Storie di: a perfect weekend

Metti amici che non si vedono da mesi, a volte anni, che abitano di qua e di là dalle Alpi e ai quattro angoli della Nazione (totale: otto persone, più Infanta, più Kubetto in panza), tutti con questa Siena che fu tipo denominatore comune, metti camminare per Milano come se fossimo una grande famiglia in cui non si capisce chi sta con chi, una carovana fatta di donne incinte, passeggini agili ma fino a un certo punto, bambine che vogliono attraversare la strada affollata di tram anche se hanno 18 mesi ancora da compiere, bambine che fanno subito amicizia con le amiche storiche della mamma, metti una grigliata col temporale (perché la Svezia ci ha cambiato molto più profondamente di quanto potremmo mai ammettere, ma almeno noi si mangia in casa, ma con la luce accesa perché il tempo è proprio da lupi), metti una Coccipalla e l’Infanta che probabilmente penserà che alla fine un Natale a Giugno non è così male, metti una stanza degli ospiti, metti riuscire comunque a sistemare la credenza, cambiare posto alle piante in cucina, fare le lavatrici, dormire come un sasso (perché prendere la metro ti rende stremata). Metti insieme tutte queste cose, avrai il weekend perfetto.

5punti per fare si che Couchsurfing sia un piacere


Piccolo post dedicato alla teoria e alla pratica dell’ospitalità gratuita, o se vogliamo, di uno degli aspetti a mio parere salienti della sharing economy di cui tanti parlano ma di cui pochi sembrano fare esperienza reale e diretta.
Couchsurfing (e i suoi omologhi, in particolare il nostro amatissimo e ciclistico warmshowers) sono community che esistono da ben prima che facebook irrompesse nelle nostre vite tipo locomotiva a vapore e rappresentano a mio modesto parere delle gemme preziose che internet a prodotto. Certo, a volte si trovano gli stronzi che ne abusano, ma selavì e non ci possiamo fare molto, purtroppo, se non continuare a spandere viBBrazioni positive come veri jedi al servizio del lato chiaro della forza.
In quasi 4 anni di couchsurfing, per lo più come ospitante, questi sono i suggerimenti che mi sento di dare all’universo.

1 – Sperimentate (ma seguendo l’istinto): ci sono cose che, grazie a couchsurfing, ho scoperto che mi danno noia. Se non ne avessi sperimentato il fastidio, il disagio, non sarei qui a raccontarlo.
Quindi fare l’esperienza è la chiave per testare i nostri limiti, i nostri confini, ma se un profilo o una richiesta non ci convince, sentirsi liberi di dire no perché quella vocina vicino all’orecchio o nella pancia ce lo suggerisce è molto, molto, molto sano.

2 – Less is more (l’ospite è come il pesce): due, tre giorni di permanenza sono il massimo assoluto che mi sento di concedere a un perfetto sconosciuto. Quattro notti sono in assoluto il tempo più lungo in cui ho avuto persone in giro per casa. Questo mi permette di godermi l’esperienza senza stravolgere i ritmi della famiglia, mantenendo gli spazi e le distanze quanto basta. Inoltre, non accetto quasi mai più di un ospite al mese. Avere ospiti significa fare qualche lavatrice in più e anche un sacco di piatti da lavare. L’esperienza deve essere sostenibile e piacevole, non un lavoro! (altrimenti mettevo un annuncio su Airbnb – e quasi quasi… se col lavoro non si smuove nulla ma proprio nulla…)

3 – La chiarezza è tutto: per esempio, abito lontano dalle stazioni e non posso essere un taxi per i miei ospiti. Lo dico forte e chiaro sul mio profilo, lo ribadisco nei messaggi che ci scambiamo per la logistica. La mia casa non è un ostello con uso cucina e anche questo è specificato chiaro e tondo.

4 – meglio in coppia! : tendo a preferire le coppie, soprattutto se non sono proprio giovanissimi, perché sono più indipendenti, più rispettosi, hanno storie migliori da raccontare. Non mi precludo i viaggiatori solitari, ma mi do’ il diritto di scegliere e avere delle preferenze.

5 – il feedback non è un’opzione: è l’unico strumento efficace (con le verifiche d’identità a pagamento che fornisce il sito… Io detto tra noi mi ci faccio il bidet, perché chiunque può pagare. Meglio un profilo denso di recensioni positive che non un profilo “premium”, ma vago e senza recensioni.

E dopo queste perle di saggezza, vado a dormire. Abbiamo messo un annuncio su Workaway, per ricevere aiuto con il giardino in cambio di ospitalità, e sta avendo molto successo. Vi tengo aggiornati. Questo we, amici francesi in visita, pizza e, speriamo, qualcuno che guardi l’Infanta mentre io “chiudo gli occhi un istante” (i.e.: collasso per tre ora in un sonno simile alla morte.)

