A casa nel mondo

Come sapete, la Familias è attiva nello scambio gratuito di ospitalità.

Hanno profili più o meno attivi su Warmshowers e Couchsurfing, oltre che Workaway.

Tutte le volte che qualche viaggiatore, solitario o meno, passa dalla loro casa, la Materfamilias ha quella sensazione un po’ epica e un po’ commovente e piena di speranza di essere tutt’uno con l’umanità, che nel mondo ci sia ancora del buono, che “L’ultima casa accogliente prima delle terre selvagge” possa essere la sua e questa sensazione le resta addosso come una copertina riscaldante per vari giorni.
Aprendo le porte a perfetti sconosciuti, prendendoci il rischio, che rischio è fino a un certo punto, trattandoli come amici invece che come nemici, con simpatia e confidenza anziché diffidenza e sospetto, condividendo il pane e il sale, l’aqua calda e il tetto, rinnoviamo il rituale dell’ospitalità che è vecchio come il mondo, creiamo uno spazio di pace e di fratellanza universale, e senza tanti giri di parole, in questo modo la Mammafamilas si sente di andare sonoramente in quel posto a terroristi di qualunque colore, alle bombe più stronze e in generale alla paura degli altri esseri umani, che diciamocelo, ultimamente è ben oltre il livello di guardia che lei considera accettabile.
Più o meno ogni tre mesi, la nostra famiglia riceve questa iniezione di bontà, che funziona come un balsamo benefico, nonostante gli sguardi dei vicini che osservano questi stranieri che vanno e vengono e sollevano il sopracciglio – ma non sanno che si perdono.

Questo giro è passato sotto il nostro tetto James, britannico, che è stato accolto da una chiamata con la cugina D e la nonnafamilias su Skype, ha mangiato come un lupo, ha raccontato un mucchio di cose sulle bici, sul suo viaggio in bici che dura da un anno ma è appena iniziato, e ci ha invitato a casa sua, ovunque sarà casa sua in futuro.

La mammafamilias adesso ha voglia di prendere la bici e andare.
L’amica D (nella mia vita ci sono decisamente troppe persone con la D), ha giustamente osservato: ti ha ispirato, ma stai a rosica’.

Parole sante.

Storie di: a perfect weekend

Metti amici che non si vedono da mesi, a volte anni, che abitano di qua e di là dalle Alpi e ai quattro angoli della Nazione (totale: otto persone, più Infanta, più Kubetto in panza), tutti con questa Siena che fu tipo denominatore comune, metti camminare per Milano come se fossimo una grande famiglia in cui non si capisce chi sta con chi, una carovana fatta di donne incinte, passeggini agili ma fino a un certo punto, bambine che vogliono attraversare la strada affollata di tram anche se hanno 18 mesi ancora da compiere, bambine che fanno subito amicizia con le amiche storiche della mamma, metti una grigliata col temporale (perché la Svezia ci ha cambiato molto più profondamente di quanto potremmo mai ammettere, ma almeno noi si mangia in casa, ma con la luce accesa perché il tempo è proprio da lupi), metti una Coccipalla e l’Infanta che probabilmente penserà che alla fine un Natale a Giugno non è così male, metti una stanza degli ospiti, metti riuscire comunque a sistemare la credenza, cambiare posto alle piante in cucina, fare le lavatrici, dormire come un sasso (perché prendere la metro ti rende stremata). Metti insieme tutte queste cose, avrai il weekend perfetto.

Nella mia ora di libertà

Il babbofamilias ha fatto un regalo di san Valentino alla materfamilias.

Le ha donato circa cinque ore di tempo: bene indisponibile, impagabile, prezioso e irripetibile.

Il programma fin qui ha compreso numero uno lavatrici di capi delicati per arginare il senso di colpa, doppio caffè con panna montata avanzo del dessert della cena di ieri sera e ricciarello dono dell’amica D. (il tutto seduta, leggendo repubblicapuntoitte dal cellulare), lavaggio tazze della colazione, seduta di maquillage accurato con constatazione che si, il mascara sta finendo e che si, ho bisogno una terra abbronzante e anche di migliorare l’idratazione della pelle del mio viso sempre fresco ma non più giovanissimimisisismo, progetto di depilazione polpacci abortito, svolgimento di parte dello schema di mezzopunto ricevuto in dono dalla nonnafamilias per Natale, ricerca Kindle per recupero romanzo lasciato a metà ormai mesi fa, sfida al maltempo e uscita con le amiche, tra cui una che non si vede da anni in quanto ormai trasferita in Perù a svolgere la nobile professione dell’antropologa, acquisto di oggetti tendenzialmente superflui e auspicabilmente in saldo, tra cui il suddetto mascara.
Ore 18: coprifuoco e rientro nei ranghi dell’attività materna.

Sarà un bel pomeriggio. Facciamo in modo di non sprecarlo.

