Givin’ it a chance

Il Concorsone si è rivelato un insuccesso clamoroso. Per tre punti, non mi hanno ammesso all’orale.
Mi sono concessa un paio d’ore di lutto regolamentare per quello che sarei potuta diventare e non sarò mai, per poi buttarmi a capofitto in nuovi progetti. Astrologicamente parlando, pare che io abbia un qualche pianeta chiave in ariete che mi permette questi slanci veramente mondiali in caso di nuove sfide intellettuali. Pare che sia Mercurio, ma non vorrei sbagliarmi.
I miei giorni nel giro di ventiquattr’ore sono di nuovo giorni in cui google scholar, il Blocco Giallo degli Appunti e le matite ben temperate sono i miei migliori amici.
Penso e scrivo scrivo e penso sulla tesi incompresa e come renderla accattivante in un abstract e su come far sembrare fondamentale al mondo e a tutta l’umanità il motivo dei miei interessi, mentre il Babbofamilias inchioda una porta nuova, completamente autoprodotta, con rumorosa soddisfazione.
Ci provo e lo voglio, chissà che non succeda di nuovo di fare un Salto Baltico.
Del resto, stiamo guardando Vikings mica per nulla.
Porta nuova? Si, perché c’è l’invasione degli scarafaggi (segno inequivocabile che la divinità non gradisce più la nostra presenza in questo appartamento e dovremmo sicuramente togliere le tende al più presto), dobbiamo chiudere il Rimosso (la soffitta di casa nostra, che dà sul nostro terrazzino), regno incontrastato dei nostri gatti e anche dei disgustosi infestanti. Ma la deblattizzazione è tremendamente tossica per i mici e quindi dobbiamo impedire loro l’accesso al luogo in cui le cose inutili della nostra vita si depositano intanto che l’omino del veleno fa il suo ingrato lavoro.
La porta nuova è una meravigliosa occasione per il Babbofamilias di scoprirsi talentuoso falegname, lui che ha sempre avuto la manualità di un… di un… insomma, una manualità a dir poco scarsa.
Torno a confrontarmi con i miei demoni e il sempiterno senso di inadeguatezza, che domani devo mandare a quella santa della mia professoressa la bozza del progetto, l’Infanta dorme e ogni minuto è prezioso.

PS: L’Infanta sa fare le pernacchie!