Storie di quello che è successo negli ultimi giorni

Couchsurfing è una di quelle cose che ti fanno pensare che per l’umanità esista speranza.
Poi, le coincidenze come al solito si sprecano.
Sabato scorso, primo cinema dopo 18 mesi tondi, siamo andati a vedere Mad Max e io dico che se in un film fatto al 99% di adrenalina ti passa il messaggio che la speranza del futuro sono le madri e le donne, forse qualcosa sta cambiando, ma comunque non vorrei divagare, fattostà che è un film australiano e i nostri ospiti sono stati australiani.
Vedere una coppia di mezza età che gira l’Europa in bicicletta, dorme sul pavimento del mio soggiorno e mi regala un vasetto di Vegemite (che sapevo perfettamente come utilizzare, perché guardo Jimmy Fallon, e anche perché durante la gravidanza mi nutrivo quasi esclusivamente di Marmite, burro e pane. Ma il Vegemite, ho scoperto, mi piace di più: questione di consistenza. Ma sto divagando.)… Dicevo, gente oltre i 50, che dorme sul pavimento, che gira in bici, che usa couchsurfing, che ha i figli già grandi e quindi viaggia per il mondo, che come sport della domenica, rema su barche di legno tipo peschereccio dell’800 cavalcando le onde notoriamente miti dell’oceano australiano, un po’ come facciamo noi quando c’è il mare grosso con i pattini, in Versilia (e non sto scherzando).
Che segue il giro d’Italia come metodo per scoprire gli angoli più nascosti del nostro paese, e hanno fatto lo stesso con il Tour de France – tanto per dire – che pedala tutti i giorni un’ora e mezza a andare e un’ora e mezza a tornare.
Insomma, ispirazioni enormi per un futuro luminoso, in cui c’è speranza di continuare a fare quello che ci piace, perché non sarà troppo tardi.

Approfittando del ponte, invece, abbiamo sistemato l’orto (fagiolini, pomodori, zucchine, insalata – speriamo che le lumache non decidano di banchettare…), anche se in ritardo – better late than never, conquistiamo terreno poco alla volta, sistemando, riordinando, prendendoci cura di un posto che per ora sembra sia sempre stato amato per procura, come quei fidanzati che ti dicono “Ti amo tantissimo”, ma poi oltre a portarti a cena fuori e fare gli splendidi un paio di volte, ti trattano proprio di merda. Ma noi sappiamo che l’amore si fa tutti i giorni, poco alla volta, e questo nulla toglie ai giorni in cui ci si ama totalmente e completamente e tutto insieme: essere in coppia, essere una famiglia, è veramente come coltivare un terreno e prendersene cura, progettare un giardino. Pianti cose di cui vedrai i frutti, altre resteranno per chi viene e non saprai mai che fine faranno, ma va bene così. Tagli l’erba tutte le settimane, stabilisci le tue priorità, lotti su un fronte e lasci perdere su un altro.
Insomma, l’esterno prende sempre più forma e la natura insospettabilmente lussureggiante di questa Pianura Padana viene tenuta a bada, anche se ha ancora larghissimi spazi di autonomia.

Per il resto, tutto bene, anche se l’ansia da sopravvivenza (non arriveremo alla fine del prossimo mese, devo trovare un lavoro per quando C to Work si sarà esaurito, devo guadagnare: ansia ansia ansia ansia) a volte mi prende così forte che non so come gestirmi se non svegliarmi alla 5.30 del mattino e scrivere qualcosa, tanto per mettere in fila i pensieri e i fatti, tenerli a bada, farli uscire, così restano miei, ma un po’ se ne vanno anche per la loro strada.