II – Siamo a Grenoble

Mi piace questo diario retrospettivo, in cui devo fare uno sforzo di memoria, a distanza di quasi una settimana, per rimettere a posto i pezzi e ricordare che cosa abbiamo fatto, che cosa abbiamo visto e come mi sono sentita.
Fa tanto mémoire.
Venerdì scorso ci siamo svegliati in un letto diverso dal nostro, abbiamo fatto colazione e lavato le tazze in una cucina diversa dalla nostra e siamo usciti a passeggiare, senza meta, in una città diversa dalla nostra, spendendo così il resto della mattinata che era avanzato alla colazione e al lento risveglio.
Grenoble è facile da girare a piedi, è una città piccola e senza saliscendi.
Mi ero ripromessa di informarmi, organizzare e programmare il come e il dove e il cosa vedere, ma ovviamente a ridosso della partenza non avevo ancora letto nulla, a stento avevo messo insieme quattro paia di mutande, per cui la mia unica preparazione è stata una rapida lettura della pagina wikipedia dedicata alla città. Se la leggete, scoprirete che Grenoble è stata famosa per essere una roccaforte militare e per essere la patria del Boiardo, l’ultimo dei cavalieri, quello rimasto proverbialmente noto come “il cavaliere senza macchia e senza paura”. Un personaggio storico che sembra uscito da una fiaba.
E in effetti Grenoble è fiabesca: attraversata da due fiumi, circondata dalle montagne e dall’altipiano, con la vista in lontananza del Mont Blanc coperto dalle nevi perenni.
Quando è stata ora di pranzo siamo tornati a casa per cucinare e riposarci – i nostri amici e ospiti lavoravano – ma prima siamo passati a fare la spesa e devo dire che i supermercati francesi sono davvero notevoli per qualità, varietà e prezzi: sarà che sono abituata male a Milano.
Con una bambina piccola non si possono fare maratone (troppo) estenuanti per cui siamo rimasti a cuccia fino alle tre del pomeriggio, circa, quando abbiamo preso di nuovo le gambe e siamo tornati a spasso: ci siamo concessi un giro sulla teleferica, fino alla Bastiglia.
Un consiglio, se mai ci andrete: non fate il nostro stesso errore e non comprate anche il ritorno, perché scendere a piedi è bello e piacevole, un’immersione nella vita locale, i Grenoblesi adorano correre su e giù per i sentieri che portano alla fortezza e c’è anche un giardino/orto da scoprire. Abbiamo camminato talmente tanto che le mie sbagliatissime sneakers da 15 € si sono rivelate in tutta la loro disastrosa inadeguatezza, facendomi venire una mezza tendinite al piede e facendomi maledire una volta di più la mia taccagneria. Nunca mas. Il risparmio sulle calzature, già abbondantemente condannato, è stato definitivamente abolito. Anzi scarpe vecchie, anzi scalza che con ai piedi certi strumenti di tortura.
Siamo arrivati all’ora di cena, sfatti, abbiamo cucinato, cenato con l’amica A e poi usciti alla volta della Salle Noir, quartier generale dei Barbarins, per portare all’amico D, impegnato per l’inaugurazione della serata, beni di prima necessità che un manager-barista-tuttofare può dimenticare a casa in una serata molto importante: la brillantina e il deodorante.
Bevuta una birretta e conosciuti i membri del gruppo, siamo tornati a casa, un po’ perché oggettivamente troppo stanchi per divertirci, un po’ perché l’Infanta non sarebbe potuta rimanere. I francesi sono attenti ai piccoli e non si può portare i bambini a concerti che superano un tot di decibel se non sono dotati di un casco antirumore.
E alla Salle Noir avevano solo i tappi.
Sabato: giornata tersa. Pare, stando a numerose testimonianze, che siamo stati i primi ospiti a beccare il bel tempo. Per cui abbiamo messo insieme un lauto pranzo al sacco a base di prosciutto (che si compra a fette e non a etti: cioè tu dici “Vorrei sette fette di cotto grazie” e non “un etto e mezzo”. E la cosa mi ha abbastanza sconvolto), formaggio, baguette fragrante, banane e acqua del rubinetto (che è buonissima, perché ehi, siamo in montagna). Scarponcini allacciati stretti per contenere i miei piedi doloranti, zainetto e una lunga strada tortuosa, in macchina fino all’attacco del sentiero. Abbiamo fatto una lunga passeggiata in montagna, fino a un laghetto in alta quota. Tanta gente, ma rispettosa e tranquilla, cani liberi, bambini portati – per una volta l’Infanta non è stata l’unica in spalla. Poi siamo tornati e il Babbofamilias è ripartito, perché dovete sapere che sta facendo un corso per diventare Istruttore di Mazzate ed essendo un affar serio, ha dovuto prendere la via e abbandonarci al nostro destino e a un rientro in TGV. In tale contesto paesaggisticamente glorioso, la Materfamilias che sarei io sente un estremo desiderio di tornare a fare foto con uno strumento più adeguato del proprio smartphone. Prima di Natale voglio tornare a possedere una macchina fotografica degna di tale nome.
Domenica: io, l’Infanta, D e A ripetiamo l’esperienza montanara ma sull’altopiano del Vercor, dove voglio tornare e tornerò sicuramente a fare sci di fondo, con passeggiata molto più pigra causa miei piedi e generalizzata stanchezza, con visita a fattoria di mucche felici e vista su colli verdissimi e paesaggio da cartolina.

