Sliding doors – Workaway

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La mammafamilias in questi giorni si dedica al giardino, e di conseguenza, ai profondi cambiamenti di vita. La propria e quella altrui.
J viene dalla Colombia, è un giornalista, uno scrittore e un insegnante di fotografia.
Sta viaggiando per l’Europa e ha un sogno: imparare a andare in barca a vela e visitare la Turchia. Ha girato il Sudamerica in autostop e ha vissuto gli ultimi due anni in Patagonia. Una persona semplice, concreta, che lavora e scrive, scrive e lavora, appunta tutto su un taccuino blu. Non ha un blog e questo lo rende di per se’ un personaggio degno di nota.
La materfamilias, che sarei io, allora fa due più due e si ricorda che ha conoscenze, contatti: fa il giro largo e parte dalla Svezia e arriva a Bodrum, Turchia. Dove adesso J è atteso, per stare, imparare e un po’ lanciarsi nel mondo della vela che è complicato, semplice, affascinante, sorprendentemente accogliente per chi ha voglia di fare.
J, che aveva il suo volo per Buenos Aires la settimana prossima, ha cambiato i suoi programmi per i prossimi tre mesi, vista l’opportunità, e non si guarderà indietro.
Il babbofamilias sta studiando diritto canonico comparato e recentemente ha tenuto una lezione, in bagno, sul Dharma, spiegando che trattasi dell’ordine naturale delle cose a cui bisogna attenersi se si vuole che le cose funzionino nel modo giusto.
Ecco. La materfamilias, quando spinge un giovane verso un’estate in barca a vela sulla costa turca, si sente perfettamente allineata con la natura, la legge e il tutto.

Storie di: a perfect weekend

Metti amici che non si vedono da mesi, a volte anni, che abitano di qua e di là dalle Alpi e ai quattro angoli della Nazione (totale: otto persone, più Infanta, più Kubetto in panza), tutti con questa Siena che fu tipo denominatore comune, metti camminare per Milano come se fossimo una grande famiglia in cui non si capisce chi sta con chi, una carovana fatta di donne incinte, passeggini agili ma fino a un certo punto, bambine che vogliono attraversare la strada affollata di tram anche se hanno 18 mesi ancora da compiere, bambine che fanno subito amicizia con le amiche storiche della mamma, metti una grigliata col temporale (perché la Svezia ci ha cambiato molto più profondamente di quanto potremmo mai ammettere, ma almeno noi si mangia in casa, ma con la luce accesa perché il tempo è proprio da lupi), metti una Coccipalla e l’Infanta che probabilmente penserà che alla fine un Natale a Giugno non è così male, metti una stanza degli ospiti, metti riuscire comunque a sistemare la credenza, cambiare posto alle piante in cucina, fare le lavatrici, dormire come un sasso (perché prendere la metro ti rende stremata). Metti insieme tutte queste cose, avrai il weekend perfetto.

5punti per fare si che Couchsurfing sia un piacere


Piccolo post dedicato alla teoria e alla pratica dell’ospitalità gratuita, o se vogliamo, di uno degli aspetti a mio parere salienti della sharing economy di cui tanti parlano ma di cui pochi sembrano fare esperienza reale e diretta.
Couchsurfing (e i suoi omologhi, in particolare il nostro amatissimo e ciclistico warmshowers) sono community che esistono da ben prima che facebook irrompesse nelle nostre vite tipo locomotiva a vapore e rappresentano a mio modesto parere delle gemme preziose che internet a prodotto. Certo, a volte si trovano gli stronzi che ne abusano, ma selavì e non ci possiamo fare molto, purtroppo, se non continuare a spandere viBBrazioni positive come veri jedi al servizio del lato chiaro della forza.
In quasi 4 anni di couchsurfing, per lo più come ospitante, questi sono i suggerimenti che mi sento di dare all’universo.

1 – Sperimentate (ma seguendo l’istinto): ci sono cose che, grazie a couchsurfing, ho scoperto che mi danno noia. Se non ne avessi sperimentato il fastidio, il disagio, non sarei qui a raccontarlo.
Quindi fare l’esperienza è la chiave per testare i nostri limiti, i nostri confini, ma se un profilo o una richiesta non ci convince, sentirsi liberi di dire no perché quella vocina vicino all’orecchio o nella pancia ce lo suggerisce è molto, molto, molto sano.

2 – Less is more (l’ospite è come il pesce): due, tre giorni di permanenza sono il massimo assoluto che mi sento di concedere a un perfetto sconosciuto. Quattro notti sono in assoluto il tempo più lungo in cui ho avuto persone in giro per casa. Questo mi permette di godermi l’esperienza senza stravolgere i ritmi della famiglia, mantenendo gli spazi e le distanze quanto basta. Inoltre, non accetto quasi mai più di un ospite al mese. Avere ospiti significa fare qualche lavatrice in più e anche un sacco di piatti da lavare. L’esperienza deve essere sostenibile e piacevole, non un lavoro! (altrimenti mettevo un annuncio su Airbnb – e quasi quasi… se col lavoro non si smuove nulla ma proprio nulla…)

3 – La chiarezza è tutto: per esempio, abito lontano dalle stazioni e non posso essere un taxi per i miei ospiti. Lo dico forte e chiaro sul mio profilo, lo ribadisco nei messaggi che ci scambiamo per la logistica. La mia casa non è un ostello con uso cucina e anche questo è specificato chiaro e tondo.