The Dark Side of the Moon

Sono sveglia da più di 13 ore di fila.
Non mi sono fermata un attimo, sono le sette di sera.
Ho appena visto un’application per un lavoro che mi interessa moltissimo e vorrei mettermi a prepararla immediatamente. L’Infanta mi vuole, terribilmente mi vuole e mi desidera con ogni fibra del suo essere: è stata una giornata lunga anche per lei, siamo state divise tanto tempo tra nido, lavoro, giochi.
Mi sento una persona e una  madre orrenda, perché invece io vorrei solo starmene da sola, a pensare al modo migliore di elaborare la mia application, magari sorseggiando un tè, mentre la cena si prepara, oppure si potrebbe anche saltare, la cena, per stasera.
Ieri sera sono stata qui, a fare un laboratorio di arte e teatro proprio su questo malessere.
Sugli aspetti bui e nascosti della maternità, sulle lacrime che nessuno (nemmeno noi stesse) vogliamo vedere, su come a volte usiamo i figli per proteggerci dal mondo e questo ci fa vergognare, perché al giorno d’oggi essere solo mamma non si può, essere stanca per qualche mese non si può, essere stufa ogni tanto non si può, avere incubi spaventosi in cui figli ci divorano vive, ci fanno a pezzi, non si può. Di come è difficile trovarci in un mare in tempesta e tenere la barra dritta o almeno provarci, di come rivorremmo il lettone tutto per noi, di come i figli ci asciugano le tette e l’anima, di quella Medea che si annida nelle pieghe più nascoste e oscure e inenarrabili di ognuna di noi.
Chiamare a raccolta le nostre antenate, raccontarci nelle parole delle altre, mangiare la torta, sono tutte cose che mi hanno fatto innamorare di questo laboratorio.
Ma raccontarvi nel dettaglio il lavoro che si fa a MAdRi non avrebbe senso perché questo genere di narrazione va vissuta, e poi c’è la pagina facebook in cui si vede tutto (anche la sottoscritta, che è scarsamente fotogenica e spettinata come in poche occasioni è stata).
È un ciclo di quattro incontri, in cui si raccontano gli aspetti più importanti, o forse è meglio dire, quelli che sono meno alla luce della ribalta e meritano uno scavo interiore, dell’essere madri: il parto, i lati in ombra, l’aborto, i modelli di maternità
Vorrei aver partecipato dal primo incontro e non dal secondo. La mia anima ne è uscita lucidata, rinfrescata, riposata, riappacificata con se stessa e il suo vissuto di figlia, di mamma, di donna.
Se siete a Milano, fatemi un favore, scrivete alle organizzatrici e precipitatevi.

Storie di: mattinate in bici

We have a dream: andare a giro in bici, di più, meglio, più a lungo, ma soprattutto in vacanza.
Per realizzare questo sogno impossibile (?), ci siamo procurati un carrello/passeggino/jogger in cui l’Infanta sta come un papa. Una di quelle magie di ebay, robe che nuove manco col binocolo, ma poi trovi quello che ha fretta di vendere, e svende a un quinto del prezzo. L’unica cosa che mancava al nostro Chariot, arrivato con il kit per andare a correre, era il kit per la bici, che abbiamo comprato a parte. Oggi, poco sole ma niente pioggia, ci è parla la giornata perfetta per provarlo, e anche per esplorare un po’ i dintorni. Sono sei mesi che ci siamo trasferiti, ma l’inverno è stato lungo e le passeggiate permettono di avere un raggio di azione un po’ limitato.
L’Infanta ha reagito molto bene: ci sono stati i primi momenti di assestamento, ma poi si è fatta un sonoro pisolo, dopo il quale ha ripreso conoscenza e si guardava in giro, tranquilla e serena, sgranocchiando i biscotti che le avevo portato per merenda.
Esperimento perfettamente riuscito.
Noi abbiamo scoperto che esiste una costellazione di cascine e piccoli agglomerati più o meno abitati, viali alberati, vecchie pompe dell’acqua, canali, orti clandestini che vanno la pena di essere visti. La campagna a sud di Milano non è di certo la più bella del mondo, ma ha un fascino un po’ triste, ordinato, composto, quasi rassegnata – penso agli eserciti di contadini che contro le zanzare e contro la fame hanno dissodato e coltivato queste zolle per secoli e secoli -, ma poi ti regala momenti in cui ti sorprende con la limpidezza e i colori.
Siamo partiti verso le 11, alle 12.30 siamo rientrati e abbiamo cucinato una colossale pasta al pomodoro: non sarà stata l’eroica, ma ci siamo dovuti gratificare.
La prossima volta allargheremo il giro: voglio arrivare al ponte sul Lambro e passare da una cascina che è anche un agriturismo, in attesa di una vera avventura, magari di un weekend.
Chissà se l’Infanta apprezzerà il campeggio e tragitti più lunghi…

Storie di una Daruma Doll

Sono successe tante cose.
Ho compiuto 29 anni, l’Infanta ha un molare che ci è costato lacrime sangue febbre e una sleep regression da panico, ormai corre in giro, ho festeggiato il mio secondo anno da mamma ma sottovoce come piace a me, in Grey’s Anatomy è successo di tutto e di più, ho lasciato il lavoro per l’Azienda, che poi era un lavoro per modo di dire ma vabbè, perché mi voglio concentrare su C to Work, che si sta rivelando una fatica e uno sforzo, ma uno di quelli che fai volentieri, come quando si va in montagna o a correre e hai quel momento che spezzi il fiato, il cuore batte forte, sudi da morire e dici oddio non ce la faccio, adesso torno indietro, ma chi me l’ha fatto fare? Ma poi le cose tornano al loro posto, la vista si schiarisce e ricominci a respirare, e puoi goderti la passeggiata fino alla fine perché il peggio è passato.

