Autosvezzamento, pensaci tu – riflessioni sull’adeguatezza

Sono tornata su Twitter, piattaforma la cui frequentazione ha per me andamento carsico e discontinuo, perché non ho mai capito del tutto come funziona e perché a volte semplicemente mi dimentico che esista.
Fattostà, sto twittando twittando bailando bailando di quando in quando e come ogni brava twittatrice, faccio uso e abuso degli hashtag.
Ieri ho fatto mio il termine #autosvezzamento e siccome sono curiosa come una scimmia (e sfido chiunque a usare un hashtag e poi non cercare altri che lo stanno usando al momento), ho trovato altre mamme che ne stavano parlando. In particolare, ho beccato mammagirovaga, che è una mamma nella rete molto simpatica e con le idee molto chiare su cosa sia l’autosvezzamento, sul perché e sul per come. E abbiamo iniziato a parlarne. E mi sono resa conto che al contrario di tante altre cose che ho scelto e fatto per l’Infanta, l’autosvezzamento non è stato oggetto di studio e letture approfondite con il medesimo piglio analitico da Pico de Paperis che ho riservato a altri argomenti. In gravidanza, quando ancora tempo per leggere c’era, lo svezzamento sembrava una lontana chimera, una cosa distante e avulsa dalla realtà, lungi da me, che dovevo capire come funzionasse tutto il resto e avevo altre priorità: pannolini, allattamento, fascia-o-passeggino?, cosleeping, babyblues, fino a arrivare a dettagli trascurabili tipo IL PARTO etc etc.
Come il “portare”, cioè tenere i figlioli in collo praticamente sempre, come il cosleeping e tutte le altre pratiche di “attachment parenting” o “alto contatto” – che comportano evidentemente un numero abnorme di neologismi con conseguente uso disinvolto dei medesimi- l’autosvezzamento mi risulta la soluzione più facile, più logica, più naturale e anche più figa e divertente per risolvere il problema “mangio cibi solidi” nei confronti dell’Infanta.
Tuttavia, continuo ogni tanto a prepararle qualche pappa, che lei puntualmente schifa (a meno che non sia composta di parmigiano, diciamo con un livello di saturazione pari al 70% circa) con mia conseguente frustrazione.
Continuo a preoccuparmi se mangia “poco” (due linguine al pesto e un po’ di insalata di polipo con patate, il gelato, la puppa… meno male che esistono gli elenchi che ci fanno subito sentire meglio), faccio confronti con gli altri bambini e la mia nonna interiore postbellica la trova magrina, anche se è vivacissima e sveglia e precoce eccetera eccetera.
E poi, ho il bimby, signori miei, e se uno ha il bimby, come può evitare di preparare almeno una pappina in vita sua? Un omogeneizzato fatto in casa? Ovvero come può uno scoglio arginare il mare di cotanta tentazione?
Insomma.
Tutto questo per dire che: no, non sono ancora emancipata dalle preoccupazioni che la società mi ha inculcato sull’argomento “morte precoce per fame e denutrizione” e per questo faccio outing. La cosa incredibile è che anche mia nonna sostiene che la bimba stia “benissimo” e sia “perfetta”. Certi condizionamenti sono duri a morire.
Si, a volte vorrei una bambina che “mangia tutta la pappa” e ne vuole ancora, invece della mia, che si allunga e si lancia nel vuoto dalle mie braccia perché vuole assaggiare la buccia di limone e l’insalata, le zucchine fritte, il gelato al melone, le pesche con lo zucchero, il coniglio in bianco, la pasta agliogoliopeperoncino, il prosciutto cotto al forno, la parmigiana di melanzane e tutte le altre meravigliose varietà di cibi che la tavola imbandita come dio comanda ha da offrire.
Quando, tra sei mesi circa, forte dei primi denti e di una coordinazione motoria degna di una trapezista, l’Infanta mangerà bistecche e patatine fritte apostrofandomi con espressioni da vera cowgirl, magari avrò tempo di leggere libri sull’autosvezzamento e scoprire che effettivamente avevo fatto tutto giusto.


