Come sopravvivere con due cani, due gatti e una bambina piccola in un appartamento: 5punti…

… prima che scatti l’allerta sanitaria.
Cavalco e anticipo l’onda che mi sta per travolgere ovvero il trasloco più o meno imminente, o meglio le sue conseguenze: un mio rinnovato interesse per l’economia domestica, che si esprime in ripetute narrazioni su come tento di tenere la casa libera dal caos completo.

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Baby-Step (ovvero: questa volta prendiamocela con calma)

Sono a quasi una settimana nel mio vecchio-nuovo cammino a passi piccoli e il bilancio è tutto sommato positivo.
L’ordine sta lentamente tornando. La casa è sempre nel caos ma quello che conta è che l’ordine stia lentamente tornando dentro di me.
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III – Da Grenoble a Milano, in treno. Ultima puntata.

Dopo una domenica di relax di cui abbiamo già parlato, con incontri ravvicinati con le colleghe e amiche vacche, abbiamo prenotato e acquistato un biglietto ferroviario per tornare a casa, io e l’Infanta, l’Infanta ed io.
Lunedì mattina ci è toccata una sveglia all’alba, ma tra la colazione, le ultime cose da raccogliere, i saluti, non è stata abbastanza presto, perché abbiamo comunque dovuto correre, prima nel traffico congestionato di una città il primo giorno della settimana, poi per acchiappare il treno al volo. Meno male che l’amico D è atletico: è riuscito a bloccare il treno affinché una mamma con bimba, zainetto e gamba di legno (la mia tendinite non è che fosse proprio migliorata a forza di passeggiate alpestri) riuscisse a tornare in madrepatria.
Mi ricordo la prima volta che ho preso il treno con l’Infanta. Aveva poco più di tre mesi e siamo andate in Toscana. Ha dormito tutto il tempo. Prima di partire avevo cercato un vademecum sui viaggi in treno con bambini piccoli. Sorprendentemente, internet è saturo di articoli e blogger che parlano di come andare in aereo con i figli appresso, ma sono pochissimi quelli che scrivono su come andare in treno. Comunque, la prima volta è stata abbastanza facile. L’Infanta era in versione mini, in pace col mondo, ha dormito quasi tutto il tempo, per poi concedersi una piccola poppata, per poi fare la cacca, per poi riaddormentarsi fino a casa dove è stata debitamente sistemata: per quanto sia una mamma sciolta e disinvolta, il cambio sul sedile del regionale affollato me lo sono evitato volentieri.
Questo giro è stata un’altra storia. Sono partita armata di pain d’epices (ossessione dell’Infanta, che lo ha dichiarato suo cibo preferito in assoluto… Talis mater…) , acqua, pannolini U&G (quelli francesi sono meravigliosi: la mutanda pull-up non è una cosa da ricchi, è la norma. Avrei dovuto farne scorta.), niente giochini ma tanta pazienza.
Ebbene, la pazienza, in un mezzo di trasporto in cui si può camminare su è giù, è la chiave.
Dopo la prima tratta su un regionale che spiccia casa ai nostri e non lo dico per essere esterofila, ma i treni da noi sono veramente lo specchio di un paese che bene non sta, abbiamo trascorso un’oretta nella stazione di Chambéry: niente da segnalare se non un pianoforte a disposizione di chi lo vuole suonare, trovata pubblicitaria okkei ma trovata pubblicitaria con le palle e enormi poster che dicevano qualcosa che ho tradotto come “I Bombardieri hanno costruito il vostro treno”. Sono aperta a spiegazioni, il mio francese è praticamente inesistente e tale dicitura mi ha lasciata alquanto interdetta. Al limite proverò a cercare risposte su google.
Quando è arrivato il TGV, sono salita. Ho trascorso un breve momento di panico in cui non sono riuscita a trovare il mio posto, che poi mi è stato pietosamente indicato dal controllore, che dall’espressione disperata che avevo sul volto deve aver intuito il mio dramma, ovvero la sottile e persistente sensazione che iniziava a farsi largo dentro di me: aver sbagliato treno. Fugato ogni dubbio abbiamo trascorso il viaggio tranquillamente. Non ho più preso un treno veloce da quando è nata l’Infanta, ma sul TGV c’è un bagno apposito in cui c’è solo il fasciatoio. Grosso punto a favore.
Per quanto riguarda questa esperienza, che è stata coronata da un sonnellino congiunto madre-figlia che ha ridato nerbo alla mia fibra stanca, la chiave è stata la pazienza, i giretti, le canzoncine e una buona scorta di cibi. In linea di massima è stato più facile di un qualunque lungo viaggio in macchina.
Il Babbofamilias è venuto a prenderci e siccome eravamo in zona (il TGV arriva alla stazione Garibaldi), siamo stati al nostro take away indiano preferito, davanti al Frida, dove l’Infanta si è esibita in una prova da vera babycosmopolita assaggiando tutto. Perché questo autosvezzamento lo abbiamo preso davvero sul serio.
Poi abbiamo preso un tram che di solito non prendiamo, abbiamo fatto un pezzo a piedi e siamo arrivati.
E ritrovato il nostro letto, abbiamo dormito.
Viaggiare è una cosa bellissima, soprattutto perché poi, dopo poco o tanto tempo, si torna a casa.