Comunque, una delle cose più belle che sono successe è che lo scorso weekend abbiamo avuto un ospite tramite il sito warmshowers, che è una specie di couchsurfing ma solo per chi viaggia in bicicletta.

Abbiamo ospitato Yuta, un ragazzo giapponese che ha finito l’università e a 21 anni sta attraversando l’Europa in bici, solo con la sua macchina fotografica, appoggiandosi alle persone a cui chiede ospitalità.
Ha un blog in cui racconta le sue avventure, soprattutto con le immagini, e il suo “logo” è una bambola Daruma, o Dharma.
Non sapendo cosa fosse, mentre lo accompagnavo in macchina alla stazione (gli ho proibito di andare a visitare Expo con la sua costosissima e bellissima bici da cicloturista superattrezzato), mi ha raccontato.
Le bambole Daruma servono a esprimere un desiderio.
Quando è nuova, la bambola ha tutti e due gli occhi bianchi. Esprimi il tuo desiderio, e colori di nero uno dei due occhi. Poi aspetti. Quando il tuo desiderio si è avverato, puoi colorare di nero anche l’altro occhio.
Io non ho una bambola Daruma ma credo di averne bisogno: i desideri in questo periodo si moltiplicano, e il bisogno di dargli una direzione, di trovare loro un nume tutelare a cui affidarli affinché finalmente si compiano e si liberino.
E io con loro.