PS: Il Babbofamilias sta bene. È stato solo un grande spavento, ha deciso che molla l’agonismo delle mazzate, sollevandomi alquanto da un monte di preoccupazioni.
La faccenda “casa” sta andando in porto.
Sul fronte lavorativo (mio) tutto tace. Ogni tanto penso a nuove tecniche di falsificazione del curriculum ma poi mi torna il senno. Quando avremo traslocato e l’Infanta avrà una maggiore autonomia senza di me, ne riparleremo. Sarà “naturale e fisiologico cercare e trovare lavoro”, come mi ha scritto un’amica con cui mi sono sfogata a mezzo messaggio in un momento di sconforto cosmico.
PPS: Il post sulle riflessioni postfemministe (con derive incazzuse sulle ggiovani che non si ricordano perché il femminismo e la compagnia cantante della lotta per i diritti sono importanti) è in lavorazione.

Storie di porridge

La Gaia ha avuto qualche piccolo intoppo intestinale. Vivere con una bambina di tre mesi che non si sblocca è una specie di incubo.
I microclismi, un fallimento. Per cui, dietro consiglio dell’anziano e saggio zio pediatra, visto che la topola è allattata al seno, ho proceduto come se fossi io quella tappata e sto facendo delle cure da cavallo di pappa d’avena e bevendo (ancora) più acqua.
Compro quella bio, perché quella del vecchio quacchero dell’esselunga è una specie di coacervo di pesticidi e costa uguale.

Ne butto 40g nel bimby, aggiungo 120 di latte (sempre fatto nel bimby, sempre vegetale) e 90 di acqua. A volte, un cucchiaio di marmellata o una mela spezzettata (buccia e tutto). 7-8 minuti a 100°, con le lame che vanno al contrario altrimenti diventa ancora di più un miscuglio orrido e a velocità 2.
Tutti i giorni. Risultato assicurato.
Pare che sia merito delle fibre solubili.
Mai più senza!

Se potessi, lo faresti e io lo so.

Arrivo un po’ in ritardo, come è per me consuetudine. Ci sono state di mezzo un po’ di cose e anche il primo post di un nuovo blog ha dovuto aspettare. La mia vita ultimamente è fatta così, di attese e lunghe lavorazioni. Vado un po’ a ruota libera e sicuramente fuori tema, ma è da un po’ che voglio dire queste cose a voce alta.

Su Facebook seguo un blog femminista, “un altro genere di comunicazione”.
È un luogo di confronto interessante e che propone uno sguardo critico su molteplici argomenti che riguardano, come dice il titolo, il genere e la comunicazione.
Questo giro viene presa in considerazione la recente campagna a favore dell’allattamento che è uscita un po’ ovunque sul web: http://projectbreastfeeding.com/

L’autrice, Enrica, dice: carina l’iniziativa, ma il maschio oppressore è sempre in agguato. E lo stesso, a grandi linee, dicono i commenti.
Il post è questo.
Leggendo l’articolo, sembra proprio che l’autrice non abbia mai allattato, non abbia figli, non abbia mai avuto un/una partner amorevole e disposto/a all’ascolto. Non dico che chi non fa un’esperienza non possa parlare della stessa esperienza altrui. L’empatia e la capacità di immedesimarci esistono per una ragione. Ma mi succede spesso, quando leggo gli interventi di queste autrici, seppur interessanti, di avere questa sensazione di compartimenti stagni, di maschi contro femmine, di esclusione e ghetto, di avere voglia di dare un giudizio tranchant per il gusto di farlo e perché cogliere le sfumature è sempre più complicato.