Storie di un weekend assolato

Anche se abitiamo a Milano, stiamo tanto all’aria aperta.
Perché ci piace, ma soprattutto perché abbiamo due cani. Non possiamo permetterci di cominciare a uscire solo a metà maggio, con il sole già caldo ma l’arietta ancora fresca, che si sta una bellezza. Noi si va al parco tutti i giorni, tutto l’anno, anche se piove o nevica, con fermezza eroica. Se tuona e fulmina no, ma sono le uniche condizioni meteo che ci fermano dal caricare tutti sulla Pandafamilias e fare questo giro quotidiano.
Purtroppo, il resto della popolazione non è dello stesso avviso e come marmotte, tassi o orsi, dimostrano una connessione sorprendente con i ritmi della natura: loro escono solo quando la temperatura è già tiepida e solo ed esclusivamente con il bel tempo.
E loro sono tanti, tantissimi.
Come sostengo nella mia incompresa tesi di laurea, frequentare il parco pubblico con un cane al seguito rende territoriali i cani, ma da ieri ho scoperto che rende territoriale anche me.
Guardo questi mucchi di gente, bambini, automobili (oddio, ma quante automobili?!), cani e il loro caravanserraglio di borse frigo, barbecue portatili, ombrelloni, coperte da pic nic, biciclette con le ruotine, cappelli di paglia e occhiali da sole. Affollano lo spazio che sono egoisticamente abituata a dominare in una solitudine quasi perfetta, accompagnata dai miei cani e con la bimba nell’ergo, magari dal Babbofamilias quando si può, mi depredano dalla fantasia malsana di trovami in Downtown Abbey, a passeggiare nel gigantesco parco del mio maniero incrociando i rari eletti che come me sono sparpagliati in migliaia di metri quadrati, ognuno con il suo sacro spazio vitale garantito.
Sto diventando misantropa?
Ho assorbito il disprezzo del villico “merendero” dal nonno materno?
Non abbiamo forse tutti diritto a un po’ di verde, nei modi e nei tempi in cui possiamo permettercelo?
E se l’uomo e la donna e il bambino medio possono mettere il becco fuori di casa solo a metà maggio, di sabato e di domenica, chi sono io per impedirlo?
Questi pensieri progressisti e buoni mi affollavano la mente mentre, dopo essermi dirottata sull’Idroscalo perché al Forlanini non ho trovato parcheggio, trovavo un posto all’ombra, a S, tecnica che notoriamente padroneggio (nonostante io guidi una Panda, la macchina più maneggevole della storia) a meno che non ci sia spazio per parcheggiare almeno due Pande. Quindi in realtà è come se avessi trovato due parcheggi. Botta di…
Recupero bambina e cani e mi dirigo verso l’area cani.
Una corridoressa stitica mi fa notare che i cani (che mi erano appiccicati come carta moschicida nonostante li avessi liberati dai guinzagli) non possono stare slegati.
Per un attimo ho la tentazione di mettermi a litigare ma la ringrazio per la preziosa info e vado avanti, ringraziando di conseguenza me stessa per averle dato modo di sentirsi una persona meglio, anche oggi.
L’idroscalo è blu e bellissimo, l’acqua trasparente e i cani si divertono felici nell’acqua per un’oretta, salvo essere terrorizzati quando una canoa passa troppo vicina alla riva, sfrecciando.
L’infanta dorme.
Io difendo l’onore dell’appiccicane Sanna, che anche se sterilizzata piace tantissimo ai cani maschi, e osservo un giovane dogo e il suo sprovveduto proprietario per i quali mormoro una preghiera mentale di pronto risveglio spirituale per entrambi.
Verso le 11, raccatto armi e bagagli e mi dirigo verso la macchina.
Menzione speciale alla coppia di anzianotti stranieri che mi aiutano con il cancelletto dell’area cani, con un comprensivo “Ne hai le mani piene”, probabilmente traduzione letterale di “You have quite an handful”.
Sopravvivo al traffico a cui sono disabituata, torno a casa, mangio una cofana di fusilli al sugo di pomodoro e faccio il pane. L’infanta dorme un’oretta, dandomi la possibilità di scrivere questi righi.
Domani è lunedì e il parco sarà deserto.

Give Geography a Chance

Questa settimana, visto che mercoledì prossimo c’è la prova scritta (e a quanto pare, decisiva) del Concorsone, non sto avendo nemmeno tempo per pensare, figuriamoci per scrivere.
Sto approfittando di un’insolita formazione congiunta consistente nella lievitazione del pane unita a cottura della mia cena e sonno anticipato (incredibilmente solitario) dell’Infanta, per mettere giù qualche annotazione.
La cosa più rilevante successa è che martedì sono andata a trovare La Professoressa, che sarebbe poi la mia relatrice di laurea. La sottoscritta ha avuto sempre delle insegnanti notevoli, dalle medie in poi. L’entropia è stata sempre ristabilita da personaggi che mi hanno irreversibilmente traumatizzato, ma perché ricordare solo il Male? Magari un giorno ci sarà modo di raccontare su questi pixel le loro imprese e gesta, nel bene e nel male.
La più recente aggiunta al club è La Professoressa in questione, che è una geografa, una donna entusiasmante che si occupa di temi fichissimi, ha creduto nella mia tesi quando tutti hanno riso, una persona che quando la guardo mi fa dire “Ecco. Alla sua età voglio essere come lei: colta oltre ogni immaginazione, di sinistra ma con classe, abbronzata, ligia al mestiere che faccio e con un saggio su The Walking Dead in lavorazione, perché si, l’accademia può essere divertente e può parlare di cose pop ma senza perdere la sua profondità”.
Insomma, con un filo di tremarella sono andata a trovarla e le ho portato un regalo perché sono fatta così. Una mappa del Messico (long story…) e una sulla distribuzione degli animali per aree climatiche dell’800, recuperate in un fichissimo negozio Ungherese su Etsy che vende solo mappe antiche, perché a una geografa cosa vuoi regalare se non una mappa?!
E dopo aver chiacchierato un po’, ho fatto outing dicendole, testuali parole: “faccia di me quello che vuole” (perché la mia vita non può essere solo essere moglie-madre-partecipante al concorsone, perché l’accademia fatta come la fa lei è una cosa che mi fa brillare gli occhi e perché mi merito di esercitare il cervello in cose interessanti, per la miseria! E tanto vale dire le cose come stanno nonostante l’insicurezza cronica e gli autosabotaggi continui.).
E lei ha detto che troverà di sicuro qualcosa da farmi fare.
Quando smetterò di controllare ossessivamente la mia mail in attesa di scoprire che cosa sarà questo qualcosa, probabilmente una sua mail arriverà e io avrò quel qualcosa da fare! Nell’ambito della geografia culturale! La mia vita ha sicuramente più senso, adesso.
Nel frattempo, continuo a trovare dei palliativi che mi  riempiano l’esistenza come una padella e una casseruola fichissime, anche se dell’Ikea, in cui stasera sto bollendo dei fagiolini in mancanza di pietanze più interessanti di cui occuparmi e a riempire la mia testolina buffa di nozioni sulla pubblica sicurezza, gli enti locali e il diritto amministrativo.
Vado che l’Infanta si è svegliata, era troppo bello per durare.

