi maledire una volta di più la mia taccagneria. Nunca mas. Il risparmio sulle calzature, già abbondantemente condannato, è stato definitivamente abolito. Anzi scarpe vecchie, anzi scalza che con ai piedi certi strumenti di tortura.
Siamo arrivati all’ora di cena, sfatti, abbiamo cucinato, cenato con l’amica A e poi usciti alla volta della Salle Noir, quartier generale dei Barbarins, per portare all’amico D, impegnato per l’inaugurazione della serata, beni di prima necessità che un manager-barista-tuttofare può dimenticare a casa in una serata molto importante: la brillantina e il deodorante.
Bevuta una birretta e conosciuti i membri del gruppo, siamo tornati a casa, un po’ perché oggettivamente troppo stanchi per divertirci, un po’ perché l’Infanta non sarebbe potuta rimanere. I francesi sono attenti ai piccoli e non si può portare i bambini a concerti che superano un tot di decibel se non sono dotati di un casco antirumore.
E alla Salle Noir avevano solo i tappi.
Sabato: giornata tersa. Pare, stando a numerose testimonianze, che siamo stati i primi ospiti a beccare il bel tempo. Per cui abbiamo messo insieme un lauto pranzo al sacco a base di prosciutto (che si compra a fette e non a etti: cioè tu dici “Vorrei sette fette di cotto grazie” e non “un etto e mezzo”. E la cosa mi ha abbastanza sconvolto), formaggio, baguette fragrante, banane e acqua del rubinetto (che è buonissima, perché ehi, siamo in montagna). Scarponcini allacciati stretti per contenere i miei piedi doloranti, zainetto e una lunga strada tortuosa, in macchina fino all’attacco del sentiero. Abbiamo fatto una lunga passeggiata in montagna, fino a un laghetto in alta quota. Tanta gente, ma rispettosa e tranquilla, cani liberi, bambini portati – per una volta l’Infanta non è stata l’unica in spalla. Poi siamo tornati e il Babbofamilias è ripartito, perché dovete sapere che sta facendo un corso per diventare Istruttore di Mazzate ed essendo un affar serio, ha dovuto prendere la via e abbandonarci al nostro destino e a un rientro in TGV. In tale contesto paesaggisticamente glorioso, la Materfamilias che sarei io sente un estremo desiderio di tornare a fare foto con uno strumento più adeguato del proprio smartphone. Prima di Natale voglio tornare a possedere una macchina fotografica degna di tale nome.
Domenica: io, l’Infanta, D e A ripetiamo l’esperienza montanara ma sull’altopiano del Vercor, dove voglio tornare e tornerò sicuramente a fare sci di fondo, con passeggiata molto più pigra causa miei piedi e generalizzata stanchezza, con visita a fattoria di mucche felici e vista su colli verdissimi e paesaggio da cartolina.

Il mio viaggio in treno del lunedì mattina, Infanta e tutto, con le lezioni da non dimenticare quando si va in treno con una bambina piccola ve lo racconto un’altra volta.

