5punti per fare si che Couchsurfing sia un piacere


Piccolo post dedicato alla teoria e alla pratica dell’ospitalità gratuita, o se vogliamo, di uno degli aspetti a mio parere salienti della sharing economy di cui tanti parlano ma di cui pochi sembrano fare esperienza reale e diretta.
Couchsurfing (e i suoi omologhi, in particolare il nostro amatissimo e ciclistico warmshowers) sono community che esistono da ben prima che facebook irrompesse nelle nostre vite tipo locomotiva a vapore e rappresentano a mio modesto parere delle gemme preziose che internet a prodotto. Certo, a volte si trovano gli stronzi che ne abusano, ma selavì e non ci possiamo fare molto, purtroppo, se non continuare a spandere viBBrazioni positive come veri jedi al servizio del lato chiaro della forza.
In quasi 4 anni di couchsurfing, per lo più come ospitante, questi sono i suggerimenti che mi sento di dare all’universo.

1 – Sperimentate (ma seguendo l’istinto): ci sono cose che, grazie a couchsurfing, ho scoperto che mi danno noia. Se non ne avessi sperimentato il fastidio, il disagio, non sarei qui a raccontarlo.
Quindi fare l’esperienza è la chiave per testare i nostri limiti, i nostri confini, ma se un profilo o una richiesta non ci convince, sentirsi liberi di dire no perché quella vocina vicino all’orecchio o nella pancia ce lo suggerisce è molto, molto, molto sano.

2 – Less is more (l’ospite è come il pesce): due, tre giorni di permanenza sono il massimo assoluto che mi sento di concedere a un perfetto sconosciuto. Quattro notti sono in assoluto il tempo più lungo in cui ho avuto persone in giro per casa. Questo mi permette di godermi l’esperienza senza stravolgere i ritmi della famiglia, mantenendo gli spazi e le distanze quanto basta. Inoltre, non accetto quasi mai più di un ospite al mese. Avere ospiti significa fare qualche lavatrice in più e anche un sacco di piatti da lavare. L’esperienza deve essere sostenibile e piacevole, non un lavoro! (altrimenti mettevo un annuncio su Airbnb – e quasi quasi… se col lavoro non si smuove nulla ma proprio nulla…)

3 – La chiarezza è tutto: per esempio, abito lontano dalle stazioni e non posso essere un taxi per i miei ospiti. Lo dico forte e chiaro sul mio profilo, lo ribadisco nei messaggi che ci scambiamo per la logistica. La mia casa non è un ostello con uso cucina e anche questo è specificato chiaro e tondo.

4 – meglio in coppia! : tendo a preferire le coppie, soprattutto se non sono proprio giovanissimi, perché sono più indipendenti, più rispettosi, hanno storie migliori da raccontare. Non mi precludo i viaggiatori solitari, ma mi do’ il diritto di scegliere e avere delle preferenze.

5 – il feedback non è un’opzione: è l’unico strumento efficace (con le verifiche d’identità a pagamento che fornisce il sito… Io detto tra noi mi ci faccio il bidet, perché chiunque può pagare. Meglio un profilo denso di recensioni positive che non un profilo “premium”, ma vago e senza recensioni.

E dopo queste perle di saggezza, vado a dormire. Abbiamo messo un annuncio su Workaway, per ricevere aiuto con il giardino in cambio di ospitalità, e sta avendo molto successo. Vi tengo aggiornati. Questo we, amici francesi in visita, pizza e, speriamo, qualcuno che guardi l’Infanta mentre io “chiudo gli occhi un istante” (i.e.: collasso per tre ora in un sonno simile alla morte.)

5punti meno uno – Pink Kit: uno strumento per partorire bene, anzi partorire meglio.

La doverosa premessa a questo post è che sono una grande sostenitrice del parto naturale e per quanto possibile privo di interventi esterni. Sono convinta che il parto medicalizzato non sia una cosa auspicabile e mi auguro un futuro in cui potremo partorire tra le mura domestiche senza sentirci in colpa perché il pensiero collettivo ritiene che sia una cosa pericolosa e da cavernicoli, in cui lo stato (risparmiando decine di migliaia di euro di nostre tasse) rimborsi le spese di travaglio e parto assistiti a domicilio e in cui il numero di parti andati bene, pacifici, selvaggi, magici e naturali superi quello dei parti traumatici, conditi da sedativi, interventi chirurgici e paura.