4 – meglio in coppia! : tendo a preferire le coppie, soprattutto se non sono proprio giovanissimi, perché sono più indipendenti, più rispettosi, hanno storie migliori da raccontare. Non mi precludo i viaggiatori solitari, ma mi do’ il diritto di scegliere e avere delle preferenze.

5 – il feedback non è un’opzione: è l’unico strumento efficace (con le verifiche d’identità a pagamento che fornisce il sito… Io detto tra noi mi ci faccio il bidet, perché chiunque può pagare. Meglio un profilo denso di recensioni positive che non un profilo “premium”, ma vago e senza recensioni.

E dopo queste perle di saggezza, vado a dormire. Abbiamo messo un annuncio su Workaway, per ricevere aiuto con il giardino in cambio di ospitalità, e sta avendo molto successo. Vi tengo aggiornati. Questo we, amici francesi in visita, pizza e, speriamo, qualcuno che guardi l’Infanta mentre io “chiudo gli occhi un istante” (i.e.: collasso per tre ora in un sonno simile alla morte.)

Storie di quello che è successo negli ultimi giorni

Couchsurfing è una di quelle cose che ti fanno pensare che per l’umanità esista speranza.
Poi, le coincidenze come al solito si sprecano.
Sabato scorso, primo cinema dopo 18 mesi tondi, siamo andati a vedere Mad Max e io dico che se in un film fatto al 99% di adrenalina ti passa il messaggio che la speranza del futuro sono le madri e le donne, forse qualcosa sta cambiando, ma comunque non vorrei divagare, fattostà che è un film australiano e i nostri ospiti sono stati australiani.
Vedere una coppia di mezza età che gira l’Europa in bicicletta, dorme sul pavimento del mio soggiorno e mi regala un vasetto di Vegemite (che sapevo perfettamente come utilizzare, perché guardo Jimmy Fallon, e anche perché durante la gravidanza mi nutrivo quasi esclusivamente di Marmite, burro e pane. Ma il Vegemite, ho scoperto, mi piace di più: questione di consistenza. Ma sto divagando.)… Dicevo, gente oltre i 50, che dorme sul pavimento, che gira in bici, che usa couchsurfing, che ha i figli già grandi e quindi viaggia per il mondo, che come sport della domenica, rema su barche di legno tipo peschereccio dell’800 cavalcando le onde notoriamente miti dell’oceano australiano, un po’ come facciamo noi quando c’è il mare grosso con i pattini, in Versilia (e non sto scherzando).
Che segue il giro d’Italia come metodo per scoprire gli angoli più nascosti del nostro paese, e hanno fatto lo stesso con il Tour de France – tanto per dire – che pedala tutti i giorni un’ora e mezza a andare e un’ora e mezza a tornare.
Insomma, ispirazioni enormi per un futuro luminoso, in cui c’è speranza di continuare a fare quello che ci piace, perché non sarà troppo tardi.

Approfittando del ponte, invece, abbiamo sistemato l’orto (fagiolini, pomodori, zucchine, insalata – speriamo che le lumache non decidano di banchettare…), anche se in ritardo – better late than never, conquistiamo terreno poco alla volta, sistemando, riordinando, prendendoci cura di un posto che per ora sembra sia sempre stato amato per procura, come quei fidanzati che ti dicono “Ti amo tantissimo”, ma poi oltre a portarti a cena fuori e fare gli splendidi un paio di volte, ti trattano proprio di merda. Ma noi sappiamo che l’amore si fa tutti i giorni, poco alla volta, e questo nulla toglie ai giorni in cui ci si ama totalmente e completamente e tutto insieme: essere in coppia, essere una famiglia, è veramente come coltivare un terreno e prendersene cura, progettare un giardino. Pianti cose di cui vedrai i frutti, altre resteranno per chi viene e non saprai mai che fine faranno, ma va bene così. Tagli l’erba tutte le settimane, stabilisci le tue priorità, lotti su un fronte e lasci perdere su un altro.
Insomma, l’esterno prende sempre più forma e la natura insospettabilmente lussureggiante di questa Pianura Padana viene tenuta a bada, anche se ha ancora larghissimi spazi di autonomia.

Per il resto, tutto bene, anche se l’ansia da sopravvivenza (non arriveremo alla fine del prossimo mese, devo trovare un lavoro per quando C to Work si sarà esaurito, devo guadagnare: ansia ansia ansia ansia) a volte mi prende così forte che non so come gestirmi se non svegliarmi alla 5.30 del mattino e scrivere qualcosa, tanto per mettere in fila i pensieri e i fatti, tenerli a bada, farli uscire, così restano miei, ma un po’ se ne vanno anche per la loro strada.