II – Siamo a Grenoble

Mi piace questo diario retrospettivo, in cui devo fare uno sforzo di memoria, a distanza di quasi una settimana, per rimettere a posto i pezzi e ricordare che cosa abbiamo fatto, che cosa abbiamo visto e come mi sono sentita.
Fa tanto mémoire.
Venerdì scorso ci siamo svegliati in un letto diverso dal nostro, abbiamo fatto colazione e lavato le tazze in una cucina diversa dalla nostra e siamo usciti a passeggiare, senza meta, in una città diversa dalla nostra, spendendo così il resto della mattinata che era avanzato alla colazione e al lento risveglio.
Grenoble è facile da girare a piedi, è una città piccola e senza saliscendi.
Mi ero ripromessa di informarmi, organizzare e programmare il come e il dove e il cosa vedere, ma ovviamente a ridosso della partenza non avevo ancora letto nulla, a stento avevo messo insieme quattro paia di mutande, per cui la mia unica preparazione è stata una rapida lettura della pagina wikipedia dedicata alla città. Se la leggete, scoprirete che Grenoble è stata famosa per essere una roccaforte militare e per essere la patria del Boiardo, l’ultimo dei cavalieri, quello rimasto proverbialmente noto come “il cavaliere senza macchia e senza paura”. Un personaggio storico che sembra uscito da una fiaba.
E in effetti Grenoble è fiabesca: attraversata da due fiumi, circondata dalle montagne e dall’altipiano, con la vista in lontananza del Mont Blanc coperto dalle nevi perenni.
Quando è stata ora di pranzo siamo tornati a casa per cucinare e riposarci – i nostri amici e ospiti lavoravano – ma prima siamo passati a fare la spesa e devo dire che i supermercati francesi sono davvero notevoli per qualità, varietà e prezzi: sarà che sono abituata male a Milano.
Con una bambina piccola non si possono fare maratone (troppo) estenuanti per cui siamo rimasti a cuccia fino alle tre del pomeriggio, circa, quando abbiamo preso di nuovo le gambe e siamo tornati a spasso: ci siamo concessi un giro sulla teleferica, fino alla Bastiglia.
Un consiglio, se mai ci andrete: non fate il nostro stesso errore e non comprate anche il ritorno, perché scendere a piedi è bello e piacevole, un’immersione nella vita locale, i Grenoblesi adorano correre su e giù per i sentieri che portano alla fortezza e c’è anche un giardino/orto da scoprire. Abbiamo camminato talmente tanto che le mie sbagliatissime sneakers da 15 € si sono rivelate in tutta la loro disastrosa inadeguatezza, facendomi venire una mezza tendinite al piede e facendomi maledire una volta di più la mia taccagneria. Nunca mas. Il risparmio sulle calzature, già abbondantemente condannato, è stato definitivamente abolito. Anzi scarpe vecchie, anzi scalza che con ai piedi certi strumenti di tortura.
Siamo arrivati all’ora di cena, sfatti, abbiamo cucinato, cenato con l’amica A e poi usciti alla volta della Salle Noir, quartier generale dei Barbarins, per portare all’amico D, impegnato per l’inaugurazione della serata, beni di prima necessità che un manager-barista-tuttofare può dimenticare a casa in una serata molto importante: la brillantina e il deodorante.
Bevuta una birretta e conosciuti i membri del gruppo, siamo tornati a casa, un po’ perché oggettivamente troppo stanchi per divertirci, un po’ perché l’Infanta non sarebbe potuta rimanere. I francesi sono attenti ai piccoli e non si può portare i bambini a concerti che superano un tot di decibel se non sono dotati di un casco antirumore.
E alla Salle Noir avevano solo i tappi.
Sabato: giornata tersa. Pare, stando a numerose testimonianze, che siamo stati i primi ospiti a beccare il bel tempo. Per cui abbiamo messo insieme un lauto pranzo al sacco a base di prosciutto (che si compra a fette e non a etti: cioè tu dici “Vorrei sette fette di cotto grazie” e non “un etto e mezzo”. E la cosa mi ha abbastanza sconvolto), formaggio, baguette fragrante, banane e acqua del rubinetto (che è buonissima, perché ehi, siamo in montagna). Scarponcini allacciati stretti per contenere i miei piedi doloranti, zainetto e una lunga strada tortuosa, in macchina fino all’attacco del sentiero. Abbiamo fatto una lunga passeggiata in montagna, fino a un laghetto in alta quota. Tanta gente, ma rispettosa e tranquilla, cani liberi, bambini portati – per una volta l’Infanta non è stata l’unica in spalla. Poi siamo tornati e il Babbofamilias è ripartito, perché dovete sapere che sta facendo un corso per diventare Istruttore di Mazzate ed essendo un affar serio, ha dovuto prendere la via e abbandonarci al nostro destino e a un rientro in TGV. In tale contesto paesaggisticamente glorioso, la Materfamilias che sarei io sente un estremo desiderio di tornare a fare foto con uno strumento più adeguato del proprio smartphone. Prima di Natale voglio tornare a possedere una macchina fotografica degna di tale nome.
Domenica: io, l’Infanta, D e A ripetiamo l’esperienza montanara ma sull’altopiano del Vercor, dove voglio tornare e tornerò sicuramente a fare sci di fondo, con passeggiata molto più pigra causa miei piedi e generalizzata stanchezza, con visita a fattoria di mucche felici e vista su colli verdissimi e paesaggio da cartolina.