Il mio parto è stato bello.
Magari un giorno lo racconterò nei dettagli, ma vi basti sapere che nonostante il grande compromesso dell’aver dovuto partorire in ospedale anziché a casa come avrei voluto, perché purtroppo non potevo pagarmi l’assistenza ostetrica a casa, tutto è andato come speravo e volevo.
Considero il fatto che il mio parto sia andato bene uno dei miei successi personali più importanti. Purtroppo non sempre gli ospedali sono luoghi accoglienti per chi deve mettere al mondo un figlio e ci sono stati momenti in cui ho dovuto dire chiaro e tondo di cosa avevo bisogno e che cosa non volevo, per evitare di essere trascinata dalla corrente degli eventi in una direzione che non fosse quella da me desiderata, ovvero essere lasciata il più possibile indisturbata a fare la mia bambina.
Così è stato.
Ma voglio arrivare al punto. Uno degli aiuti più grossi che ho avuto mi è stato dato dallo studio del Pink Kit.
Sconosciuto in Italia, il Pink Kit è in sostanza un corso pre parto “a distanza”: è composto una raccolta di fascicoli, che si possono acquistare e scaricare in formato PDF dal sito, corredato da alcuni video e file audio. Per il momento è reperibile solo in inglese. Quando ho mostrato il sito a un’ostetrica che conosco, l’impressione che ebbe è che si trattasse di “una trovata commerciale” e mi consigliò di non spenderci i miei soldi. Per fortuna non le ho dato ascolto.
Cinque punti: perché secondo me il Pink Kit è una risorsa bella, valida e vale la pena acquistarlo.

1) Non importa che tu partorisca da sola in mezzo alle fresche frasche o che tu abbia un cesareo d’urgenza, che tu partorisca cantando mantra tibetani circondata da candele e incensi puzzoni oppure che tu chieda l’epidurale o una botta in testa a mo’ di sedativo totale, le tecniche di respirazione e di gestione del proprio corpo che si imparano con il Pink Kit valgono per ogni stagione e ogni genere di esperienza. Io le uso anche nella mia vita quotidiana ormai.

2) Il Pink Kit insegna a conoscere il proprio corpo in profondità grazie a una tecnica di auto-mappatura del bacino e del tratto finale della spina dorsale. Funziona. Conoscendo il mondo in cui sono fatta, sono riuscita a “parlare” meglio alla mia struttura per facilitare il passaggio dell’Infanta. Questo argomento era stato affrontato molto blandamente durante il mio corso.

3) Tecniche di comunicazione. Un buon 40% dell’opera è dedicata a chi assiste. Gli argomenti affrontati sono moltissimi ma per me e il babbofamilias la cosa più preziosa è stata esercitarci in tecniche di comunicazione non verbale. Durante il travaglio per me era molto difficile verbalizzare, ma avendo sviluppato un vero e proprio codice nelle settimane precedenti, non ne ho avuto bisogno e lui sapeva esattamente cosa fare. Durante il corso c’è stato un gran parlare di starsi vicini, dare supporto, comunicare, ma nessuno mi aveva detto che dell’eventualità di non riuscire/volere parlare in quel momento.

4) Ci sono cose che succedono durante il parto, che non sono state affrontate durante il mio corso pre-parto, ma che sono spiegate molto bene all’interno del Pink Kit, grazie al quale sono arrivata preparata e non sono andata nel panico. Mi riferisco soprattutto e in particolare alla gestione della fase espulsiva. Ring of fire. Nessuno mi aveva preparato a questo. Ma il Pink Kit l’ha fatto.

Il quinto punto non c’è, o meglio, si compone di varie ed eventuali:

5) Purtroppo non è (ancora) tradotto in italiano, per cui va bene solo per chi ha una conoscenza dell’inglese più che buona e per chi non si fa intimidire dalla grafica fine ‘900 inizi ’00, che fa tanto raccolta delle figurine delle edizioni paoline. Io lo consiglio e mi riprometto di donare prima della fine della loro campagna di crowdfunding, che scade tra qualche giorno.

A presto un post di normali cronache di vita, in cui si narrerà dell’inizio del trasloco, argomento altamente totalizzante al momento.

Come sopravvivere con due cani, due gatti e una bambina piccola in un appartamento: 5punti…

… prima che scatti l’allerta sanitaria.
Cavalco e anticipo l’onda che mi sta per travolgere ovvero il trasloco più o meno imminente, o meglio le sue conseguenze: un mio rinnovato interesse per l’economia domestica, che si esprime in ripetute narrazioni su come tento di tenere la casa libera dal caos completo.

Continua a leggere