25 Aprile 2015: l’impegno ai tempi della maternità


Allora, doverosa premessa, o captatio benevolentiae, fate vobis. Trovare le parole per dire quello che sto dicendo è una cosa complicata, complicata assai.
Di base, mi sento in colpa per non dire, fare, baciare ma soprattutto leggere abbastanza.
La prendo alla larga e vediamo se mi riesce.
La scorsa settimana sono stata a un seminario nella mia ex università, una specie di lezione su come trovare lavoro, una di quelle cose che gli atenei organizzano perché è ovvio che se i laureati che escono dalle loro tenere cure trovano lavoro il prestigio dell’istituzione aumenta e più gente si iscrive e magari pure frequenta, in un meraviglioso circolo virtuoso in cui tutto funziona e tutto va avanti tranquillamente (qui ci sta tranquillamente una risata isterica e macabra tipo Frank-n-Furter).
Questa lectio è stata tenuta, tra gli altri, da un mio professore che quando diedi il suo esame mi era piaciuto molto e ha determinato circa l’80% dello sbattimento organizzativo per liberare una mattinata e andare a sentire cosa avevano da dire.
È stato interessante, non c’è dubbio. Un sacco di utili informazioni su cosa fare e non fare, su come porsi, etc etc.
La platea: tutti (direi) under 30 come me.
Ho il cocente sospetto, tuttavia, di essere stata l’unica mamma, o comunque l’unico genitore presente.
Mi ha colpito un sacco è stato il seguente consiglio dato dai due relatori: “Comprate il giornale. Un giornale vero, serio, una Stampa, un Corriere, una Repubblica, e leggetelo tutto, da cima a fondo. Tutti i giorni. Non c’è niente come la lettura di una testata nazionale per foraggiare l’approfondimento, la riflessione, per essere aggiornati, per fare della conversazione efficace e di effetto, per essere e non apparire, per questo e quello. I giornali online non fanno testo.”.
Ora. Dentro di me si sono animate due mini-me.
Una con montatura di occhiali spessa e l’Unità del 1975 sotto braccio, ingiallitura quarantennale inclusa, che annuiva convinta della bontà del consiglio e suggeriva di lanciarsi immediatamente in edicola, piazzare un deca in mano all’edicolante e accaparrarsi un chilo-chilo e mezzo di carta stampata, per sicurezza, sia mai che si resti senza, anche le testate giornalistiche che non ci rappresentano politicamente per avere un quadro completo della situazione del paese, contraddittorio compreso, in modo da essere pronte a tutto.
L’altra semplicemente osservava mentalmente la scena di un’infanta che strappa felice un giornale qualunque, ma diciamo per par condicio Il Giornale di Sallusti, facendone coriandoli utilissimi alla decorazione della casa e alla distruzione delle ivi scritte.
Beata innocenza, sa sempre cosa è meglio fare.
Comunque, l’altro giorno sono andata prima all’Ikea e poi all’Esselunga con l’Infanta suddetta.
Non ero in preda a una crisi di delirio di onnipotenza, ma avevo solo bisogno di recuperare le viti che mancavano per montare i cassetti – Ikea sei buona e cara ma te prego migliora l’angolo delle occasioni, che io vista perenne crisi economica frequento più di tutto il resto del negozio messo insieme – e fare la spesa (non sono ancora al punto in cui mi va di nutrirmi delle lumache del giardino e delle erbe che trovo nei campi).
All’Esselunga, – perché chi mai ha tempo di fare una sosta apposita per l’edicola?- Ho comprato un giornale (il Corriere, tanto per sentirmi adulta e milanese), con le migliori intenzioni – ovvero, di leggerlo da cima a fondo. Inutile dire come le mie aspettative siano state disattese e il quotidiano, prima dimenticato su una mensola bassa, poi afferrato dalla piccola ormai passata da quadrupede a bipede e fatto a stricioline.
Giornale buttato senza nemmeno essere stato aperto.
Ma cosa è successo nel frattempo? C’è stata quella incolmabile tragedia, l’ultima di una serie e notevole più di quelle che si susseguono ormai quasi quotidianamente solo in quanto enorme, che mi ha ammutolito.
Non sono riuscita a dire o fare nulla, se non iniziare questo post, se non altro per mettermi le idee tutte in fila.