Storie di Pizzica Pizzica

Internet è uno strano mondo, in cui le affinità elettive si intrecciano e percorsi apparentemente lontani si scoprono paralleli e quasi tangenti. Due persone vivono su mondi vicinissimi e probabilmente sono per molti anni a un passo da conoscersi e incontrarsi. Poi a un certo punto succede qualcosa e finalmente, si incontrano.
Questa è la storia di come sono arrivata a conoscenza di Pizzica Pizzica, il primo libro illustrato di Hayley Egan e di come questo libro è scritto e disegnato e insomma di cosa ne penso.
Faccio il giro largo, mettiamoci comodi.
Tra i tanti blog che seguo, c’è quello di Bauhauswife. È di una signora canadese, non molto più vecchia di me, con sei figli e una vita pazzesca. Pazzesca nel senso che nel bene o nel male, per me è impossibile restarle indifferente. Questo mi piace molto e mi fa sempre pensare, i libri che consiglia e le cose che scrive non sono mai banali. Credo di averne già parlato, non mi ricordo. Ci sono arrivata mentre mi stavo preparando a partorire l’Infanta e da lì non ho più smesso di leggere quello che pubblica.
Un bel giorno, recensisce il libro di Hayley. Ho già detto che quello che scrive Yolande Clarke, per quando spesso bizzarro e un po’ sopra le righe, non è mai banale?
Quindi mi incuriosisco. Inseguo il libro fino al sito della sua autrice e lo ordino. Nel frattempo, cominciamo a scambiarci mail e poi diventiamo amiche su Facebook. Iniziamo a parlare o meglio a scriverci. Viene fuori che abbiamo la stessa età, frequentavamo la stessa città, Siena, negli stessi anni, che conosce benissimo la città dove sono nata e cresciuta, che conosce una mia ex compagna di liceo, che il padre dei suoi figli è italiano, è pugliese, è un etnomusicologo, ovvero praticamente è un antropologo che si occupa di musica, e io ho studiato antropologia e adoro la Puglia, perché la migliore amica di mia nonna era pugliese e le famiglie sono sempre state mischiate e anche se siamo toscani abbiamo sempre avuto questa forte influenza di tacco … Ok sto divagando. Insomma, viene da chiedersi come abbiamo fatto a non incontrarci di persona, o comunque prima.
Internet è uno strano mondo per davvero.
Fatta questa doverosa premessa, Pizzica Pizzica è un libro che mi è piaciuto tanto per molti motivi, e spero che quando l’Infanta sarà in grado di farsi leggere una storia stampata su fogli normali – al momento afferra e strappa ogni pezzo di carta che le capita per le mani – e non cartonati, piacerà anche a lei.
Intanto, è un libro bilingue.
I libri bilingui sono più unici che rari (provate a chiederne uno in una libreria qualunque per credere – di Milano, non di una sperduta valle tibetana) e di certo non c’è bisogno di me per dire quanto l’esposizione alle lingue straniere prima si comincia e meglio è.
Poi, è scritto bene, illustrato bene, stampato bene.
So che la mia maestra delle elementari si sta rivoltando nella tomba per queste ripetizioni da matita blu, ma come descrivere una cosa ben fatta senza rovinarvi la sorpresa di quando la sfoglierete e annuserete e la avrete tra le mani?
Pizzica Pizzica non è molte cose. Intanto non è una favoletta morale: ha molti livelli di lettura che portano la storia, nella sua semplicità, a parlare di tante cose: di musica, di guarigione (profonda e vera e personale e interiore) e secondo me anche di famiglia, di comunità.
Non è un libretto patinato, la carta è vera e porosa e piacevole da tenere tra le mani, non puzza di plastica ma sa di cellulosa buona e inchiostro. Le illustrazioni sono belle e ricche senza essere eccessive, sono di facile lettura ma piacevoli anche per gli adulti, mi ricordano i classici della mia prima infanzia, Eric Carle su tutti.
Se questo non bastasse, è una produzione indipendente, autofinanziata dal basso, libera e selvaggia proprio come piace a me.
Inutile dire che non vedo l’ora di sapere che cosa ne penserà l’Infanta.
Il mio spassionato consiglio è di procurarvene una copia.
E farmi sapere cosa ne pensate.

Storie di campagna, di famiglia e di casa

Siamo in campagna-quasi-montagna, da mio padre, che prima viveva in Veneto e adesso è tornato in Toscana e se ne sta in un piccolo borgo al di qua delle Apuane rispetto al mare.
Il paesello è un piccolo agglomerato di case di pietra (abbandonate per lo più) e case sparse (scarsamente abitate) popolato da personaggi caratterizzati da tratti inconfondibili, come l’anziana signora che ha ucciso una volpe a mani nude (come biasimarla, minacciava le sue galline) e in generale non è una con cui vorresti incrociare la tua spada laser perché la forza scorre potente in lei, un signore cieco che si aggira accompagnato dalla sua radiolina e dal ticchettio del bastone, il padrone del cane pointer innamorato della mia cagna Sanna, Il Moro, l’Orfea e come dimenticare mia zia sorella di mia mamma, suo marito e la mia cugina residua (sua sorella è partita ieri per la Grande Avventura Americana: passerà i primi sei mesi dell’anno scolastico negli Stati Uniti).
Tutto questo importante capitale umano forma un totale complessivo di sessanta anime, in cui mio padre e la sua compagna e la gatta Elisabetta sono “quelli di Venezia” o “i veneziani”. Quando si dice, la ricerca dell’identità.

Io l’Infanta e il cane Sanna occupiamo un piano della grande casa che mio padre abita con la sua compagna e la gatta: passiamo le giornate a passeggiare, dormire, mangiare.
Andiamo a fare la spesa, andiamo al bar del barbuto barista nato in Australia e poi trapiantato qui, che alleva cavalli e versa il bianco agli avventori bisognosi di una botta di vita alle dieci del mattino.