Il mio viaggio in treno del lunedì mattina, Infanta e tutto, con le lezioni da non dimenticare quando si va in treno con una bambina piccola ve lo racconto un’altra volta.

Babystep – giorno 1

Ho deciso di inaugurare una nuova sezione, in cui prendo appunti pubblici sul mio “rientro” nel programma Flylady e le riflessioni che mi suscita.
Scriverne serve a me per tenerne una traccia, per condividere, per sapere che lo sto facendo.

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I – andiamo a Grenoble?

Ogni volta che partiamo per una (seppur minima) vacanza mi sento un po’ come Frodo nello Hobbit: mi viene voglia di raccontare l’andata e il ritorno, non solo la permanenza ma proprio il viaggio in se’.

Giovedì siamo partiti alla volta di Grenoble, Franscia, Dip. Isère, antica capitale del delfinato, città alpina, tra monti e valli.

Antefatto: la Materfamilias, forte della sua esperienza di studentessa fuorisede a Siena a cavallo tra la fine degli anni 2000 e l’inizio degli anni 2010, ha un sacco di amichetti sparsi per la grande Europa. Tra questi, ci sono l’amico D e l’amica A, lei francese della Provenza, lui molisano, una delle tante coppie che l’Erasmus ha unito e la vita ha stretto. Lui si occupa di un fichissimo gruppo tra il teatro e la musica e il cinema, un collettivo artistico a tutto tondo, una di quelle faccende che in Italia dopo gli anni 70 avrebbero stroncato sul nascere. Lei fa la logopedista, e mi ha fatto scoprire che il francese è una di quelle lingue che confonde parecchio chi ci deve leggere e scrivere, ed è per questo che c’è bisogno di parecchi logopedisti nei paesi francofoni.