Mi sono chiesta che cosa posso fare in quanto mamma di un essere che ancora non comprende le brutture del mondo e se le vede scritte su un giornale le fa a pezzi, ridendo per il suono che fa la carta mentre si strappa.
Poi, oggi è il 25 aprile e come quasi tutti gli anni in questo periodo recupero la lettura di Pane Nero di Miriam Mafai, che parla della vita quotidiana delle donne nella seconda guerra mondiale e se non lo avete letto procuratevelo anche in fotocopie e leggetelo da cima a fondo perché, almeno per me, che avevo sedici anni quando la nonnafamilias me lo ha messo in mano dicendomi “Ecco, questo me lo ha regalato mia nonna. Già sai, quindi leggilo che è importante” ed è stato un seme che ha fatto germogliare una visione diversa delle cose.
Cosa fanno le mamme quando si devono impegnare, informare, quando devono resistere a una giornata piena o a una parola cattiva o a una guerra o a una strage?
Mi proietto nel futuro a quando l’Infanta potrà capire e le racconterò: avevi quasi un anno e mezzo, c’è stata una strage di migranti nel Mediterraneo senza precedenti, persone come me, te e il babbo e anche come i nonni, nel frattempo erano anche passati 70 anni dal 25 aprile 1945, la storia della nostra famiglia è questa e quella, tu che ne pensi, come ti senti?
Le mamme quasi sempre non hanno tempo per leggere i giornali, nemmeno per comprarli a dirla tutta, tuttalpiù ascoltano la radio nei ritagli di tempo, lavando i piatti e andando i macchina, leggono i libri di notte ma, mi auguro, pensano forte.
Io lo faccio, penso fortissimo, perché domani sarò io a raccontare quello che è successo a un paio di occhi curiosi che non solo vogliono, ma devono assolutamente capire cosa è successo, non per capriccio o per vezzo, per sapere una storia in più, per erudizione, ma perché in una storia detta come si deve, in un libro passato al momento giusto c’è un mondo che ti si apre dentro, e poi non sei più la stessa.
Per cui magari non riuscirò mai più a leggere un giornale al giorno tutti i giorni, ma mi impegno, caro prof, a pensare moltissimo e profondamente, con tutto lo spirito critico di cui sono capace, a quello che mi succede e farlo in ogni momento disponibile.
Chissà se fa curriculum.
Buona liberazione.

10 tizie per caso (?) : storia dell’inizio di un nuovo inizio

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Quando entri in questo luogo, sembra di fare un salto nello spazio-tempo e ti proietti in un futuro in cui i sogni sono realtà, in un posto che se fossimo nel mondo di Harry Potter a dare un esame prenderebbe “Oltre Ogni Aspettativa”.
Una riserva di unicorni, un rifugio per sirene, ma anche una nave pirata, con un equipaggio fatto solo di piratesse, ovviamente.
La materfamilias, da lunedì, ha iniziato a andare lì tutti i giorni, per lavorare a un progetto che diventerà una cosa concreta e si spera anche utile, in cui potrà mettere a frutto gli anni di studio e le esperienze di una vita corta ma intensa.
La materfamilias si sente piccina picciò, sia per età anagrafica che per cose fatte, sente parlare le sue colleghe (si può dire colleghe? compagne? compari? socie? alleate?)  e si chiede “Ma io qui che minchia ci faccio? Ci deve essere stato un errore.”.
E se è stato un errore, ma magari non è stato un errore (avete presente in Totoro? “Era solo un sogno… Ma non era un sogno!!”) è stato un felice errore, per lei, che molla l’Infanta all’asilo alle amorevoli cure di due maestre che sembrano fatine, due porte più in là, a portata d’orecchio, e passa il resto del tempo a ascoltare parlare e soprattutto fare quello che le piace di più, cioè pensare e collegare le cose tra loro, oltre ovviamente a redigere i verbali e raccontare di se’ talvolta in maniere imbarazzanti e a sproposito.
Spesso, ascoltando o parlando, le viene il groppo in gola perché dieci, dodici donne intorno a un tavolo ed è subito autocoscienza, ma fa il famoso respirone profondo e grazie a anni e anni di feroce allenamento riesce a non avere bisogno dei fazzoletti ogni quarto d’ora.
Tanto per chiarire, si ride anche un mucchio.