Seguiamo i ritmi naturali di una bambina di sette mesi e mezzo, che comportano:
sveglia presto (sette-settemezza),
passeggiata umida in bosco umido con scarpe chiuse perché qui Settembre è nettamente arrivato,
colazione (All’Infanta piace lo yogurt alla frutta. A futura memoria per quando rileggerò questi righi intenerita dal tempo che è volato eccetera eccetera)
giochiamo o leggiamo: abbiamo una bambola, dai capelli rossi e di nome Guendalina, fatta a mano dalla mia prozia Lucia, che era professoressa di scienze al Liceo Classico ma ha anche le mani d’oro. Guendalina detta Guenda è bellissima, ha un grembiule, un vestito blu, maglietta – con colletto di sangallo- e calzettoni a righe coordinati e anche i mutandoni a calzoncino. Abbiamo anche i libri della Nuvola Olga,
riposino, durante il quale mammafamilias cerca di fare quel che può per stare dietro alla blogsfera e coltivare i propri interessi da adulta
gioco e prove tecniche di gattonamento (quota quattro passi per raggiungere gioco/oggetto molto interessante: raggiunta)
pranzo
e così via…

Non ci annoiamo. Io non ho molto tempo per scrivere ma ne ho per pensare, e parlare con mio babbo, il babbofamilias originario, con cui ho trascorso troppo poco tempo in vita mia e per questo abbiamo bisogno ogni volta di conoscerci di nuovo un po’, di riguadagnare terreno e ascoltare i pensieri reciproci.
Il sangue non è acqua e andiamo d’accordo su molte faccende.

Per la prima volta da quando è nata l’Infanta, mi sento in vacanza.

Riflessioni post-femministe: lettera a mia mamma

Mi ero ripromessa di scrivere una risposta al post di mia mamma, ma la vita e le mazzate prese dal Babbofamilias mi hanno momentaneamente distratto.
Come sapete, tutto è bene quel che finisce bene.
Questo è un post didascalico, noioso, pedante e molto molto personale. Siete avvertiti. Continua a leggere

Nascite, Peer-Pressure, Scuse Pubbliche e Altre Storie…

Oggi è nata la figlia di mia cugina. Ho pianto di contentezza e commozione.
La nascita, che quando appartenevo ancora alle persone non sconvolte da uno tsunami ormonale senza precedenti non mi provocava quasi nessun brivido, è una cosa che da quando sono rimasta incinta e ho dato alla luce l’Infanta, mi fa venire il groppo, gli occhi lucidi, la voce garrula e la parlantina sciolta, facendomi assmigliare alla versione di me che ha esagerato con il rosso.
Insomma mi emoziona a livelli imbarazzanti.
Quando ci è stata annunciata questa gravidanza, la prima cosa che mi è venuta da fare dopo le congratulazioni e gli urletti sciocchi, dal momento che come dicevo mi emoziono in modo scemo e perdo ogni freno inibitorio, è stato rivolgermi alla mia altra cugina, sorella della neomamma e in modo del tutto inopportuno chiederle “E quindi?!?! E te? E quando? E come?”.
Lei è una donna deliziosa e molto educata e invece di darmi il pugno sul grugno che mi sarei meritata, ha sorriso e ha fatto la vaga, mentre suo marito probabilmente voleva sotterrarmi. Viva.
Inconsapevolmente, mi stavo macchiando di un peccato capitale, di una di quelle cose che quando la subisco mi fa uscire il fumo dalle orecchie mentre mi si inniettano gli occhi di sangue di vergini innocenti e un sospetto odore di zolfo si spande per la stanza.
Le stavo facendo peer pressure.
Piir presciure.
Pressione tra pari.
Come quando fumi la prima sigaretta in bagno a scuola perché lo fanno tutte le tue amiche (o almeno, lo fanno quelle che pensi siano fighissime), ti senti una cacca perché tutti i tuoi amici anche più giovani si sono laureati e tu sei lì che sudi dietro a una tesi che sembra non volersi proprio fare scrivere, quando passi oltre perché lo fanno tutti e tanti altri contesti squallid-ansiogeni del genere.
Nessuno dovrebbe sentirsi obbligato a fare qualcosa, ma soprattutto i figli, solo perché ci (noi: famiglia, amici, società, cultura e bla bla bla) si aspetta che sia così, che sia il momento giusto, che sia la stagione della vita adatta, che i nostri figli almeno avranno dei compagni di giochi della loro età, eccetera eccetera.
Per tutto ciò, nel giorno della nascita della sua nipote, io chiedo pubblicamente scusa a mia cugina e a voglio dire a chiunque sia donna e “ancora senza figli?!” che va bene così, il momento arriverà oppure no, non importa. Quel che conta è essere fedeli a noi stesse fino all’ultimo e sentirsela, sia che si decida, sia che no. Siamo donne e come ci giriamo ci giriamo, da qualche parte stiamo toppando: tanto vale fare come ci pare.