Insomma erano anni che non ci si vedeva e ma anche mesi che non prendevamo in mano la situazione e non ci spostavamo di casa, se non per andare in Toscana.
Spostarsi fa bene: vedere gente nuova, che cammina mangia si veste parla in modo differente, cartelli stradali e treni e autobus diversi ti fa tornare a casa che stai meglio, con “la mente aperta” come dicono nelle brochure delle agenzie di viaggio.
Viaggiare è bello.
Ma viaggiare dopo un po’ che si è rimasti a casa è un po’ come mettersi per strada la prima volta, perché il mondo nel frattempo è cambiato e l’errore è dietro l’angolo.
Optiamo per il viaggio in macchina. Noi abbiamo una panda. Che è una vettura mitica e simpatica e comoda per quanto può essere comoda un’utilitaria, ma noi la amiamo e ne siamo riamati, certo quando salgo su una qualunque macchina di fascia appena superiore mi sento in carrozza tipo Cenerentola, ma si fa quel che si può e poi come faccio a dire alla panda : “ok bella, ciao, ti sostituisco, sei stata eliminata, abbiamo altre esigenze”? Potrebbe rottamarsi di crepacuore e non me la sento.
Fattostà: usciamo di casa con i nostri bagagli un po’ confusi, è la prima volta che vado oltre confine con l’Infanta, non ho ancora ricevuto la sua tessera sanitaria, non le ho ancora fatto la carta d’identità, mi dico vabbè speriamo bene di non aver bisogno di un medico, fidiamoci (per i preoccupati: non ne abbiamo avuto bisogno).
Tutto fila liscio fino al Frejus. Quando scopriamo che non si può pagare il pedaggio per l’infausta galleria con il bancomat ma solo in contanti o con la carta di credito.
Infatti, pur essendo entrambi alla soglia dei trenta, (anzi, il Babbofamilias ormai trenta li ha compiuti) noi non possediamo carte di credito ma solo bancomat e ricaricabili, perché la carta di credito ci incute un vago timore e solo in tempi recenti abbiamo lo status finanziario appena sufficiente a procurarcene una, ma non l’abbiamo mai fatto.
Vedi alla voce “prime volte”, perché come due giovani freschi di liceo che vanno a fare l’interrail, ci siamo dimenticati di ricaricare le ricaricabili, che grazie alla magia del circuito Visa, ci avrebbero permesso di passare senza colpo ferire.
Inutile dire che non avevamo prelevato. Insomma, se fossimo stati due maghi di Harry Potter appena arrivati nel mondo dei babbani ce la saremmo cavata meglio, lasciando una manciata di dobloni d’oro alla tizia allo sportello, sparandole un incantesimo confundus, dando un colpo di bacchetta magica al cruscotto per poi librarci volando al di sopra delle alpi, dritti a destinazione.
Invece, siccome la mia lettera per Hogwarts non è mai arrivata, facciamo inversione e andiamo a caccia di un bancomat a Bardonecchia, che è una classica località turistica invernale, degna di nota solo per il fatto di non essere al momento in alta stagione e quindi avere quel fascino tutto decadente che ha Forte dei Marmi a novembre.
Preleviamo cospicua somma di denaro e riusciamo a infilarci nel cunicolo, che è lunghissimo e perchiò mi ha riempito di angoscia. Io non sono fatta per grotte e cunicoli, la speleologia non mi ha mai attirato. Immagino che in un mondo fantasy un’opera del genere sarebbe sicuramente opera di nani, avidi dei dazi degli altri poveri stronzi che devono per forza passare di lì se non vogliono affrontare l’insidioso passo montano a mille mila metri di altitudine.
Passato il traforo, la notte è calata, l’infanta si è svegliata e per tenerla a bada comincio a nutrila di crackers, che lei sbriciola e sparge ovunque, tappezzando la macchina di frammenti al frumento.
Arrivati all’ultimo casello (le autostrade francesi sono carissime), sbagliamo entrata, perché le insegne sono diverse dalle nostre e chi non parte mai da casa non lo saprà mai. Becchiamo quella “solo carte”, che sputa il nostro bancomat come se fosse fatto di cartone. Proviamo a interagire con la vocina dell’interfono ma senza alcun successo. Per cui, temerari, facciamo retromarcia e ci infiliamo dove prende anche i contanti.
Il resto: monetine. Un mezzo chilo abbondante. La nostra affinità con la famiglia Fantozzi a volte è talmente eclatante che anche noi non possiamo fare a meno di riderne.
Finalmente arriviamo e i nostri amici ci hanno preparato il gratin dauphinois e ci fanno dormire nella loro camera mentre loro si accomodano nel divanoletto degli ospiti. E alla luce di questo, la giornata si conclude.