La materfamilias, dicevamo, non è sola in questa impresa, ci sono altre nove tizie con lei, quindi totale 10 numero tondo e un po’ magico, come le dieci dita delle mani (e dei piedi), come le lune di una gravidanza, un uno che guarda uno zero e insieme fanno un universo di possibilità.
Alla materfamilias sembra di conoscerle tutte da sempre.
Ha quella sensazione un po’ metafisica un po’ niueig di averle già incontrate, le guarda in faccia e cerca di ricordare dove, apparte ovviamente l’amica di una cara amica (le coincidenze si sprecano), si chiede se si sono già viste, magari sul tram o alle poste, o in un autogrill quando prendi il caffè e ti scambi uno sguardo con la persona che fa la fila alla cassa con te, magari nel corridoio di un’università, a una manifestazione, a una mostra o forse non si sono mai viste ma non mettiamo limiti alla provvidenza e alla fantasia, perché da oggi fino all’estate la materfamilias è un unicorno, una sirena, batte bandiera pirata e del resto se ne impipa.

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La mammafamilias pensa, la mammafamilias fa – Random Spring Rambling

Sono successe un po’ di cose.
Mentre la natura fa il suo corso e la primavera esplode, come si evince dalle illustrazioni, anche la vita va avanti.
Ho iniziato il programma di Konmari di riordino e decluttering radicale e mi sento come se stessi facendo una dieta disintossicante: dire che mi sento bene sarebbe una bugia, ma ho la netta sensazione che quando avrò finito, starò meglio.
Quello che il metodo mi sta trasmettendo, per il momento, è una connessione profonda con gli oggetti che mi circondano e il loro valore.
Per ora sono alla primissima fase: gli abiti e gli accessori.
Ho pianto calde lacrime nel separarmi da alcuni vestiti (e anche da certe scarpe), per i ricordi che hanno suscitato, ma lasciarli andare per tenere quelli che vanno bene per il momento presente è benefico, quasi salvifico. Tengo solo quello che mi piace e che mi sta bene, che non mi stringe e non mi fa male (scarpe e sandali).
Ho cambiato lo sguardo verso le cose che mi circondano: mi guardo intorno e vedo oggetti pronti a entrare al mio servizio, silenziosi come un piccolo esercito, ma per la maggior parte inutilizzati e dimenticati, dormienti, privati del loro valore.
Cerco di capire, attraverso un processo di intuizione profonda, quasi spirituale, di cosa voglio/ho bisogno di circondarmi. E del resto, voglio disfarmi. C’è chi sostiene che questo libro ha dei bias culturali troppo forti per essere applicato al nostro mondo occidentale e al nostro stile di vita, ma l’animismo tipico del Giappone di cui è intriso ha avuto una risonanza molto profonda dentro di me, sto ritrovando un modo di guardare il mondo puro, simile a quello che avevo da bambina, quando parlavo alle mie cose e alle piante del tutto spontaneamente.
Per ora ho sistemato solo l’armadio ma gli effetti cominciano già a propagarsi per il resto della casa e dentro di me.
Ho la sensazione di essermi lasciata confondere negli ultimi mesi, e aver perso di vista quello che voglio fare (essere) veramente, sotto la spinta dell’urgenza e della sopravvivenza (il trasloco, le ustioni dell’Infanta, i soldi che non bastano mai, la ricerca di un lavoro, trovare il suddetto lavoro, capire che forse non è cosa, chiedersi: ok e adesso?). Non c’è stato tempo per me, per vedermi e “sentirmi” davvero: sono arrivata al punto di non riuscire a prendermi cura di nulla, nemmeno di me stessa.
Ho perso tantissimo peso, io, che mai sono stata un fuscello. Dovrei essere contenta (?) ma vedermi con la faccia scavata e con i pantaloni che mi cascano non mi ha fatto piacere. Preferisco avere un corpo pieno ma forte, magari perché (finalmente?) riprendo a muovermi, che essere magra ma fiacca e molliccia.
Poi, mi è arrivata una notizia che ha avuto un effetto tipo trave di acciaio tra naso e bocca. Tramortente.
Mi hanno preso per il programma C to work.
E comincio lunedì. Vi aggiorno, promesso: faccio la figa ma ho le farfalle nella panza e l’agitazione da primo giorno di scuola addosso.
Questo significherà tante cose: nido all’improvviso per l’Infanta e uno spazio per crescere in una direzione “giusta”, “mia”, in cui agguanto invece che lasciarmi agguantare dalla vita e brancolare in questa specie di melma (avete presente quando Willy il Coyote corre sul blocco tremolante di gelatina e non riesce a andare avanti? Io mi sento così.) in cui non solo devo contare il centesimo, arrivare al venti del mese e pensare che forse la carne è un alimento sovrastimato e anche gli alimenti biologici, chevvuoichemalecifacciano i pesticidi, ma mi sento, soprattutto, alla soglia dei trenta, due lauree alle spalle, diciamocelo, un filo sprecata. Voglio mettere al servizio del mondo le mie competenze e ricevere il giusto compenso economico per questo. È chiedere troppo?
Tuttavia, alla luce di questa nuova esperienza in nuce, si pongono dei problemi pratici, tipo andare dalla parrucchiera dopo mesi di latitanza e magari comprare un paio di scarpe giuste e nuove, perché le doc Martens basse sono fichissime ma è quasi estate l’outfit (o meglio, la divisa… la mammafamilias si veste quasi sempre uguale) va aggiornato, head to toes. E anche diserbare il polpaccio rimasto allo stato brado per tutti questi mesi invernali.
Sono problemi che risolverò lunedì, prima di mezzogiorno.
Ora vado a montare i cassetti nuovi dell’armadio e poi a recuperare l’Infanta dai nonni, che oggi avevo bisogno di solitudine per studiare per il concorso, fare ordine, scrivere qui, stare con i cani e il silenzio, insomma quelle piccole preziose cose in orario diurno che chi è mamma full time sa, non sono affatto scontate.