Partendo dal presupposto che nessuno può prendersi la libertà di decidere sul corpo di qualcun altro, mai e in nessun caso e a maggior ragione quando si tratta di un corpo di donna e si sta parlando di maternità, è pur vero che viviamo in società, gli uni vicini agli altri e che i consigli non richiesti, specialmente sui temi più delicati, sono all’ordine del giorno. Tra tutta questa gente che fa prendere aria alla bocca dicendo “dovresti fare così” “dovresti fare cosà”, ritengo che il mio compagno, sia uno dei pochi a cui posso permettere di avere un’opinione e pronunciarsi sul mio corpo, su quello che succede dentro e fuori questa casa che abito almeno temporaneamente – del resto siamo solo in affitto, come scrive la Szymborska. Questo pronunciarsi, avere voce in capitolo, possibilità di discutere e parlare non è gratis. Si paga con il rispetto e l’ascolto, con l’amore. Del resto, a conti fatti, al di là delle visite mediche sporadiche o di situazioni particolari (come il parto tanto per citarne una), è l’unico che ha il mio permesso di accedere, di toccare, di guardare, che condivide la quotidianità e l’intimità. E per me vale lo stesso nei suoi confronti. La nostra è una comunicazione organica, talvolta non verbale, profonda, che comporta osservazione e sensibilità reciproca. Non sto idealizzando la mia relazione: ma posso dire con ragionevole certezza che mi impegno parecchio a tenere aperti i canali di comunicazione. Sono fortunata? Benedetta? Non so. Di fatto nel quotidiano questo di traduce nel fatto mi sbatto parecchio, mi metto in discussione e sollevo questioni tutti i santi giorni, esponendomi al confronto e al conflitto a viso aperto e mettendo sul piatto i miei disagi, a volte a discapito di una supposta (ihihihi) serenità familiare.

Tornando a noi, io allatto e il mio compagno mi ha detto proprio queste parole, pari pari: Se potessi, lo farei. Non ho sentito nessun paternalismo nelle sue parole, nessuna imposizione, ma un semplice e accorato desiderio di cura per la sua bambina e anche una punta d’invidia perché io posso e lui no, oltre alla voglia di sollevarmi dal fatto che a volte fatico. Su “Un altro genere di comunicazione” si parla moltissimo di maternità, spesso scagliandosi contro quella che viene spesso definita “la retorica della naturalità della maternità”, o della “mistica” della maternità. Dopo averla provata sulla mia pelle, dopo anni di pratiche di introspezione, terapie e meditazione di vario genere, posso sinceramente affermare che la maternità È una delle esperienze più profonde e mistiche che ho mai fatto nella mia vita. Mi si potrà rispondere che è questione di vissuto, di inclinazione personale, di aspettativa ovvero di profezia che si auto avvera. Eppure… È stato così. La mia esperienza va a alimentare la retorica di una maternità mistica e naturalizzata? Ovvero una maternità in cui il rispetto per se stesse, l’ascolto profondo di sé e dell’infante e il coraggio di fare esattamente quello che sentiamo siano la priorità? Ne sarei molto felice.
Direi che c’è bisogno di una buona dose di re-invenzione della genitorialità in questo senso. Certo, non vivo nel mondo delle favole e mi sono guadagnata le mie posizioni: ho letto una dozzina di libri, innumerevoli articoli, ho parlato, discusso, litigato, mi sono consultata con specialisti del parto e dell’allattamento, altre mamme, mia madre, mia nonna, il mio partner, terapisti vari, ho fatto una primal, ho guardato documentari e trascorso ore e ore a meditare e riflettere su cosa fosse giusto per me e rispettoso nei confronti della mia bambina, cercando di imparare dagli errori altrui e di fare la pace con il mio vissuto, con il fatto che non sarò una madre perfetta, sarò una madre “sufficientemente buona”, anche se la maternità è una delle poche cose in cui avrei davvero piacere di eccellere in vita mia. Insomma mi sono tolta la pelle, ma come spesso succede, dopo tale processo adesso sto meglio.

Come madri, come donne, siamo costantemente sotto i riflettori del giudizio altrui, estranei o meno, che spesso (ma non spessissimo, almeno nella mia esperienza: sarà che mostro troppo i canini?) si permettono di commentare e dare consigli. Evitando la trita distinzione tra maschi e femmine, mi viene difficile non ascoltare la persona a me più prossima in questa avventura, il padre, il partner.
Apriamo a una maternità e una paternità che possano dialogare e confrontarsi profondamente, per me è questo è il senso della campagna, che forse non è stato colto del tutto.
Se ci sforzeremo di farlo, i risultati parlano e parleranno da soli.