Viaggiare, nonostante gli imprevisti, è una cosa bellissima.
A presto la seconda puntata, in cui narrerò avventure di rifugi alpini (chiusi), lunghe passeggiate in salita affrontate senza allenamento adeguato, teleferiche a forma di palla e altre amenità.
Larga la foglia, stretta la via…

Storie di Pizzica Pizzica

Internet è uno strano mondo, in cui le affinità elettive si intrecciano e percorsi apparentemente lontani si scoprono paralleli e quasi tangenti. Due persone vivono su mondi vicinissimi e probabilmente sono per molti anni a un passo da conoscersi e incontrarsi. Poi a un certo punto succede qualcosa e finalmente, si incontrano.
Questa è la storia di come sono arrivata a conoscenza di Pizzica Pizzica, il primo libro illustrato di Hayley Egan e di come questo libro è scritto e disegnato e insomma di cosa ne penso.
Faccio il giro largo, mettiamoci comodi.
Tra i tanti blog che seguo, c’è quello di Bauhauswife. È di una signora canadese, non molto più vecchia di me, con sei figli e una vita pazzesca. Pazzesca nel senso che nel bene o nel male, per me è impossibile restarle indifferente. Questo mi piace molto e mi fa sempre pensare, i libri che consiglia e le cose che scrive non sono mai banali. Credo di averne già parlato, non mi ricordo. Ci sono arrivata mentre mi stavo preparando a partorire l’Infanta e da lì non ho più smesso di leggere quello che pubblica.
Un bel giorno, recensisce il libro di Hayley. Ho già detto che quello che scrive Yolande Clarke, per quando spesso bizzarro e un po’ sopra le righe, non è mai banale?
Quindi mi incuriosisco. Inseguo il libro fino al sito della sua autrice e lo ordino. Nel frattempo, cominciamo a scambiarci mail e poi diventiamo amiche su Facebook. Iniziamo a parlare o meglio a scriverci. Viene fuori che abbiamo la stessa età, frequentavamo la stessa città, Siena, negli stessi anni, che conosce benissimo la città dove sono nata e cresciuta, che conosce una mia ex compagna di liceo, che il padre dei suoi figli è italiano, è pugliese, è un etnomusicologo, ovvero praticamente è un antropologo che si occupa di musica, e io ho studiato antropologia e adoro la Puglia, perché la migliore amica di mia nonna era pugliese e le famiglie sono sempre state mischiate e anche se siamo toscani abbiamo sempre avuto questa forte influenza di tacco … Ok sto divagando. Insomma, viene da chiedersi come abbiamo fatto a non incontrarci di persona, o comunque prima.
Internet è uno strano mondo per davvero.
Fatta questa doverosa premessa, Pizzica Pizzica è un libro che mi è piaciuto tanto per molti motivi, e spero che quando l’Infanta sarà in grado di farsi leggere una storia stampata su fogli normali – al momento afferra e strappa ogni pezzo di carta che le capita per le mani – e non cartonati, piacerà anche a lei.
Intanto, è un libro bilingue.
I libri bilingui sono più unici che rari (provate a chiederne uno in una libreria qualunque per credere – di Milano, non di una sperduta valle tibetana) e di certo non c’è bisogno di me per dire quanto l’esposizione alle lingue straniere prima si comincia e meglio è.
Poi, è scritto bene, illustrato bene, stampato bene.
So che la mia maestra delle elementari si sta rivoltando nella tomba per queste ripetizioni da matita blu, ma come descrivere una cosa ben fatta senza rovinarvi la sorpresa di quando la sfoglierete e annuserete e la avrete tra le mani?
Pizzica Pizzica non è molte cose. Intanto non è una favoletta morale: ha molti livelli di lettura che portano la storia, nella sua semplicità, a parlare di tante cose: di musica, di guarigione (profonda e vera e personale e interiore) e secondo me anche di famiglia, di comunità.
Non è un libretto patinato, la carta è vera e porosa e piacevole da tenere tra le mani, non puzza di plastica ma sa di cellulosa buona e inchiostro. Le illustrazioni sono belle e ricche senza essere eccessive, sono di facile lettura ma piacevoli anche per gli adulti, mi ricordano i classici della mia prima infanzia, Eric Carle su tutti.
Se questo non bastasse, è una produzione indipendente, autofinanziata dal basso, libera e selvaggia proprio come piace a me.
Inutile dire che non vedo l’ora di sapere che cosa ne penserà l’Infanta.
Il mio spassionato consiglio è di procurarvene una copia.
E farmi sapere cosa ne pensate.