Liebster Award

Liebster Award

All’inizio di Marzo, Prossimavoltamamma mi ha nominato per il Liebster Award.
Io, piano piano, sono riuscita a raccogliere le idee e a comporre questo post.
Siccome sono puntigliosa e ho la curiosità tipica del nerd represso sono andata a cercare cosa fosse esattamente – ebbene si, non lo sapevo – e a vedere le regole.
Le regole sono tante, varie e variegate ma la sostanza non cambia: il Liebster Award, che ha origini tedesche come Marlene Dietrich e i wurstel, è un modo carino per fare networking, per parlare un po’ di noi e per far sapere ai blog che ci piacciono che si, ci piacciono.
Inutile dire che ringrazio Raffaella per avermi dato questa opportunità di pensare a cosa significa avere un blog, scrivere e condividere non solo la mia vita ma anche quella di tutta la mia famiglia e del nostro piccolo mondo.
Non seguirò il set di regole da lei proposto ma uno dei tanti che ho trovato in rete, per cui elencherò 11 random facts che mi riguardano e linkerò un tot di blog piccoli, ma che mi piacciono e che meritano una visita secondo me.

  1. Sono nata lo stesso giorno di Tintoretto, dell’imperatore Hirohito, Zubin Metha e Michelle Pfeiffer. Modestamente. Quindi ho ben chiaro che senza un’analisi astrologica profonda, il proprio segno zodiacale vale come il due di picche quando la briscola è a cuori.
  2. Non mi piacciono le fragole-frutto, ma tutto ciò che è fatto con le fragole (yogurt di fragole, gelato di fragole, marmellata di fragole) mi piace moltissimo.
  3. Ho la fissa dei cani, ma dei Pastori Australiani di più e passo buona parte del mio esiguo tempo libero a fare la volontaria per il Rescue dei suddetti pastori, un gruppo di agguerritissime pazze che sacrificano tempo denari e salute mentale alla causa dei pelosi. A questo punto con i nostri aneddoti potrei scriverci un libro, ma poi quelli che vogliono male mi fanno causa.
  4. Se posso (i.e.: se ho tempo di leggerli), mi compro ancora le raccolte dei fumetti di Paperino, Topolino, Pippo etc. Ho un debole per Paperoga, Idiana Pippis, Nonna Papera e Zio Paperone. Mi chiedo se qualcuno abbia scritto qualcosa di serio sull’argomento ma credo di si. Nel caso nessuno l’avesse fatto, potrei essere la prima.
  5. Guardo in anticipo i (pochi) cartoni animati che propino all’Infanta, in perfetto stile controllo maniacale Ex DDR, e sono un censore senza pietà. Per ora ha accesso ai Teletubbies (che mi hanno sorpreso per il loro essere “adatti”) a Masha&Orso (Masha è l’Infanta. Punto. E Orso è il babbofamilias. Ripunto) e… basta, direi.
  6. Vado a fare shopping di vestiti molto di rado, preferendo la qualità alla quantità. Per dire: le tre paia di jeans che indosso a rotazione sono di una famosa marca con il simbolo del carretto trainato dai cavalli e hanno quasi cinque anni. L’anno prossimo li mando alle elementari e faccio il cambio.
  7. Ho tanti hobby di natura carsica, nel senso che sono cose che dopo un primo momento di passione e monomania restano latenti magari per mesi o anni e che poi tornano a interessarmi tantissimo. Il babbofamilias non capisce ma si adegua e assiste impotente ai miei ciclici entusiasmi per: il cucito, il ciclismo, il mezzopunto, la lettura, la panificazione, il giardinaggio, la saponificazione, l’arte dell’intreccio di cesti, l’uncinetto, the sims 2, la pittura a acquarello, il trekking, i blog.
  8. Sono una couchsurfer e blablacarista e lo rivendico con orgoglio. Magari un giorno approfondirò l’argomento, che merita.
  9. Non ho ancora trent’anni, ho molti capelli bianchi (il babbofamilias mi chiama Mad Max e ride.) ma non mi tingo.
  10. La TV in casa mia non esiste più dall’avvento del digitale terrestre, circa cinque anni fa. Questo non mi impedisce di seguire le mie serie preferite e trasmissioni ad altissimo contenuto trash come Alaskan Bush People  (mi giustifico dicendo che lo faccio per la scienza e che anche zerocalcare guarda Grey’s Anatomy.). Per compensare ascolto moltissima radio, soprattutto i programmi di radiotre che mi fanno sentire una persona intellettualmente meglio, ma anche radiodue e radiocapital (adoro Capital in The World, 610 e Il Ruggito del Coniglio.)
  11. L’ultimo maschio nato nella mia famiglia è stato partorito dalla trisavolafamilias V. ed è il mio nonno M. Da lì in poi, Infanta compresa, siamo state tutte femmine. Questo spiega molte cose.

E ora, largo ai carri dei vincitori! Non sono molti, ma credo siano molto buoni.
In ordine sparso, cosa come e chi vi consiglio di andare a vedere.

  • https://famigliacomponibile.wordpress.com/ : sono cresciuta in una famiglia componibile, con tutte le sue gioie e dolori. Questo blog è la testimonianza di due persone che cercano di essere consapevoli, e nel farlo si raccontano. Love it.
  • http://ominouovo.com/ : bambini, cani, grande città… SHAQUIPOLDINO. E ho detto tutto.
  • http://theslowmom.com/ : senza la Sam guardare Grey’s Anatomy e Girls per me non è più la stessa cosa. Apparte questo, il suo blog è pieno di cose interessanti anche per chi non ha gemelli, ma per chi ce li ha può essere meglio della terapia.
  • http://siamoastoccolma.blogspot.it/ : Giusi e Davide li ho conosciuti durante il mio “periodo svedese” proprio tramite il loro blog, e da quel momento non li ho più “mollati”. Prima avevano solo un cane, Magi (Magellano), ora hanno anche una bimba. Parlano di Svezia, di Italia, di libri, del loro quotidiano. Un luogo a cui sono affezionata.
  • http://hayleyeganart.com/ : vogliamo dire che è un’artista coi controcazzi, che ha scritto un libro che tutte le mamme dovrebbero avere, diciamolo. Che abita in Australia e se ci fosse il teletrasporto andrei a trovarla a giorni alterni, perché solo se hai vissuto a Siena come abbiamo fatto noi sai come si fa a fare cose e vedere ggente per davvero. Fattostà che secondo me Hayley merita di essere seguita, per quello che scrive e disegna e fotografa e perché per qualche strano miracolo di internet e di coincidenze, in questi mesi di blogging siamo diventate amiche e forse viene a trovarci l’anno prossimo con tutta la famiglia e sarà una figata pazzesca. (in inglese)
  • http://familyride.us/ : Madi è di origini olandesi e vive a Seattle. L’ho scoperta perché sono ossessionata dalle cargobike e ossessivamente le cerco su Instagram, in attesa del giorno del poi del mese del mai in cui potrò permettermi di comprarne una. Gira in bici con i suoi due figli e mi fa sospirare un mondo migliore, in cui la bici non sia un mezzo della domenica e dove se sei mamma e vuoi muoverti con i tuoi bambini senza inquinare, fare rumore e magari restando in forma e vivendo all’aria aperta, non rischi di gassarli con i tubi di scappamento o ucciderli schiacciati da un camion. (in inglese)

Come dicevano i Looney Toons, e questo è tutto, gente!