 

e poi, in ordine sparso:

– L’Infanta ha scoperto le gioie del suo seggiolone Stokke e che stare al tavolino con noi è una figata pazzesca. Assaggia indiscriminatamente cucchiaini, pezzi di frutta, cenci di cucina, bicchieri di plastica e non e in generale tutto ciò che riesce ad afferrare. In mancanza di oggetti, si china senza perdersi d’animo e assaggia il legno del tavolino

– c’è una casa che mi piace e come spesso accade con le case che mi piacciono, forse verrà comprata da qualcun altro.

– sto scrivendo un progetto per ricevere un assegno di ricerca. Verrà valutato alla fine dell’anno. Mettere ciò nero su bianco mi provoca torcipanza e tachicardia, voglia di minimo minimo un chilo gelato haaghen-daz e di nascondermi al buio, sotto il piumone anche se ormai è estate e non riemergere mai più, finché non mi troveranno i Posteri, ormai mummificata.

– La Nonnafamilias è una specie di trattore incrociato con Mastro Lindo e Mary Poppins e da grande voglio essere proprio come lei.

Storie di Vaccinazioni

Non è stato un weekend semplice e non è stato un lunedì facile. Ho avuto uno dei miei classici momenti di debacle primaverile e a nulla sono servite lunghe ore all’aria aperta o la tachipirina per farmi passare il mal di testa.
Invece il tempo a Milano oggi è semplicemente glorioso e il mio umore è migliorato di conseguenza.
C’è il sole, ma anche un vento fresco e sorprendentemente pulito che spazza tutta la città.
Oggi era anche il giorno dell’appuntamento per i primi vaccini. Io sono favorevole, nel senso che mi sembra assurdo non farli, ma non è questa la sede per parlarne, magari lo farò al prossimo richiamo.
Quello di cui voglio parlare è che il Babbofamiliae, intuendo la mia fifa blu, ha ritardato di un’ora al lavoro, per accompagnarci, stare lì con noi e riportarci a casa.
Che eravamo gli unici senza una carrozzina, noi e la nostra pataccosa fascia ereditata, in cui le piume delle mie piume dormivano serafiche. Che la dottoressa era carina, come sono tutte le dottoresse con cui ho incrociato il mio fin ora breve cammino di mamma e somigliava un po’ alla mia, di mamma. Che dopo la visita di routine, le punture fulminee sulle cosciotte intonse dell’Infanta le hanno provocato un pianto acuto, tipo sirena, fatto di potente AHH-AHH ripetuti.
Io mi sono sentita le ginocchia che facevano giacomo-giacomo e ho cominciato a ridacchiare.
A ridacchiare, come mi succede quando vado ai funerali, o a trovare qualcuno che sta molto male.
Mi viene da ridere e è una delle cose più imbarazzanti del mondo, perché è una risatina nervosa, che sottintende un mattone sullo stomaco ed è del tutto fuori luogo. Usciamo dall’ambulatorio. Io ho un certo qual bisogno di sedermi e l’Infanta, che è una roccia, si attacca alla puppa, smette di piangere e si addormenta quasi subito.
Babbofamiliae ci riaccompagna a casa.
Io passo il resto della giornata aspettando sintomi febbrili, nervosismo e gonfiore dove sono state fatte le iniezioni, ma la Gaia è sempre la stessa, che studia attenta alla lumachina-sonaglio o alla coccinella-sonaglio, forse profetiche di un futuro da entomologa, protesta quando non ha più voglia di stare sdraiata e mentre portiamo i cani a fare un giretto, sorride sdentata al signore sdentato, che ci apostrofa con un “C’è un po’ di vento, eh!”.
Adesso, è qui che batte sul tavolo per la prima volta in vita sua e io mi dico che potrei anche stare tranquilla, ma intanto, medito di andare a misurarle la febbre…