Rientro nei radar

Dopo una settimana di silenzio, dovuta a una full immersion nella famigliona di mammafamilias, siamo tornati a casa.
Cinque giornate toscane, in cui abbiamo dato il meglio e il peggio di noi quanto a caciara e festeggiamenti, mangiate e sceneggiate, allegre o meno.
C’è stato il non-battesimo di Gaia, fortemente voluto da tutti i nonni e bisnonni, che si è consumato in un rifugio semi montano, in una giornata fangosa, al calduccio del caminetto tra gatti e cavalli macilenti ancora in attesa di riprendersi dai rigori invernali, corroborati da fiumi di vino e chili di mortadella e panzanelle (pane fritto).
Ci sono stati innumerevoli pranzi e cene e passeggiate frenetiche per smaltirle in una improvvisa paranoia riguardante la forma fisica, un turbine di gente e le conseguenti sceneggiate serali dell’Infanta, che non gradisce la sovrastimolazione e punisce i propri genitori con interminabili pianti liberatori.

Menzioni speciali di questi giorni:

– a mio babbo, adesso passato di livello e ufficialmente Nonno Pi, che ha fatto il discorso più lungo di cui abbia memoria, alzando il calice e dicendo “Salute”. Conoscendolo come uomo più zitto del mondo, è un grande traguardo, per fortuna c’era l’amico Esse Tì, falegname e bagnino, che ha supplito all’arduo compito di mettere in fila qualche frase di senso compiuto detta con il cuore. Evviva evviva evviva.
– al mio nonno Emme, che per spirito di contrarietà non è venuto alla festa. Se fosse venuto probabilmente sarebbe crollato il monte, quindi a conti fatti meglio così. Ma non è di questo che voglio parlare: la menzione si riferisce a una battuta che voglio incidere per sempre nell’effimero della rete, pronunciata osservando la nonna Elle, che con grazia diabetica si ingozzava di qualche manicaretto durante uno dei succitati pranzoni: “Mia moglie è molto parca… scusate la vocale”
– alla Nonnafamilias che ci ospita, ci coccola e ci sopporta, cani pelosi e piscioni e a tratti rissaioli compresi.
– ai Soceri, che hanno scoperto che siamo dei casinisti nati, ci piace la confusione e viviamo di contraddizioni : “Non c’è mica bisogno di urlare!?!”, ovviamente, urlando da una parte all’altra del tavoli. E ai quali si è rotta la macchina e sono ancora in vacanza, gli venisse un po’ di bene.

Tutto sommato, è stato divertente, ma intenso.

Un anno fa ero stufa di Milano, volevo cambiare indirizzo e vita e lasciarmi alle spalle il grigio dell’asfalto e del cemento, tornare nella terra natia fatta di luoghi ameni e memorie d’infanzia. Eppure quando torniamo in città, dopo cinque giorni full-time con la mia famiglia, sono grata di aver messo qualche paio di centinaia di km tra me e loro.
Con tutto il bene che ci si vuole, adesso ho bisogno di quiete. Anche perché ho passato il primo girone del Concorsone e adesso mi tocca studiare.