Storie di una ragazza madre

Un weekend al mese, la materfamilias, che sarei io, si trasforma in ragazza madre.
Il babbofamilias è impegnato per un numero esagerato di ore sottopagate a tutelare l’ordine civile e la concordia tra i cittadini, per cui siamo solo io, l’Infanta, il cane Sanna, il cane Obi, il gatto Cuordileone, il gatto Pedro. Che se ci conti siamo in sei, quindi non proprio pochissimi, ma gatti – esseri superiori – esclusi, la materfamilias si ritrova a trascorrere 48 h come unico adulto di riferimento della situazione.
È massacrante.
Soprattutto l’aspetto psicologico, per affrontare il quale chiamo a raccolta tutti gli anni di pratiche spirituali cui mi sono volontariamente sottoposta, che a qualcosa finalmente servono.
Insomma, in onore di quella che al lavoro le disse “Ah, sei stanca? Vedrai quando diventerai mamma”, a cui è stato risposto un “Ehm… In verità sono già mamma…” con tanto di sorriso tirato, momento di imbarazzo e recupero in corsa della tipa con un acuto “Ma sei giovaniiisssssima” e la mammafamilias che pensa bella storia la mia canizie incipiente non è poi così incipiente, magari la tinta inizio a farmela non questo ma l’anno prossimo
Questi we di monogenitorialità forzata sono stati immediatamente battezzati “da ragazza madre” in onore di questa mia ritrovata gioventù.
Per ora ci siamo lasciati alle spalle un sabato denso di emozioni in cui io ho un pochino di depressione post-fine lavoro, con tanto di paranoie da epidemia (laviamoci ossessivamente le mani), paranoie da cosa sarà di me non arriveremo alla fine del prossimo mese per cui mando curriculum a cani e porci tra cui anche uno per un lavoro notturno (ma sono scema?), bicchieri rotti, dentini di sotto spuntati (ecco perché non si dorme più, ed ecco spiegata la tendenza alla paranoia: sonno insufficiente), raffreddori lasciati alle spalle, voglia di essere nella mia cameretta, possibilmente al buio, ascoltando Jeff Buckley in cuffia per poi guardare il favoloso mondo di Amelie in loop e poi da capo per x volte con paranoia per la bruciante consapevolezza che quel tempo è finito e mai più tornerà, passeggiate al parco Forlanini con cani che si riscoprono anarchici e vanno a correre nel campo da golf seminando il panico tra le golfiste (no, non siete fighe come Cameron Diaz in Tutti Pazzi Per Mary. Fatevene una ragione), esperimenti culinari con il mio regalo di compleanno (una figata mondiale, diciamoci la verità), desiderata di docce calde che durino più dei militari cinque minuti che mia figlia mi concede e un post indubbiamente catartico scritto in fretta e furia mentre l’Infanta svuota un armadietto e la mia borsa e viene tenuta in braccio e si dispera e io rimando il momento di metterci a tavola, perché mangiare da sola con la bambina fa tanto ragazza madre e mi intristisce un po’.

Domani: polpette al sugo in porto sicuro i.e. casa di amica single. Insomma d’ora in poi è tutta discesa.

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