Il mio viaggio in treno del lunedì mattina, Infanta e tutto, con le lezioni da non dimenticare quando si va in treno con una bambina piccola ve lo racconto un’altra volta.

Vecchie Glorie

Allora, ho rivisto le mie amicissime delle medie e dei primi anni del liceo.
E una di loro, durante questo soggiorno marittimo con figliola, la sto pure frequentando.
Queste tre persone, queste tre bimbe-ragazze-donne, rappresentano una grossa fetta della mia educazione sentimentale. Siamo state testimoni reciproche della nostra crescita e evoluzione in quel bel periodo di merda (parlo per me) che è stata prima la preadolescenza e poi l’adolescenza vera e propria, quel gioco al massacro che sono le medie e poi il liceo. Il fatto che loro l’abbiano vissuto in maniera meno traumatica è evidente perché loro si ricordano cose che io ho rimosso. Ma ogni uomo, in questo caso ogni bimba-ragazza-donna, è un’isola e magari io mi ricordo cose che loro hanno rimosso e viceversa. Ci sono momenti a cui semplicemente non si vuole pensare più, li abbiamo vissuti con i nostri contorni talmente sfocati che era abbastanza così, non c’erano le forze per ricordarsene anche. 

L’amica bionda ha ancora tre esami prima di diventare archeologa a pieno titolo e vorrebbe continuare a studiare queste piacevolezze. Per vivere insegna greco e latino alle suore e ai preti in un istituto religioso, suona e insegna il pianoforte e sta molto meglio adesso di quando stava preparando l’esame per diplomarsi al conservatorio, tre anni fa, l’ultima volta che l’ho vista. Porta il caschetto invece dei suoi leggendari capelli lunghi. 
Ha salutato mia figlia esclamando “Ma tu, indossi un monile!“, riferendosi alla collanina d’ambra dalle mistiche e misteriose proprietà taumaturgiche che ogni mamma bioecobio conosce a menadito. Quest’unica frase ha riportato a galla momenti sepolti, pomeriggi trascorsi a ignorare il sole là fuori per scrivere romanzi, perché noi si puntava in alto, a ridere (ma alle lacrime) leggendo la vergine cuccia del Parini e altre poesie che non mi ricordo, forgiando il nostro immaginario per sempre, e in generale a essere delle Geek ante litteram, poi lentamente perdersi di vista a poco, ognuna concentrata nella definizione del propri bordi.
Rivederla, parlare e sapere che sta bene, sapere che esiste, che insomma vive e lotta in un universo di senso che non è poi così alieno al mio, perché viene dallo stesso ceppo, mi provoca sentimenti contrastanti: uno struggimento senza fine per la voglia di tornare a frequentarla nella consapevolezza che al momento non si può fare misto a una tranquillità serafica per i motivi di cui sopra, ovvero sapere che lei se la cava e se la caverà cascasse il mondo.

L’amica bilingue era praticamente la mia vicina di casa quando abitavamo sulla collina, con tutto quello che questo comporta, tipo andare a scuola a piedi insieme per anni.
Non c’è molto da dire su li lei, è bello saperla tornata a casa, in tutti i sensi, sapere o meglio sentire che ha questa chiarezza adamantina intatta su chi è e cosa vuole, sui suoi processi interiori, sul suo intuito, sulla sua anima. Non so quale prezzo segreto lei paghi per tutto questo, ma io le auguro che sia gratis.

L’amica ricciola ha avuto un duro colpo, perché dodici esami e una laurea in medicina in un anno possono fiaccare lo spirito e il corpo dei migliori atleti, ma si sta ripigliando, perché lei le cose le fa con cura e con grazia e con determinazione. Vuole costruire una casa di legno, sposarsi, avere bambini, lavorare. Siamo tanto diverse nella forma ma così uguali nella sostanza. Sarà che siamo nate a dieci giorni giusti di distanza. E ho fatto la rima.


 

Ho iniziato a scrivere questo post quasi una settimana fa, nel frattempo ne sono successe di cose:

– C’è una guerra orribile in corso, come sempre succede nel mondo da qualche parte. È brutale e la gente muore. Controtendenza, cerco di pensarci il meno possibile perché faccio la dieta dei cattivi pensieri e non sopporto l’angoscia di tanta immedesimazione. Compenso: ringraziando i nostri predecessori, nonni e bisnonni, che hanno vissuto le stesse cose al posto nostro, proprio qui nei luoghi dove sono/siamo adesso.

– La famiglia mi mette sotto pressione. Prossimo anno, isola.

– A momenti perdo il cane tredicenne di mia mamma nel bosco, durante una passeggiata del cuore tra i faggi, su su fino a vedere il mare. Sarebbe stata una morte onorevole per lui che è una specie di leggenda a quattro zampe, ma credo che avrei avuto dei problemi a farci la pace nel breve periodo. Ma tutto è bene quel che finisce bene.