Letture: Naomi Aldort

Una premessa. 
La sottoscritta è leggermente ossessiva quando si tratta di ansia da prestazione e capire “come funziona”. Dal nonno materno, frequentato troppo assiduamente negli anni dell’imprinting, ho ereditato una passione smodata per i manuali, le ricette, i foglietti illustrativi e le istruzioni (a volte dette “distruzioni”: e ci sarà un perché) in generale.
Uno dei modi in cui affronto un problema senza affogare nell’ansia, dunque, è cercando di capire come funziona il tutto in questione, possibilmente leggendo fiumi di parole sull’argomento, siano esse su carta stampata o su internet. Che queste parole vengano poi messe in pratica, è secondario. Trascorro ore e ore leggendo, con il risultato che spesso, nel tentativo di coprire tutto lo scibile umano su un argomento, emergo più confusa e frastornata di prima, interiorizzo e poi faccio comunque un po’ come viene viene. Babbofamiliae si rifiuta di partecipare a tale delirio bibliografico, laconicamente afferma “che si potrebbe semplicemente seguire il buon senso” promettendo di effettuare le sue letture in un futuro prossimo, cosa che puntualmente viene rimandata. Lui è contento con il buonsenso e io faccio il topo di biblioteca per tutti e due, e poi gli passo il compito facendogli i riassunti nei momenti in cui potremmo che ne so, guardarci intensamente negli occhi e dirci paroline romantiche. 

Affacciandomi alla maternità, dunque alla genitorialità, non potevo esimermi dalla pratica succitata, ovvero affrontare una congrua quantità di letteratura, sia cartacea che internautica. Sono arrivata a Naomi Aldort attraverso uno dei blog che seguo, Bauhauswife. Bauhauswife è una signora che abita in un gelido angolo del Canada, ha quasi sei figli e pochi anni più di me. Ha una vita molto più radicale della mia e scrive cose a parer mio decisamente sensate sull’argomento bambini-decrescita-parto naturale-arte-vita. Tra le letture che recensisce e consiglia nel suo piccolo Amazon-shop, c’è anche “Raising your children, raising yourself”.
Fidandomi, l’ho comprato e l’ho letto. E ho fatto bene.
Naomi Aldort è una psicologa, ha un dottorato di ricerca che non guasta mai e diverse pubblicazioni all’attivo. Insomma non è la prima arrivata nel suo campo.
Il libro propone un ascolto aperto e maturo dei bambini, di trattarli come pari – ma senza esagerare -, di leggerne le angosce e le gioie con serenità, di lasciare che esprimano le emozioni senza sentirsi in pericolo. Spiega perché il bambino ha sempre ragione a comportarsi come si comporta, perché non ha senso dire “no” quando ci verrebbe da dire “no”, ma senza che la situazione degeneri in una specie di giungla selvaggia senza regole né ragioni, e in generale come avere un atteggiamento rispettoso dell’individuo che è la nostra prole, anche se in formato ridotto.
Suggerisce anche di essere indulgenti e gentili con sé stessi, di ritagliare degli spazi protetti in cui esprimere le nostre emozioni e i nostri malesseri senza riversarli sui figli. Dà anche ottimi consigli su come portare avanti un ménage familiare senza troppi strappi.  Il tutto usando le armi dell’autoironia, della leggerezza, del non prendersi troppo sul serio e di vedere le cose in una sana prospettiva. E anche degli esempi pratici, che per me che sono toro con una quantità mostruosa di valori capricornini, quindi irrimediabilmente pratica e calata nella realtà, aiuta infinitamente la comprensione.
Mi è piaciuto molto. Chissà quanto tempo passerà prima che lo traducano in italiano.
L’autrice è anche un’ottima oratrice, i suoi video si trovano su youtube e se capite l’inglese, ve ne consiglio la visione.
Nonostante la mia unica figlia abbia solo poco meno di quattro mesi, la lettura è stata illuminante e mi ha molto pacificato nei confronti di alcuni comportamenti a me altrimenti incomprensibili, delle mie reazioni automatiche e poco sensate, frutto di un vissuto in cui la povera Infanta c’entra poco. Crescere i propri figli per crescere noi stessi. Cosa potevo chiedere di meglio?
Vedremo come va nei prossimi anni.